Qualità e attualità in “Dialogues des Carmélites” al TCBO

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Alla fine della rappresentazione si resta seduti con un nodo allo stomaco.
“Dialogues des Carmélites” di Francis Poulenc, andati in scena dall’11 al 17 di Marzo, hanno segnato un importante e inaspettato salto di qualità nella proposta operistica del Teatro Comunale di Bologna, confermando il giudizio già positivo della Bohème pucciniana.
La storia trae spunto dal libretto Georges Bernanos che si ispira all’esecuzione di sedici religiose francesi giustiziate a causa del rifiuto di rinunciare ai loro voti durante il regime del terrore successivo alla Rivoluzione Francese. Il testo che in origine doveva essere usato per la realizzazione di un film, pubblicato postumo, riscosse così tanto successo che l’Editore Ricordi nel 1953 ebbe l’idea di ricavarne un’opera cavalcando un crescente sentimento neo religioso. All’epoca fu un successo. Ma quanto sarà attuale questa storia oggi? Quanto può essere in sintonia con i tempi moderni un libretto a carattere religioso, allorquando ogni antico monolite valoriale sembra deflagrato in mille scintille di relativismo e individualismo?
Chi conosce Poulenc solo come appartenente al gruppo avanguardista parigino dei Le six, potrebbe rimanere sorpreso nel vederlo autore di un’opera a carattere spirituale.
Come può un libertino parigino degli anni venti diventare un fervente religioso senza rinnegare se stesso?
In realtà l’autore, in bilico tra un’educazione familiare troppo borghese e un forte impulso avanguardista, cercò in una fase matura della vita nella religione un percorso che indulgesse e pacificasse le più spudorate e inquiete tendenze d’animo.
L’idea registica di Olivier Py è stata da subito molto accattivante e veemente.
Alte pareti scure e lignee chiudono la scena in una stanza soffocante per la scarsa profondità che costringe l’azione nella zona anteriore del palco. L’altezza delle pareti, quasi sproporzionata, acuisce il senso di angoscia rimarcando la piccolezza umana dei protagonisti. Questo cubo tetro e angusto, una sorta di feretro, è sembrato un allusivo e inquietante richiamo alla morte che ha catapultato gli spettatori al centro del dramma.
La scelta delle luci dirette frontalmente verso i personaggi hanno esaltato i contrasti cromatici. Colpiti da un fascio bianco i volti dei protagonisti hanno mostrato feroci chiaroscuri espressivi restituendo un continuo antagonismo cromatico, specchio di un belligerante tumulto interiore.

L’idea di suddividere la parete posteriore in quattro quadranti mobili è brillante e ha permesso di utilizzare efficacemente le scene, efficace è la traslazione degli stessi in modo da lasciar filtrare una croce di luce significativa sia di un presagio di morte che di speranza di salvezza. In un secondo momento le pannellature posteriori sono state fatte sparire o indietreggiare per dare maggiore profondità alla scena o per ricostruire i vari quadri. Suggestivo.
Ma veniamo alla rappresentazione. L’architettura del libretto si regge su continui contrasti in cui la protagonista Blanche è in continua contrapposizione con gli altri personaggi.
Non c’è la solita dinamica Eroe-Antieroe, bensì quella di un dissidio interiore che non si pacifica con la solidarietà altrui e sposta la speranza di salvezza in un orizzonte trascendente mentre, uno a uno, i personaggi che all’inizio sono sembrati più virtuosi risultano sconfitti dalle proprie debolezze.
Hélène Guilmette ha interpretato la giovane protagonista in modo magistrale, passando da un registro dolce e titubante ad uno isterico e impaurito fino a sublimare in una fiera e vibrante esecuzione nei momenti più retorici. Nel primo atto Blanche sembra una donna fragile che si rifugia nella vita monastica per manifesta incapacità ad accettare e affrontare un mondo che le sembra troppo crudele.
Il nome che sceglie – Blanche dell’agonia di Cristo – è una rassegnata ammissione della difficoltà a liberarsi dall’angoscia.
Il quarto quadro del primo atto con l’agonia della morente Madame Croissy, Priora del Carmelo è lo snodo principale della storia ed è stato il culmine emotivo della recita bolognese, sia per l’interpretazione magistrale di Sylvie Brunet, sia per l’esaltante allestimento scenografico. L’infermeria del convento, infatti, è stata riprodotta su un piano verticale regalando alla platea una prospettiva a volo d’uccello. La prospettiva dall’alto ha schiacciato la scena sotto il peso della sofferenza.
Ma sul palco la vicenda si è sviluppata anche sul piano orizzontale abitato dalle consorelle. Sul piano perpendicolare è di scena la malattia, sull’altro gli eventi storici e la vicenda. Molti sono i riferimenti allegorici: il letto al centro di un pavimento verticale è sembrato un crocifisso a cui è inchiodata la priora, sconfitta in un martirio che non è riuscita ad accettare.
I due piani hanno interagito senza sovrapporsi eppure nella timida mano di Blanche protesa verso la vecchia malata si è esplicata una tensione così forte da dare significato a tutta la scelta registica. Pur non toccandosi le due sono sembrate scambiarsi i ruoli: la forza e il rigore che la superiora aveva mostrato fino a quel momento è come fluito nell’animo della giovane mentre in un moto contrario l’anziana è tornata schiava di vecchie ansie che credeva sconfitte.
Chi doveva essere forte e custodire il messaggio carmelitano “La nostra Regola non e’ un rifugio, non e’ la Regola a custodire noi, siamo noi che custodiamo la Regola” si abbandona a blasfeme imprecazioni solo dopo aver affidato Blanche alla nuova priora spiegandole l’iniziale reticenza ad accettare il nome “dell’agonia di Cristo”: “…perche’ da principio fu la mia un tempo”.
Il lavoro di Pierre- Andrè Weitz alle scenografie e costumi e Bertrand Killy alle luci è da applausi.
Nulla da eccepire, ottimi tutti gli interpreti. Sophie Koch ha interpretato Mère Marie de l’Incarnation, Marie-Adeline Henry, ha vestito i panni della nuova Priora Madame Lidoine e Sandrine Piau quelli di Soeur Constance. Tra gli uomini magistrale l’interpretazione di Stanislas de Barbeyrac nel ruolo del Chevalier de la Force.
La scrittura lenta del secondo atto avrebbe potuto stancare l’ascoltatore ma le scelte di regia hanno contribuito a tenere sempre alta l’attenzione. Eccezionali le premonitorie scene oniriche degli interludi orchestrali che costituiscono dei quadri iconografici- una sorta di piccoli presepi- all’interno della storia.
Alla fine le sorelle moriranno, una a una, decapitate dalle ghigliottine dei rivoluzionari cantando Salve Regina lasciando alla luce delle stelle l’umana speranza. Abbiamo assistito ad uno spettacolo rodato da cinque anni di recite realizzato in coproduzione dal Théâtre des Champs-Élysées, Parigi e da La Monnaie, Bruxelles in cui i tanti temi convivono sviluppandosi parallelamente.
Può essere attuale questa storia oggi?
Sicuramente Sì perché la religione è trattata in modo individuale attraverso dinamiche collettive e la croce è simbolo di drammi ed espiazioni che sono allo stesso tempo sia propri del singolo uomo che sociali. Sullo sfondo la scritta Uguaglianza davanti a Dio rimarca questo amaro relativismo. Si torna a casa con un nodo allo stomaco e se l’opera serve anche a riflettere e ad arricchirci allora la missione, almeno quella dell’opera più che quella legata ad ordini monastici, è compiuta.

Ciro Scannapieco

Foto Rocco Casaluci

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