Il San Carlo inaugura la Sinfonica confermandosi ‘Tempio di Voci’ con Asmik Grigorian

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Tutto secondo previsioni nell’ inaugurazione della Stagione di Concerti del Teatro di San Carlo, nel bene di  un soprano che tanto fiato impiega nei lunghi fraseggi, quanto ne sottrae per lo stupore all’ascoltatore.
Asmik Grigorian è tra le più incantevoli interpreti del ruolo di soprano lirico-rammatico degli ultimi vent’anni e il pubblico può ben dirsi fortunato nell’avere ascoltato la “Cantante dell’anno 2025” secondo International Opera Awards, e ancor più se l’aveva potuta applaudire in «Rusalka» e nel precedente recital.
La parziale anomalia di un programma più operistico che concertistico-sinfonico scompare dopo le prime vellutate e pure  proiettatissime note del soprano lituano.
Si finisce con l’archiviare nell’oblio una Ouverture  da «Die Meistersinger von Nürnberg» che ha rivelato, con tempi piuttosto dilatati, un insufficiente ascolto tra le sezioni dell’orchestra.
Ma poi ecco una Cio-Cio-San incantevole  che in  «Un bel di vedremo» ha d’emblée trasferito dalle labbra di Grigorian all’animo dell’ascoltatore i dolori e le delusioni di una giovane donna vittima di maschio vile e superficiale; eppure Madama Butterfly si aggrappa a una speranza che in cuor suo sa  essere vana, ma irrinunciabile «per non morire al primo incontro».
Il Puccini impressionista secondo Ettinger ha trovato esaltazione nell ‘Intermezzo da «Manon Lescaut», con belle uscite solistiche delle prime parti, in evidenza la prima viola Francesco Mariani.
E poi «Sola, perduta, abbandonata», come raramente si è ascoltata, con una capacità emozionante di recitare nel mezzo di una frase legata e tornita. Incanto.
Bene il Preludio di «Macbeth» ma l’aspettativa per «Nel dì della vittoria … Vieni, t’affretta» quasi ha distratto per godere di una Lady Macbeth che avrebbe fatto mutare d’opinione lo stesso Verdi che per il ruolo prescriveva un soprano dalla voce non bella.
Con «Salome» Ettinger ha un rapporto speciale:«È una partitura complessa, quella di Richard Strauss, in cui l’orchestra, per altro ottima qui a San Carlo, può soccorrere davvero poco i cantanti – quest’opera rapisce, genera una vera e propria dipendenza».
Ben condotta la  «Danza dei sette veli»  e  «Ah! du woltest mich nicht deinen Mund küssen lasse» dal capolavoro di Strauss e nuova perla del soprano.
Interminabili applausi da non poter far caso ad un orologio che scandisce una grandezza, il tempo, che la bellezza, come rappresentato sull’arco che sovrasta il palcoscenico, ha arrestato.
Due bis cantati, ancora Strauss con «Morgen» che ha dato opportunità al primo violino Gabriele Pieranunzi di prodursi in un eccellente solo e poi il Puccini tenero e ingannatore di «O mio babbino caro».

 

Dario Ascoli

Associazione Nazionale Critici Musicali

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