“Satyricon”: la festa di Trimalcione al Teatro San Ferdinando

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J. F. Bazille, “Ritratto di Paul Verlaine a ventitre anni”, 1867

“Je suis l’Empire à la fin de la décadence” esordisce il maudit Verlaine, nel primo verso del suo celebre sonetto. In italiano: “Sono l’Impero alla fine della decadenza”. L’allusione va al periodo di sfaldamento dell’Impero romano, ormai invaso dai barbari, epoca di languore, d’indolenza, di disimpegno civile, di tedio esistenziale.
Verlaine sceglie questo malessere come emblema non solo della propria arte, ma dell’intera fase storica nella quale vive, di cui la decadenza diviene proverbiale espressione. Corre l’anno 1884.
Eppure la decadenza sembra essere fisiologica per qualsiasi fase di ristagno politico e culturale. Così, adattando opportunamente il verso di Verlaine, potremmo riferirlo ad un autore come Petronio, e dire: “Sono la decadenza nel cuore dell’Impero”.

Perché Petronius Arbiter, misterioso autore del Satyricon, vive (e forse muore, dando per buona l’identificazione col cortigiano descritto da Tacito) al tempo del principato neroniano (54-68 d.C.), nella prima età imperiale. I confini dell’egemonia latina non sono ancora giunti al massimo grado di espansione (vi arriveranno nel 117 d.C. sotto l’imperatore Traiano), ma una certa mollezza dei costumi comincia ad affermarsi, quando i vizi di Nerone corrompono il potere, e Roma si fa luogo di nequizie e dissolutezze.
Eppure sarebbe un grave errore leggere in questa fase un sintomo di rovina più generale, quasi un’anticipazione della caduta dell’Impero romano d’Occidente. È il connubio di denaro e potere, insieme all’impoverimento dei valori civili (inevitabile durante il principato), a comportare una fiacchezza morale, una vera e propria decadenza di ogni sublimità.
La cosiddetta Cena Trimalchionis, nel Satyricon, illustra dettagliatamente questa situazione, allorché i tre protagonisti – Encolpio, Ascilto e il giovinetto Gitone – giungono a casa del liberto Trimalcione (o Trimalchione), il quale ha organizzato una cena quanto mai esuberante, a base di pietanze pantagrueliche e di grandiose trovate sceniche. Trimalcione si spaccia per dotto, per uomo d’ingegno e di successo (oggi diremmo per self-made man), ma in realtà quel che mette in piedi è un’ostentazione di vuota potenza, un abbrutimento del gusto e del pudore. I suoi convitati, quando riescono a prendere parola, discutono di sciocchezze o s’insultano tra loro, mentre il padrone di casa sovrasta tutti con un eloquio ruffiano, una cultura sommaria e pasticciata (che trasforma Annibale addirittura nel conquistatore di Troia), e una pantomima tanto ridicola ed eccessiva da stomacare i tre protagonisti. Alla fine, poco dopo aver assistito alla falsa cerimonia funebre di Trimalcione, i tre giovani si danno alla fuga precipitosa dal palazzo, approfittando di un momentaneo trambusto.
Petronio non vuole disprezzare rabbiosamente i suoi tempi, né vuol fornire qualche insegnamento morale al lettore, come avviene nella satira di Persio o Giovenale. Egli si limita a inquadrare il vuoto intellettuale, con crudo e sferzante realismo. E ciò rende il Satyricon un caso unico nella letteratura latina, al di là della straordinaria struttura prosimetrica.

Alessandro Allori, “Scena di banchetto nella camera di Leone X”, 1579-82

L’episodio della Cena Trimalchionis – il solo arrivatoci per intero del romanzo – ha ben presto assunto un valore antonomastico, recuperabile anche a distanza di secoli da parte di autori letterari e cinematografici. La ripetitiva vacuità dei rituali mondani, ad esempio, occupa un ruolo centrale nel romanzo di Gabriele D’Annunzio, Il piacere (1889), così come ne La dolce vita (1960) di Federico Fellini, e più recentemente, ne La grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino. Lo stesso Fellini ha diretto un libero adattamento del testo petroniano (Fellini Satyricon, 1969).
In tutti questi casi, l’ambientazione è la stessa: Roma, la città eterna divenuta anche capitale della frivolezza (benché l’episodio originale, raccontato da Petronio, avvenisse in un’imprecisata Graeca urbs, forse Napoli o Pozzuoli).
Ed è sempre Roma – una Roma contemporanea – a ospitare l’azione nel Satyricon di Francesco Piccolo, con la regia di Andrea De Rosa, adesso in scena al teatro San Ferdinando di Napoli, dove lo spettacolo replicherà fino al 19 gennaio.


