Was ist? Ich bin: Antonio Pappano. L'integrale delle Sinfonie di J.Brahms per l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia dal 2 al 12 febbraio 2008
L'integrale delle Sinfonie di Johannes Brahms, nell'esecuzione dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Antonio Pappano ha rappresentato un evento di indiscussa attrattiva per gli appassionati e per la critica, non solo italiani.
L'orchestra della prestigiosa istituzione romana è senza dubbio la migliore compagine nel repertorio sinfonico e il suo direttore musicale, campano di origine, si va ormai affermando come "bacchetta" di assoluto prestigio internazionale.
Riportiamo qualche riflessione a suo tempo già esternata dalle pagine di questa rivista.
Massimo Mila definì
Brahms “il terzo ‘b’ della musica tedesca”, facendolo precedere da
Bach e Beethoven, non tanto stilando un’inopportuna graduatoria di
valori, quanto collegando con un fil rouge, il contrappuntismo del Genio di
Eisenach, il sinfonismo classico del Maestro di Bonn e il romanticismo di
Brahms.
Immeritatamente si è lasciato immaginare il barbuto musicista amburghese
collocato sul gradino più basso del “podio” .
Presumibilmente un compositore che non fosse un funambolico virtuoso di uno
strumento, che non fosse preceduto dalla fama di tombeur de femme e che per sua
"sventura" godesse di robusta costituzione fisica, non rispondeva ai canoni del
genio romantico da idolatrare in vita, di cui innamorarsi o per cui nutrire
invidia e gelosia e da compiangere per la prematura dipartita.
Non trascuriamo nemmeno che il senso “multidimensionale” della musica di Brahms,
di chiara ascendenza bachiana, non rappresentava un’allegoria associabile
all’individualismo romantico, meglio espresso da linee solistiche prevalenti su
un tessuto armonico ubbidiente e disciplinato.
Sotto molti punti di vista la musica del Maestro amburghese rappresenta una
trasposizione dell’idealismo hegeliano e, come il pensiero del filosofo, così
l’opera del compositore furono pur se determinanti, sorpassate nella memoria
dalle elaborazioni di epigoni e oppositori.
In fondo, quando negli anni ’60 del XX secolo Françoise Sagan intitolava
“Le piace Brahms?” un fortunato romanzo divenuto un film di
successo, il mondo occidentale viveva un’epoca di esaltazione del materialismo
storico marxista, mentre nella Vienna dell'epoca di Brahms tributava più
attenzione alla figura del Freud “liberatore” della sessualità come motore unico
dell’animo umano che alla musica di sublimata profondità introspettiva
dell’autore del Deutsches Requiem.
Nel romanzo e nel film l’invito ad ascoltare Brahms in concerto,
getta Paule di fronte a quel bivio Brahms vs Wagner
che aveva percorso la mitteleuropa di fine XIX secolo.
Eccellente espediente narrativo quello di collocare il Concerto per
violino del “terzo B” sul retro di un disco “long playing” di
un’Ouverture di Ric
hard Wagner, quel musicista preferito da Roger,
perchè...”fa più rumore”.
La composizione che Paule ascolterà, accettando il timido e galante invito sarà
la Sinfonia n.3 in fa maggiore op. 90, con quell’ Allegretto che
ha il potere di esorcizzare la morte mostrandocela in un sogno.
L'approdo alla forma della sinfonia è una conquista matura di Johannes Brahms; in una lettera all'amico Hermann Levi, il compositore aveva dichiarato categoricamente: "Non scriverò mai una sinfonia"; siamo ben lieti che un uomo dalla ferrea coerenza come lui, abbia almeno in ciò, radicalmente disatteso una promessa, in quell'anno 1870, durante il quale aveva iniziato a lavorare alla Prima Sinfonia.
