«La Bohème» di Vick torna a Bologna

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Avevamo già avuto modo di vedere La Bohème firmata Graham Vick a Bologna nel 2019 (https://www.oltrecultura.it/2018/01/24/tcbo-si-incomincia-bene-la-boheme-mariotti-non-solo/ ).
All’epoca fu tutto bellissimo: sul podio brillava Mariotti e l’ottima Mariangela Sicilia dava spessore alla sua Mimì. Siamo nel 2025 ed il confronto con il recente passato non è facile.
Sono passati gli anni, ma questo allestimento lo rivediamo sempre volentieri.
Non ci dilungheremo sull’idea registica, avendo già pubblicato un’esaustiva cronaca.
Per chi volesse approfondire c’è solo da cliccare sul link in apertura e leggere dei fatti del 2018.
Certo, l’altra volta si era in un grande teatro d’opera e tutto si incastrò meravigliosamente.
Questa volta no. Causa lavori, c’è l’impervia sfida del Nouveau da superare.
L’opera, lo sappiamo bene, è uno dei casi in cui le dimensioni (e le relative proporzioni) contano. Gli impedimenti sono chiari, con l’eccessiva ampiezza del proscenio che rischia di diluire i personaggi nel contenitore scenico, ed una verticale molto ridotta che inscatola le scene e crea un effetto orizzonte che non si riesce mai ad avvolgere con lo sguardo.
Di contro, invece, l’ultrawide permette un approccio più cinematografico che sublima i quadri ad elevata densità scenografica, cosa che capita sovente nei momenti corali più prorompenti. In palcoscenici più profondi, di contro, c’è sempre il rischio di posizionare il coro sullo sfondo, relegato ad elemento secondario.
Non è questo il caso.
Ne è un fulgido esempio il secondo festoso quadro: una vera e propria chicca.
Ad ogni modo non siamo arrivati al 30 Novembre 25 per fare uno sproloquio su quanto sia complesso portare l’Opera fuori dai teatri classici, questo pistolotto iniziale serve piuttosto a ribadire il notevole lavoro di adattamento registico e scenico necessario alla riuscita di questa rappresentazione.
Siamo certi che lo stesso Vick, venuto a mancare nel 2021, avrebbe approvato il lavoro di Ron Howell, Yamal das Irmich e Richard Hudson. Che – diciamocelo – è del tutto rispettoso dell’idea primigenia.
Partiamo dall’ultimo citato.
Le scene e i costumi di Hudson sono molto belli. Non notiamo molti cambiamenti nelle scene rispetto a quanto visto anni addietro, però il tutto sembra incorniciarsi alla perfezione con il Nouveau. Sicuramente sono stati fatti dei lavori di adattamento, ma il risultato è molto organico allo spazio.
Venendo alla regia. Porta La Bohème in un’epoca più vicina.
Se il lavoro fatto sulla casa nel primo e nel quarto quadro è bello, i quadri centrali sono meravigliosi. Qui, al festante secondo si contrappone il degrado della periferia del terzo.
Sebbene non sia una regia classica, è altresì rigorosa per rispetto del testo.
Non ci sono forzature di lettura o messaggi sociali da incastrare forzatamente per compiacere il pubblico e ottenere una bollinatura morale.
Il lavoro di Vick non è Radical Chic, e se gli eventi sono ambientati in un altrove spazio-temporale, è solo per attualizzare una vicenda che resta integra nel suo insieme.
Ma passiamo alla musica.
Nella direzione di Martijn Dendievel non c’è traccia di egotismo. La bacchetta è a servizio della musica di Puccini e dei cantanti. La ritmica è sempre ben scandita e le dinamiche sono degli acquerelli accostate all’olio delle voci. I colori orchestrali ci sono tutti, ma si trovano nelle sfumature e nell’attenzione del pubblico che sa ascoltarli. Il suo è un Puccini più di testa che di pancia, sussurra senza sgolarsi. Forse manca un pizzico di melodramma. Ma forse anche no.
Al coro di Gea Garatti Ansini possiamo solo tributare i soliti complimenti. Se il secondo quadro è stato probabilmente il più bello di tutta la rappresentazione è anche per merito della formazione coristica, coadiuvata dalla bella prova del coro di Voci bianche diretto da Ahlambra Superchi. «Ecco Parpignol, Parpignol! Col carretto tutto fior!».
Veniamo al gioco delle coppie. Se dovessimo scegliere dei compagni di vacanza, partiremmo senza dubbio con Musetta e Marcello, sarebbe certamente più divertente. (non ce ne voglia Mimì, ma sai che palle!!!). Musicalmente, invece, la sfida è più complessa.
Karen Gardeazabal è una splendida Mimì, con un timbro caldo e ben caratterizzato. L’avevamo già incontrata a Bologna nel trittico mozartiano ed anche all’epoca ci era piaciuta. Se nella parte bassa l’intellegibilità si perde nel colore bronzato della voce, in alto è sempre un piacere per le orecchie, anche per il solfeggio sempre impeccabile.
Che abbia già frequentato il ruolo lo si vede nei numeri musicali, sempre ben dominati.  Da menzionare il Sì Mi chiamano Mimì, che illumina la sala di scintillante emissione sonora.
Anche Stefan Pop è una vecchia conoscenza bolognese. Il suo Rodolfo ha gran carattere, sia vocale che attoriale. Ottima la voce, sia per volume che per timbro.  La parte è sua e lo si vede nelle arie di competenza. Veniamo agli altri due. Adeguato il Marcello di Vittorio Prato, aiutato da un timbro bruno che viene supportato da una naturale emissione.
Qualche parola in più per Giuliana Gianfaldoni, di certo il personaggio meglio caratterizzato del quartetto. La sua presenza in scena, naturale e spontanea, tratteggia una Musetta leggera e pratica. Vocalmente ha una voce limpida con facilità di acuto e, sebbene abbia uno strumento appena più leggero in volume degli altri compagni, non risulta mai penalizzata. Merito anche della sensibilità musicale di Dendievel, che non sparerà fuochi d’artificio, ma gioca bene con volumi e dinamiche. Mette un’autostrada davanti ai cantanti.
Adeguati tutti gli altri tra cui citiamo il Colline di Adriano Gramigli (in sostituzione di Davide Giangregorio) e Andrea Piazza nei panni di Schaunard.
Alla fine, applausi per tutti. La ricetta del successo è semplice: un’ottima regia, buoni cantanti ed una direzione adeguata.  What else? Ah, c’è l’annosa questione dello spazio scenico, ma se l’idea è forte non sarà mai la geometria a mortificarla. Mi spiace deludere i suprematisti euclidei, ma abbiamo visto cose egregie anche al Nouveau. Come questa.

Ciro Scannapieco

Foto Andrea Ranzi

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