Giovanni Ortoleva appartiene a quella sparuta fetta di registi che oltre a essere “giovani registi” sono anche registi giovani.
Trentacinquenne, ha un curriculum che va da Fassbinder a Shakespeare, da André Gide a Christopher Marlowe, da Frank Wedekind a Alexandre Dumas figlio, di cui ha recentemente riproposto La signora delle camelie, il terzo momento di una trilogia dedicata ai miti dell’amore romantico, dopo Lancillotto e Ginevra e La dodicesima notte (o quello che volete), indagati e smascherati, più ancora che rivisitati, nei loro paradossi, nel loro potenziale distruttivo e autodistruttivo.
Cercando di arrivare al nucleo per farlo deflagrare.
Stilizzando la narrazione attraverso snodi che si dipanano rapidi e chiari, fino alla resa dei conti che in questo caso vede la protagonista affrancarsi dal personaggio e ribellarsi al suo autore, accusato di quello che oggigiorno ci appare un po’ più chiaro.
Troppo facile incolpare della nostra infelicità l’oggetto stesso del nostro desiderio, malato almeno quanto il probabile mal sottile di cui soffriva Margherita Gautier.
La gelosia acceca, il sentimento di possesso, premiato o frustrato, è sempre sintomo di miseria di spirito, di inadeguatezza, di incapacità di capire.
Meglio sarebbe “amarmi un po’ meno e capirmi di più”, dirà Margherita in un momento topico. Invece il sacrificio non viene capito, la sincerità è esposta alla maldicenza e la libertà bastonata dalla pruderie del demi-monde, pettegolo e invidioso, che qui si propaga attraverso Gastone e Prudenza, sorta di coro a due che tormenta Armand.
Margherita come Nora Helmer, mi viene da dire, Margherita da una parte all’altra di questo mondo meraviglioso.
Desiderata, idealizzata, rinnegata, Margherita è invece artefice di quella che oggi chiamiamo autodeterminazione, mentre passa al setaccio i diversi “target” di amanti, giovani e vecchi, poveri e ricchi (“è incredibile quanto i ricchi si temano a vicenda”), malfidati e gelosi. Fiduciosi mai, sottomessi meno ancora. Sbagliati. A meno che non siano avviluppati in un patetico transfert e vedano in te la figlia che non hanno più o che non hanno avuto.
Sono ricadute di senso che la drammaturgia sintetica (Ortoleva e Federico Bellini) ridotta a cinque voci, permette di cogliere in modo efficace, gettando tra l’allora e l’oggi un ponte che giustifica pienamente l’operazione.
Non mi soffermo sulla trama, peraltro nota anche attraverso La Traviata di Giuseppe Verdi, e mi limito a dire che tutti i riferimenti del romanzo – appartamenti, libri con dedica, cadaveri riesumati, lettere – sono confluiti in una sineddoche scenica molto azzeccata. Un palchetto mobile che per la sottoscritta che ha assistito allo spettacolo al Teatro della Cometa di Roma, sembrava arrivare sul palcoscenico dal primo ordine di palchi passando per la quinta.
Su quel palco, luogo deputato alla visione, è invece Margherita che viene guardata, esibita, circuita, additata, in un ribaltamento prospettico che va oltre il gioco del teatro nel teatro verso una presa di posizione sostanziale.
Ben distribuiti gli interpreti, e ben accordati. Sono Anna Manella (Margherita), Gabriele Benedetti (narratore e Dumas padre), Alberto Marcello (Armando Duval), Nika Perrone (Prudenza), Vito Vicino (Gastone).
Lo spettacolo, prodotto da Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse, Elsinor – Centro di Produzione Teatrale, TPE – Teatro Piemonte Europa, Arca Azzurra Associazione Culturale, selezionato da Next – Laboratorio delle Idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo, è arrivato a Roma al Teatro della Cometa al secondo anno di tournée per tre date sold out (31 marzo, 2 aprile 2026), e il 15 aprile sarà al LAC di Lugano e dal 16 al 19 aprile al Teatro Fontana di Milano dove ha debuttato due anni fa.
La signora delle camelie
liberamente tratto dal romanzo di Alexandre Dumas figlio
drammaturgia e regia Giovanni Ortoleva
con Gabriele Benedetti, Anna Manella, Alberto Marcello, Nika Perrone e Vito Vicino
Dramaturg Federico Bellini
scene Federico Biancalani
costumi Daniela De Blasio
musica Pietro Guarracino
movimenti di scena Anna Manella
disegno luci Davide Bellavia
Foto di scena Giulia Lenzi