Romanziere e sceneggiatore casertano, Piccolo ha collaborato, tra gli altri, con Nanni Moretti, Marco Bellocchio e Paolo Virzì. Per il Satyricon sceglie d’isolare il quadro della Cena Trimalchionis (non più cena, ma festa), e di farvi ruotare intorno l’atto unico della rappresentazione. La regia energica del napoletano Andrea De Rosa ne sostiene appieno le intenzioni.
Encolpio, Ascilto e Gitone si presentano allora come tre ragazzi che, in preda al dubbio serale, dibattono sul da farsi, decidendo infine di raggiungere una festa a caso. Le voci dei tre s’incastrano, si sovrappongono o cantilenano senza mai isolarsi, e anticipano così una caratteristica dell’intero spettacolo: la coralità.
Le luci si accendono, un metronomo ticchetta sul proscenio, parte la musica, e vediamo scintillare una grande sala rivestita d’oro, trionfo della pacchianeria, nonché – letteralmente – “gabbia dorata” degli invitati. Al centro, su una piattaforma quasi nascosta dal tendaggio, incombe Trimalcione, un Kingpin pelato e ingombrante, che sosta vicino al proprio trono: un gabinetto, anch’esso placcato d’oro.

Da quel momento, gli stereotipi rimbalzano vorticosi tra i vari ospiti. Il linguaggio, ritualizzato all’estremo, si prosciuga fino al nonsenso; l’atto aggregativo della festa diviene puramente formale. Un calderone irresistibile dove tutti gridano tutto, e nessuno dice niente: lo spirito di Petronio è rispettato. A conti fatti, non esiste un vero dialogo, ma solo una massa confusa di cliché, di ovvietà che almeno una volta abbiamo pronunciato tutti, e che ognuno degli invitati ripete senza alcun interesse nell’ascolto reciproco. Lo scompiglio rende perciò inutile il tentativo d’isolare le singole figure: ci sarebbe l’attrice impegnata, l’intellettuale deluso, la signora disperata, la donna delle canzoni, la ragazza anoressica, e quindi la bella Fortunata, moglie di Trimalcione, distesa nuda di fronte agli altri, che porta il tempo con la mano e ogni tanto si alza per cadenzare motti ecologisti (la nudità va intesa allora come un ennesimo atto, altrettanto superficiale, di protesta).

Ma il vocio risuona continuo e feroce. Ad esso si alternano parentesi monologiche in dialetto romanesco, con cui Trimalcione, al contrario dell’alter ego letterario, mostra di avere maggiore coscienza della caduta collettiva. Il liberto sa bene quali miseri ingranaggi muovano il mondo, avendone approfittato per primo; eppure, allo stesso tempo, proietta un’ombra di nostalgia sull’inconsistenza di quel terribile meccanismo, che egli pare dominare, ma da cui invece è dominato ancor peggio degli altri. Trimalcione è l’unico a sentire il peso della maschera. Lo squallore non merita una condanna, confessa, bensì compatimento e indulgenza. Nessuno si salva dalla ferita. E il falso funerale, con la sua mimica esasperata, costituisce l’apoteosi di quel vuoto: si celebra infatti la morte di qualunque significato.
Come declama Verlaine: “Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Niente più da dire!”

Emanuele Arciprete

SATYRICON 

Di Francesco Piccolo ispirato a Petronio
Regia Andrea De Rosa

Con Antonino Iuorio (Trimalcione), Noemi Apuzzo (Fortunata), Alessandra Borgia (la signora disperata), Francesca Cutolo (la donna delle canzoni), Michelangelo Dalisi (l’intellettuale), Flavio Francucci (Encolpio), Serena Mazzei (la ragazza anoressica), Lorenzo Parrotto (Ascilto), Anna Redi (l’attrice impegnata), Andrea Volpetti (Gitone)

Scene costumi: Simone Mannino
Disegno luci: Pasquale Mari
Sound designer: G.U.P. Alcaro
Coreografie: Anna Redi

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Ho 29 anni, vivo tra Bologna e Napoli. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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