Il respiro degli angeli: Giulio Prandi riconsegna a Roma lo splendore spirituale di Scarlatti

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Nel cuore dell’Auditorium Parco della Musica, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha celebrato quest’anno le Festività dedicate alla sua patrona con un concerto tenutosi il 26 novembre, di rara coerenza artistica, pensato in occasione dei trecento anni dalla morte di Alessandro Scarlatti. L’appuntamento, atteso da studiosi e appassionati del repertorio sacro settecentesco, ha riunito sul palco il Coro dell’Accademia Santa Cecilia, preparato da Andrea Secchi, e l’Orchestra Ghislieri, ensemble punto di riferimento per la prassi esecutiva del repertorio settecentesco. A dirigere il tutto, con lucidità e profondità interpretativa, è stato Giulio Prandi, che ha restituito a questo repertorio la sua dimensione più autentica: elegante, teatrale e spiritualmente vibrante.
La prima parte del concerto è dedicata al Vespro di Santa Cecilia, una pagina che rivela la capacità di Scarlatti di unire splendore policorale, fine cesello contrappuntistico e una straordinaria attenzione alla parola liturgica. Già nell’antifona d’apertura, “Cantantibus organis” è emersa la qualità di una scrittura idiomatica luminosissima, affidata al dialogo tra la voce e l’oboe solista.
Un oboe morbido, flessibile, perfettamente equilibrato nelle dinamiche e nel fraseggio quello di Priska Comploi, che offre un contrappunto espressivo, che mette in rilievo il nucleo spirituale dell’antifona, cioè il desiderio della Santa di mantenere il proprio cuore immacolato “fiat cor meum immaculatum, ut non confundar”.
La purezza intenzionale di questa invocazione è emersa con particolare nitidezza grazie alla direzione di Prandi, attenta a non sovraccaricare il testo e a valorizzarne la dimensione contemplativa.

Ugualmente riuscito è stato il breve, ma sorprendentemente intenso, intervento dell’antifona “Valerianus in cubiculo”, scritto per contralto solo, oboi, archi e basso continuo.
In queste poche battute Scarlatti concentra un’evidente tensione affettiva, soffermandosi con particolare cura sul verbo “orantem”, che scolpisce attraverso passaggi espressivi di rara finezza. Margherita Maria Sala, ha reso questi momenti con una linea vocale morbida e interiorizzata, dialogando con l’oboe, conferendo un timbro riflesso e intensamente partecipe.
Qui l’orchestra e il coro hanno mostrato un notevole controllo delle sfumature, evidenziando quel gioco di luci e ombre che fa del Vespro un piccolo gioiello di teatralità sacra.

Omogenea e ben calibrate la compagine vocale dei solisti, oltre dalla Margherita Maria Sala, Martina Licari, Carlotta Colombo, Raffaele Giordani e Alessandro Ravasio, hanno affrontato le linee scarlattiane con proprietà stilistica, chiarezza della dizione e una cura nel fraseggio che ha trovato piena sintonia con l’impianto interpretativo del direttore, inseriti in un disegno d’insieme che valorizzava l’equilibrio tra le parti, come richiede la scrittura sacra del primo Settecento.
La seconda parte del concerto è stata interamente dedicata alla Messa di Santa Cecilia, pagina di più ampio respiro che Prandi ha strutturato con un passo sicuro, elegante e misurato.
La sua direzione ha mostrato come un ensemble specializzato possa restituire non solo la filologia sonora, ma anche un afflato narrativo che rende la Messa non un semplice esercizio stilistico, bensì un grande racconto liturgico.
L’Orchestra Ghislieri, con articolazione sempre limpida e una gestione del colore orchestrale ammirevole, ha sostenuto il Coro dell’Accademia in un equilibrio raro, fatto di trasparenza nei fugati, dolcezza nelle sezioni più liriche e una compattezza che ha dato al Gloria e al Credo una forza trascinante senza mai rinunciare alla raffinatezza.

Il Coro, ha confermato la sua solida tradizione: precisione, omogeneità timbrica, naturalezza del latino cantato. Secchi ha preparato una compagine reattiva, capace di sostenere con sicurezza i passaggi più densi e di trovare colori più sospesi nei momenti meditativi del Sanctus e dell’Agnus Dei. Il concerto ha rappresentato non soltanto un omaggio doveroso a Scarlatti, ma anche una dichiarazione di quanto questo repertorio continui a vivere quando è interpretato con rigore e immaginazione. Il maestro Giulio Prandi ha diretto con una chiarezza d’intenti che ha reso ogni pagina comprensibile, fresca, avvincente, e l’Orchestra Ghislieri e il Coro dell’Accademia Santa Cecilia hanno risposto con una prova che resterà tra le più convincenti di questa stagione romana.
Il pubblico, numeroso e attento, ha salutato gli interpreti con un applauso prolungato, consapevole di aver assistito a un evento che ha saputo coniugare ricerca e emozione, memoria storica e vitalità musicale. Un tributo a Santa Cecilia e ad Alessandro Scarlatti degno della tradizione dell’istituzione che porta il nome della patrona della musica.

Gabriella Spagnuolo

Foto Pieter Kers

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