Lungamente e meritatamente applaudito, lo spettacolo Nessuno – le avventure di Ulisse in scena al Teatro Verdi di Salerno dal 4 all’8 febbraio 2026, è parte del progetto di trasferire teatralmente grandi opere letterarie come Orlando o Decameron.
Nessuno – le avventure di Ulisse nella versione di Daniele Finzi Pasca evidenzia come l’uomo è un atleta che si allena alla vita ed ha l’obbligo di re-esistere alle avversità preparate dal destino/divinità, e scegliere di rivivere rinascendo dopo ogni avventura/avversità.
La drammaturgia di Emanuele Aldrovandi scopre la tematica centrale nella capacità unica dell’uomo di raccontare, narrare storie, e solo tramite esse si crea un legame con il passato e si progetta il futuro.
Finzi Pasca nella regia gestisce il logos forte del testo collegandolo al corpo voce del narratore/Ulisse insieme alla voce e ritmi percussivi della corifea/Penelope. La sua messa in scena è pienamente terrena, l’onirico non ha spazio, tutto è ancorato alle parole ed alla riproduzione della struttura del racconto.
Il racconto può iniziare dalla fine della messa in scena: il sovrastare del suono del ritmo primordiale, ancestrale e orgiastico che coinvolge il pubblico per restituire l’essenza della pièce: memoria collettiva dell’inno alla vita. Il ritmo scandisce la vita, la morte, la guerra, l’amore, essendo il respiro della nascita, il battito d’amore, lo sciabordio delle acque. Un racconto dell’infinito incontro tra thanatos ed eros.
Stefano Accorsi è Ulisse, il narratore e viaggiatore che ci conduce nel percorso della conoscenza/memoria, un abile atleta, capace di divenire i diversi personaggi che compongono il racconto dell’Odissea, poiché la realtà di Ulisse è l’insieme delle storie che racconta, il suo esistere è fatto dalle storie narrate. Lui è l’aedo che materializza con le parole agli occhi del pubblico le emozioni e la conoscenza.
Stefano Accorsi ci consegna un inizio in sordina, quasi affaticato, come un atleta che solo grazie allo sforzo fisico quotidiano può raggiungere il traguardo della sua competizione. Il traguardo di Ulisse è tornare alla sua terra e alla sua famiglia. Il ricordo della sua amata lo sostiene nelle avventure più difficili, il conforto dell’emozione più grande lo rende libero. La sua libertà è il desiderio della conoscenza e non può sottrarsi nel nostos dall’ambizione di conoscere l’altrove.
Ad accompagnarlo nel racconto il ritmo martellante delle percussioni e della voce/nenia di Francesca Del Duca una Penelope/corifea che sottolinea i punti salienti del racconto e restituisce il pensiero collettivo. Una Penelope donna che lo sorregge nel viaggio e lo rende vivo nella sua mente e nel suo cuore. Donna che, nonostante figura minore, riesce a perseverare nel suo intento: Ulisse è vivo e ritornerà ad Itaca. Non abbandona mai la speranza, e quando lo rivede prevale la gioia del suo ritorno sulle possibili azioni negative compiute dal marito.
La storia inizia dal “cavallo”. Il cavallo/vascello ideato da Luigi Ferrigno occupa la scena, luogo dove si svolge l’azione con un senso di claustrofobia, attrae a sé come una calamita tutti i racconti riferiti ingabbiandoli nella logica che Ulisse è un atleta che si allena, immagina e progetta al suo interno. La struttura non solo lo accoglie e protegge per realizzare le sue imprese ma lo trattiene come una prigione. Una struttura che gli propone e lo obbliga a ripercorrere i suoi passi, a rivivere le stesse strade più volte per ritornare alla sua terra. Poche volte Ulisse e Penelope si incontrano e questo avviene fuori dal cavallo/gabbia, perché l’incontro chiude l’esigenza di creare la realtà con le parole per lasciare il posto alle emozioni che si vivono e non hanno bisogno di essere raccontate.
Tonia Barone
Ulisse di Stefano Accorsi al Verdi di Salerno
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