Medea per strada alla Sala Pasolini fino al 30 novembre 2025

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Una rappresentazione di grande spessore e di forte impatto emotivo e sociale,  Medea per strada andata in scena alla Sala Pasolini di Salerno il 27 novembre 2025, con repliche a tutto il 30 novembre,  ha coinvolto il pubblico in un’esperienza totale ed interattiva.
L’uso innovativo dello spazio scenico, con qualche tavolino e sedie messe una acconto all’altra, in un percorso non lineare, con le luci che rimangono costantemente accese, ha consentito agli spettatori di essere parte integrante della scena stessa. Qualcuno dei presenti, ‘provocato’ da una ragazza dalla folta chioma corvina e disordinata, longilinea, tacchi con zeppe altissime, conversa con lei, la donna prima gesticola in maniera accentuata, poi le sue parole risuonano più alte e senza soluzione di continuità ci si rende come che si è dentro lo spettacolo.
È una rumena, che inizia a raccontare la sua storia, prima un’infanzia nella dittatura, percepita soltanto  attraverso la ribellione del padre, un insegnante che crede nella libertà dell’insegnamento ma che viene messo a tacere dal regime che, attraverso subdoli ricatti, gli impone il silenzio, costringendolo con la famiglia a lasciare la capitale.
In un paese più piccolo la sua infanzia prosegue, è un tempo mitico, la donna ricorda le amate canzoni della sua terra, l’inno nazionale e le ritualità di un mondo semplice, prevalentemente agricolo, anche se malgoverno, repressioni e corruzione di regime avranno il loro tragico epilogo nei fatti dell’’89.
La successiva grave instabilità politica ed economica costringerà quindi ad un esodo quasi biblico tantissime donne dell’Est in fuga verso l’Europa, convinte di trovare futuro e lavoro soprattutto come colf e badanti.
Quel sogno intanto si ‘pagava’, contraendo prestiti che occorreva restituire, anche la ragazza in scena sogna l’Italia, l’amore e una nuova vita in una provincia italiana del Sud dove, però, all’arrivo viene derubata dei soldi e delle sue cose.
Le attenzioni di un elegante uomo dai capelli rossi che le offre aiuto sembrano una provvidenziale protezione in un paese straniero, ma la “straniera” subisce qualcosa di molto più perverso.
L’uomo le parla di amore e intanto le chiede di prostituirsi, poi le racconta che avranno una piccola casa insieme ed intanto le chiede sempre di prostituirsi, arriveranno anche due gemelli dai capelli rossi, impossibile non immaginare la paternità, e quella schiavitù sessuale si renderà ancora più necessaria per sfamare i bambini.
Medea è il nome di questa “straniera” dai lunghi capelli neri, veste direttamente in scena il suo “abito da lavoro”, accenna un ballo sensuale ed invitante, ride e gesticola, tra finta felicità e amarezza, s’intenerisce quando fa girare tra gli spettatori piccole cartoline disegnate e colorate dai figli; il tragico, però, è già  tutto dentro questa donna emotivamente debordante, pronto ad esplodere quando il tradimento dell’uomo dai capelli rosi le scatenerà sentimenti contraddittori e difficili da arginare. Medea sente che deve agire anche se per la sua consapevolezza, luttuosa e conflittuale, sa che dovrà pagare un caro prezzo, infatti ciò che mette in atto, con lucida determinazione, è un progetto che provoca l’altrui morte. E l’eco del Mito risuona, pienamente, quando compie la sciagurata vendetta.
Ora la donna potrà spogliarsi delle calze a rete, della parrucca, di quei sandali altissimi, iconograficamente legati al mondo della prostituzione, ed apparirci finalmente come una donna vera, nella sua statura reale e senza l’eccesso agli occhi di ombretto azzurro.
In un dolore misto sempre ad un barlume di sogno, Medea  la “straniera”, fragile e resistente nella sua esistenza ai margini, dopo averci spiazzato e in qualche momento anche disturbato con il suo bipolarismo emotivo, ci interroga tutti in un inconscio che, seppure rimosso, appartiene al nostro tempo.
Lo fa consegnando al pubblico, dopo il suo corpo e la sua fragile emotività,  una riflessione sulle ipocrisie di queste società opulente e mercificanti, un j’accuse impietoso e conclusivo «noi portiamo la vostra follia occidentale alle estreme conseguenze». Tema estremamente doloroso e spiazzante quello della mercificazione del corpo e dei sentimenti, coraggioso allora questo spettacolo di “teatro civile” e splendida ed intensa la prova attoriale di Elena Cotugno che il pubblico hanno premiato, oltre che con la diretta partecipazione allo spettacolo, anche con un liberatorio, lungo e convinto applauso conclusivo.
Lo spettacolo, però, ambisce a sedimentarsi di più in quanti hanno l’opportunità di assistervi, vorrebbe infatti allertare le coscienze sulle troppe occasioni nelle quali, di fronte a fenomeni complessi, si esercita soltanto una grossolana condanna, dimenticando che ogni “sfruttato” ha un’identità, una storia e una vita…proprio come la “straniera” Medea. Grazie quindi al contributo sociale e artistico del Teatro dei Borgia,  dove la drammaturgia di Fabrizio Sinisi e la regia di Gianpiero Alighiero Borgia hanno consentito alla recitazione sentita e autentica di Elena Cotugno di arrivare al pubblico con una forza impattante, in un viaggio emotivo largamente condiviso.

 Marisa Paladino

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