In Memoria. Falcone e Borsellino “il coraggio della solitudine”.
Una scommessa non facile,
al Teatro dei Marsi di Avezzano (Aq): portare in scena il binomio
“cultura-argomento sociale” e constatare poi, a fine serata, sui volti e nelle
parole del pubblico, non tanto l’assenso per un’idea di spettacolo multimediale,
quanto le riflessioni risvegliate da un testo, dalle immagini e dalla musica.
Gli applausi in sala e le voci raccolte nel foyer hanno rivelato una generale
emozione profonda e solo poche perplessità.
“Il coraggio della solitudine” è una Cronaca sinfonica in 17 scene per voci recitanti e orchestra, con l’intervento, in una sorta di “prefazione-video”, di Maria Falcone e Rita Borsellino: una narrazione dei fatti che “grazie alla musica, si fa storia e ascende al livello emozionale” – si dice sul palcoscenico, durante la breve presentazione del lavoro -.
I testi sono sintatticamente semplici, di impatto immediato, giornalistico - come è, infatti, una cronaca chiara e fruibile) - pur nella febbrile (ri)costruzione poetica. Le voci recitanti si alternano, in un colloquio molto ben dosato: più lieve e talvolta materna, quella della giovane Eugenia Scotti; più tuonante e inquisitoria quella di Bartolomeo Giusti. Si rincorrono i due, e scandiscono il tempo, che scorre implacabile per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dal momento in cui dichiarano guerra alla mafia a quando, uno a breve distanza dall’altro, saltano in aria con le rispettive scorte.
La musica, splendida,
attraversa, come colonna sonora, ogni fotogramma di questo duro film siciliano:
a volte, complici anche le immagini in bianco e nero prima e dai colori un po’
sbiaditi poi, ci sembra davvero di essere sulle strade assolate dell’isola
(perché, nell’immaginario collettivo, Sicilia è sinonimo di solleone) e di
sentirne gli odori acri e dolci allo stesso tempo. Gli archi emanano tensione
emotiva, che arriva dapprima con cadenza lenta e poi col respiro sempre più
corto, e sembrano muoversi sulla scia del ricordo. Davvero bello e intenso, il
“dialogo” tra il primo violino e la fisarmonica, nel momento in cui il racconto
tocca “l’esilio all’Asinara”. Ottimi i fiati e le percussioni, che entrano in
gioco gradatamente per poi fondersi appieno con le altre voci strumentali dei
maestri dell’Orchestra Sinfonica Abruzzese, creando
anche atmosfere vagamente jazz. Quando si arriva alla
“mattanza” di quel 23 maggio di quindici anni fa, il ritmo si fa contratto,
stridente e le percussioni ricercano e trovano un effetto dissonante, che
culmina nell’immagine del boato e del fumo di Capaci.
In poco più di un’ora, vengono raccontati i due magistrati palermitani non come eroi ma come Uomini (si, con la U maiuscola) che hanno svolto eticamente il loro lavoro espletando, fino alla consapevolezza dell’estremo sacrificio, il dovere civico nei confronti dello Stato e delle Istituzioni.
Il progetto, ideato da Vittorio Antonellini con testi di Giommaria Monti e musiche di Stefano Fonzi, non vuole però fermarsi solo al palcoscenico ma, proprio per la forza dell’argomento e dei suoi protagonisti, diventare materiale di studio e approfondimento da portare nelle scuole.
Per concludere, una sensazione molto particolare da annotare: alcuni movimenti musicali di questa Cronaca ci hanno ricordato la cadenza, lenta e inesorabile, della processione del Venerdì Santo. In parallelo, forse, anche il calvario dei due giudici (l’isolamento, la calunnia, l’eliminazione fisica) e il compimento della “profezia” di Falcone, “si muore perché si è soli, privi di sostegno” sono stati necessari per giungere ad una resurrezione, ad un nuovo inizio, in Sicilia. E le parole del Vangelo di Giovanni, che concludono il testo, sono prepotentemente evocative: “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se invece muore, produce molto frutto”. Falcone, Borsellino, Francesca Morvillo, gli uomini e le donne delle scorte: il loro frutto, raccolto in particolare dalle giovani generazioni che scorrono nelle immagini di fiaccolate, cortei e lenzuola appese ai balconi, resta e cresce. Con la forza dell’onestà i mali non restano impunibili.
18.02.2008
Emilia Maurizi
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