La stesura era iniziata nell'estate del 1874 a Rüschlikon ed era stata ripresa nella stagione calda successiva a Ziegelhausen, ma solo nel settembre del 1876, la composizione sinfonica aveva assunto una completezza tale da essere eseguibile, mentre nell'autunno Brahms vi recava ulteriori aggiustamenti fino a presentarla al pubblico a Karlsruhe il 4 novembre 1876 e tre giorni dopo, nella patria della sinfonia classica Mannheim. In entrambe le circostanze il pubblico non accolse entusiasticamente la Sinfonia n. 1 in do minore op. 68. Forse troppo viva l'eco del sinfonismo beethoveniano da cui quello brahmsiano si differenziava, a dispetto di quanti vollero definire la Sinfonia op. 68, semplicisticamente e inappropriatamente "decima di Beethoven"
Tanto lunga
e tormentata la gesta
zione della Prima, quanto fluida, anche se
apparentemente, non profondamente sentita quella della Seconda
Sinfonia, composta nell’estate
del 1877 in Carinzia, sulle rive del lago Wörthersee.
Eppure la Sinfonia n. 2 impressionò molto favorevolmente Clara Schumann, la quale fu probabilmente la prima persona a prenderne visione eseguendola al pianoforte. L'autore , chissà se solo scaramanticamente, viceversa scriveva in tono assai poco ottimista al suo editore a proposito della Sinfonia n.2 in re maggiore op. 73: "La nuova Sinfonia è così malinconica che lei non riuscirà a sopportarla. Non ho mai scritto niente di così triste, così in tonalità minore, e la partitura dovrà uscire in veste di lutto".
Viceversa, agli orchestrali, forse timorosi di un insuccesso, dopo la non felice accoglienza della "prima", il musicista definiva la seconda come "piccola sinfonia, gaia, assolutamente innocente" talmente irrilevante da consigliare loro di cibarsi per un mese di pagine di Berlioz, Liszt e Wagner per poi godere della "tenera gaiezza" della Sinfonia op.73.
La più celebre Sinfonia di Brahms è probabilmente la n.3 in fa maggiore op. 90, grazie a quell'incantevole allegretto, dalla struggente cantabilità.
Dopo la parentesi “fluida” della seconda,
Brahms, all’indomani della
morte del “rivale” nel cuore dei tedeschi, Wagner, si impegna in una
composizione sinfonica più intensa e virile, meno accademica e decisamente
affrancata dal beethovenismo.
Fa-La-Fa rappresenta il nucleo motivico generatore che Max Kalbeck vuole ricondurre alla iniziali delle parole “Frei aber Froh” ovvero: “Libero, ma lieto”; non sappiamo se l’autore avrebbe sottoscritto questa decodifica e, in generale, diffidiamo dalle decrittazioni acrostico-esegetiche, mediante le quali sono attribuibili cospicue pagine di dizionario ad una composizione musicale di vaste dimensioni come una sinfonia.
Non vi è dubbio che il sentimento di libertà attraversi la Sinfonia op. 90, tuttavia l’avversativa “ma lieto” appare enigmatica.
Riscontriamo, invece, un omaggio a Wagner che Brahms limita ad un motivo di 4 battute che non si ripete, e che cita il canto delle Sirene di Tannhäuser; breve, seminascosto, ma sufficiente a scatenare le invettive dei fanatici wagneriani, da poco orfani del loro idolo in quel 2 dicembre 1883 nella Vienna che non riconobbe mai pienamente il genio brahmsiano.
Nemmeno il “poco allegretto”, sicuramente la più lirica pagina sinfonica della storia della musica, riuscì a vincere i pregiudizi incrociati dei viennesi, testardamente nostalgici di Beethoven e radicalmente progressisti ammiratori di un Wagner sinfonista del melodramma, ma dissolutore della forma-sonata che proprio a Vienna aveva trionfato con Haydn e Mozart.
Nella frase che si ripete interamente sei volte, e che viene affidata dapprima ai violoncelli, per trovare l’esaltazione quando viene cantata dal corno, si ravvisa un inno a quel sentire romantico di irraggiungibilità, di inappagamento che , in definitiva, l’uomo scopre essere l’autentico motore del desiderio e della creatività.
L’apogeo melodico viene raggiunto non a conclusione di uno spunto ascendente puntato mirabilissimo, ma all’inizio di un arco discendente, dopo una nota lunga che lo precede e che fa sembrare più rapido ciò che in realtà ha la medesima figurazione ritmica dell’ascesa.
Composta la sua terza sinfonia a Brahms, consapevole o no che egli ne sia stato, non restava che mettere la parola fine all’evoluzione della sinfonia romantica e il suggello sarà apposto il 25 ottobre del 1885, con la prima esecuzi9ne della Sinfonia n.4 in mi min op.98. che mi piace definire “dell’interrogarsi dell’individuo romantico”.
