Un anno con 13 lune al Teatro Nuovo di Napoli
Seduti in platea di fronte al palcoscenico vuoto non è necessario esser abili osservatori per notare una scena allestita con una sequenza di appendiabiti allineati alla parete, e non è altrettanto insolito domandarsi il perché. È come se con essi Horacio de Figueiredo abbia voluto fornire i primi elementi simbolici quasi a presagire le sorti del protagonista della piéce Un anno con 13 lune, tratto da uno spettacolo di Reiner Werner Fassbinder e riadattato sotto la regia di Annalisa Bianco e Virginio Liberti. Quegli appendiabiti appaiono come un evidente riferimento ad una vita sospesa, una vita a mezz’aria fra ciò che si è, ciò che si era e si potrebbe essere, una vita trascorsa nel logorante limbo dell’indecisione.
La stessa indecisione troviamo negli abiti indossati dal protagonista Elvira, egregiamente interpretato da Michele di Mauro, che per primo appare sulla scena coinvolgendo letteralmente la platea in una lite col suo compagno Cristoph, il quale, con la tipica violenza dell’uomo fallito e frustrato, la costringe a guardarsi allo specchio.
Elvira fa di più, va oltre l’immagine riflessa del suo viso, e in questo l’attore protagonista rende perfettamente il senso del “guardarsi dentro”, lei piega il capo sullo sterno quasi a voler scrutare l’interno del suo corpo per cercare la sua identità, iniziando in tal modo il percorso psicologico per risalire all’origine del suo dramma.
In questo viaggio a ritroso la
accompagna Zora, personaggio decisamente ambiguo e palesemente
falso, che veste i panni della consulente matrimoniale, psicanalista, per certi
versi angelo custode e, in atri momenti, severa coscienza, amica affettuosa e,
infine, squallida traditrice: Zora, come tutte le persone
incontrate da Elvira/Erwin sul suo cammino, mangia pezzi del suo corpo, come
nella macabra favola dell’affamata sorella lumachina cui il fratellino fungo
consente di staccare a morsi parti di sé per sfamarsi.

Nelle loro paradossali interpretazioni gli attori: Gisella Bein, Tatiana Lepore, Simona Nasi, Pasquale Buonarota, Massimo Giovara e Riccardo Lombardo riescono ad esibire ed accentuare tutte le peculiarità e le caratteristiche che contraddistinguono i personaggi della piéce, la loro esagerata ostentazione dell’apparenza genera situazioni di verosimile assurdità tese ad evidenziare tutte le emozioni: stupore, dolore, rabbia e l’assenza stessa di emozioni. Così compaiono sulla scena Cristoph, il mancato attore col quale vive pochi istanti di felicità prima di esser sfruttata e maltrattata; Irene, la cara e comprensiva ex moglie; Anton Saitz, l’uomo per amore del quale Erwin decide di diventare Elvira e da cui poi viene rifiutata.. Tutti uniti da un denominatore comune: l’intolleranza verso la sua presenza.
È la storia della sua vita, una vita di rifiuti iniziata con l’abbandono dalla madre, e la ricerca spasmodica e vana di braccia in cui trovare affetto, riparo, conforto, …amore.
Tuttavia sembra non esistere al mondo una persona capace di ciò nei confronti di Elvira, o meglio, sembra quasi che Elvira non esista come persona. Come può lei, un essere fastidioso che non capisce il suo corpo, non lo accetta e non lo riconosce, come può interagire con un mondo che necessita del corpo per relazionarsi con l’esterno?
Elvira/Erwin è un “non corpo” in cui scorre tutto il sangue e la passione possibili, lo stesso sangue che defluisce dalle vene delle bestie che appaiono nell’inquietante video del macello proiettato sulla scena; Elvira è essenza pura che non necessita di fisicità per dichiarare la sua esistenza, lei chiede solo amore. Se per un istante proviamo a guardare oltre la sua umana condizione carnale possiamo vedere quanto lei sola sia il sostegno di tutti: la sua capacità di donarsi in modo incondizionato e vero, senza filtri, senza le contingenti maschere imposte dai ruoli sociali, lascia spazio al dubbio che sia lei l’unica persona sana, l’unica vera essenza in un contesto fatto di rappresentazione del sé attraverso la fisicità; il corpo diventa un vincolo alla sua libertà d’essere: da qui il suicidio!
Sconcertanti video che interagiscono con i personaggi, personaggi che urlano le proprie frustrazioni contro il pubblico e lo attraversano rendendolo partecipe dell’opera, simbolismi religiosi, rappresentazione filosofica del mondo: in questo contesto si svolge l’opera intera in cui Elvira/Erwin è insieme tutto e la negazione di tutto, è uomo e donna nell’impeto e nel coraggio con cui affronta la deludente realtà fino a quando l’istinto di sopravvivenza abbandona il suo corpo per liberare il suo spirito.
10.02.2008
Imma Colella
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