…se qualcuno la compra!

 

Lo spettacolo “Un cuore semplice” in scena al Teatro Mercadante di Napoli dal 7 al 17 febbraio, è pervaso dall’incombenza del tempo: scandito, ritmato, ossessionante, reso inerte.

Il gioco sapiente delle luci curate da Alessandro Carletti disvela un tempo interiore, il tempo dei ricordi e delle emozioni di Félicité, la protagonista.

Una lunga narrazione delle memorie della sua vita scandita dalla immutabile quotidianità e perturbata da incursioni di eventi memorabili, felici e dolorosi. Il gioco di luci dal verde all’ambra, dalla penombra alla luce della candela, sottolineano la narrazione di Félicité.

Quel vestito, disegnato da Sandra Cardini, ricorda i quadri di Géricault e Delacroix, della gente comune francese dei primi anni dell’ottocento.

La sottile regia di Luca De Bei, che ha anche curato la stesura del testo tratto dal racconto di Flaubert del 1876 L'Histoire d'un cœur simple, anticipa-sottolinea-evidenzia attraverso i suoni (musiche di Marco Schiavoni) e i gesti dell’attrice la delicata tela sulla quale si sviluppano i ricordi di Félicité.

Tutto l’universo di Félicité è racchiuso in una stanza dove il regista, affidando un senso pesante ad ogni oggetto (le scene sono di Francesco Ghisu), assegna ad ogni spazio il potere di rievocare altri luoghi e altre presenze.

Una sedia centrale essenza della protagonista, quasi un alter ego , che lega il passato con il presente: un tempo vi si addormentava esausta dopo una giornata di lavoro, nel presente vi giace inerte poiché la vecchiaia non le consente più di muoversi, può solo viaggiare con la memoria. La finestra che giganteggia nella stanza, esposta verso luoghi oltre i confini della famiglia Auber, verso mondi sconosciuti intravisti solo sui libri.

Il letto dove riporre i simboli della propria esistenza: il cappello di Valérie, la scatola di conchiglie del nipote amato più di un figlio, il fazzoletto rosso di Théodore il suo unico amore, il suo pappagallo Loulou … e ancora sotto il letto oggetti d’affezione.

L’attrice, Maria Paiato con eleganza, leggerezza, maestria, ha saputo dar vita alle varie fasi dell’esistenza del personaggio Félicité, regalandoci il suo mondo emotivo di ricordi. Il suo corpo vibrante, con una voluta rigidità in alcuni momenti, con le pause in cui ha materializzato gli eventi narrati, il contrasto tra la voce e il silenzio, il suo respiro, la bravura nel rendere il biascicare delirio del morente… un’attrice che ha restituito l’appassionata presenza dell’essere umano sul palcoscenico, incalzando durante il racconto il legame con il pubblico, conducendolo nella regnatela fascinosa tessuta dalla regia.

Ci ha condotto nei vortici allegri della danza, nel delicato/impacciato primo innamoramento, nel fremito dell’amore, nella forza di fuggire dal pericolo, nell’esilarante descrizione minuziosa di un pappagallo, nel riso amaro della solitudine.

I ricordi di Félicité ci conducono nelle sue relazioni: il ricordo della bambina che gioca, un attimo, per divenire subito a sette/otto anni un’instancabile guardiana di mucche in una fattoria, ma del tempo ricorda i piccoli animali che può accarezzare e tenere in grembo, quella tenerezza che ritroverà nell' accarezzare i figli della signora Auber, la padrona, ma che dovrà reprimere o esprimere furtivamente  perchè "era solo la domestica" a cui non sono consentite confidenze con i padroncini, così la piccola  Valérie, animo sensibile le dà un bacio sulla guancia in cucina, lontana dagli occhi indiscreti. Quella bambina meravigliosa dalla brevissima esistenza, "fragile come una bambola di porcellana di un carillon"…

Fragile al punto da non sopravvivere all'età adulta; il dolore della protagonista  per la morte della bambina non può essere paragonato , tanto diverso esso era stato, al dolore straziante che le aveva invaso tutto il corpo quando Théodore, il suo primo e unico amore l’aveva  abbandonata. Il tempo, il suo tempo interiore si è fermato, è fuggita. La sua fuga l’ha condotta a fare la cameriera presso la famiglia Auber: un legame tra Félicité e la signora Auber in cui sì si palesa e viene rimarcata la differenza sociale ma si evidenzia, loro malgrado, una relazione tra due donne sole che si rafforzano vicendevolmente. Il dolore di una madre che ha perso la propria figlia e il dolore di Félicité che perde il nipote, che aveva adottato affettivamente.

Non è un dolore differente, strazia ugualmente le due donne. Già perché il più grande desiderio di Félicité era stato  avere un marito e dei figli, ma Dio aveva scelto per la povera donna  un destino differente: amare tutti senza aspettare nulla in cambio. Questa la pelosa  consolazione che il confessore offre a Félicité. Il destino le si accanisce le porta via gli affetti più cari: vecchia e sorda abita la grande casa. Sì il signorino Paul Auber le ha promesso che può vivere lì sino alla fine della sua vita ma che dolore quando ha portato via gli oggetti più cari: i vestitini di Valérie, la poltrona della signora Auber ..!

“Essa si alzava all’alba per non perdere la messa, poi lavorava fino a sera senza interruzione; finito di servire in tavola e di rigovernare le stoviglie, metteva il catenaccio alla porta, copriva con la cenere il ceppo e, col rosario fra le dita, si addormentava davanti al focolare.”  sono le parole con cui Gustave Flaubert ci presenta Félicité; una giornata di una donna semplice che Luca De Bei ha voluto raccontarci nel volgere dell'ultimo giorno di una vita modesta e dolorosa in una Francia borghese di fine '800.

Nella casa degli Auber, che qualcuno potrebbe comprare,  c’è Félicité insieme a tutte le altre presenze;e una straordinaria Maria Paiato , affascinando magneticamente il pubblico per un'ora e mezza ininterrotta, con la prosa che l'autore ha voluto in seconda persona, ce le presenta ad una ad una facendoci scoprire che nessuna ci è troppo sconosciuta. E' IL teatro.

08.02.2008

Tonia Barone 

 

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