Il primo tema, che si presenta subito, ha la caratteristica del susseguirsi domanda-risposta: terza minore discendente, sesta minore ascendente, come a cantare: “Cosa è? – Io sono!” (Was ist? Ich bin!)
L’uomo romantico s’interroga sul suo essere e giunge all’apodittica risposta che pone il suo io al centro del quesito e della risposta; sintesi eroica di antitesi razionaliste di ascendenza illuminista che vengono gettate dietro le spalle: Io sono.
Antonio Pappano meglio di qualsiasi esegeta ha mostrato di aver colto ed interpretato l'evoluzione del sinfonismo brahmsiano, inquadrandolo nell'energico romanticismo che gli compete e liberandolo dalle nostalgie beethoveniane (finalmente) e da tentazioni decadenti e femminee: un'edizione di assoluto riferimento, che non fa il verso a nessuna pur illustre precedente (a proposito, stupisce che negli eccellenti libretti di sala non si faccia cenno alla storica interpretazione di Bruno Walter).
Pappano ha la lodevole virtù del coraggio delle idee: Was ist? Ich bin!, per autocitarci; una determinazione che non è arrogante o saccente, ma tributo di dignità all'arte direttoriale. Può piacerci o meno un terzo tempo della Sinfonia in fa maggiore staccato piuttosto veloce che repentinamente si fa più sereno al ripresentarsi del tema ai fiati, ma è coerente con la linea di espressione che il direttore si è data e quasi il "ripristino" del tactus atteso crea un appagamento arsi-tesi tutto interno al dipanarsi del più bel passo sinfonico del romanticismo!
Il direttore anglo-italiano ha poi preso perfettamente le misure acustiche della Sala Santa Cecilia e, dosando gli organici e le dinamiche ha mostrato anche di sapere ormai gestire l'intera gamma dal ppp al fff, sia pure innalzando l'intero volume di qualche db.
L'assenza di riverbero porta immancabilmente a staccare tempi un po' più serrati, ma il controllo metronometrico è assolutamente razionale e non si lascia corrompere dalla percezione uditiva che, dal podio, riteniamo sia ancora più secca che dalla platea; Pappano è un professionista a tutto tondo del nostro tempo e conosce bene e sa tenere in debita considerazione, le esigenze della ripresa audio-video.
L'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia è la compagine sinfonica più accreditata attualmente in Italia; nel corso delle due serate in cui si è prodotta nel'integrale delle sinfonie brahmsiane, alla spalla dei primi si sono succeduti Alessandro Milani e Francesco Manara; entrambi carismatici e in sintonia col direttore, ma il secondo ha avuto dalla sua una qualità di suono che, pur in un organico vasto, è emersa lirica e cristallina; costante la presenza di Raffaele Mallozzi, spalla delle viole, sezione che in Brahms ha occasione di recitare ruoli non sussidiari, Luigi Piovano e Gabriele Geminiani hanno condotto la fila dei violoncelli e il secondo ha dato colore e intensità lodevoli alla sezione nella sinfonia in fa maggiore.
Non citare il primo corno Alessio Allegrini a conclusione di un programma che impegna questo strumento e lo espone in primo piano, sarebbe imperdonabile omissione: puntualità e qualità d'intonazione hanno quasi costantemente accompagnato una prova di alto profilo; David Romano e Adriano Canetta hanno guidato i secondi violini mentre i contrabbassi sono stati "tirati" da Libero Lanzillotta e poi da Antonio Sciancalepore.
I legni sono stati efficaci e hanno impressionato sul pizzicato degli archi dell' Andante dell'op.90.
Il pubblico delle due serate al Parco della Musica per la Stagione Sinfonica dell' Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha ancora una volta osannato il "suo" direttore; raccogliendo da cronista voci ed impressioni, si può riportare che la maggior parte dei fortunati presenti ha magnificato l'esecuzione astenendosi da confronti: era ciò che il M° Pappano, crediamo più di ogni altra critica, volesse ascoltare. Complimenti e che siano gli altri a confrontarsi.
11.02.2008
Dario Ascoli
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