La Compagnia dell’Eclissi tra i “pazzi” di Eduardo Scarpetta

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Domenica 10 maggio 2026 serata conclusiva della XVII edizione del Festival Teatro XS Salerno al Teatro Genovesi.
Le attese premiazioni sono state precedute dalla messinscena Il Medico dei Pazzi di Eduardo Scarpetta, nell’adattamento e regia di Marcello Andria. La Compagnia dell’Eclissi ha voluto omaggiare il geniale attore e commediografo partenopeo, nell’ambito delle celebrazioni del centenario, con questa famosa commedia della maturità, rappresentata al Teatro Sannazaro nel 1908 ed ispirata alla produzione drammaturgica francese, con i necessari riadattamenti di ambientazione e lingua.
Un grande successo di pubblico, proseguito anche dopo l’epopea scarpettiana. Tra le altre, si ricordano la riduzione  cinematografica di Mattioli del 1954 con Totò e la versione Rai di Eduardo del 1959, un chiaro omaggio al genio paterno, seguite da numerose altre versioni, più o meno fedeli, sempre ben accolte in sala. Il celebre protagonista Felice Sciosciammocca di Roccasecca, nomen omen, il cui  destino era già segnato da un’incredibile ingenuità, (letteralmente “colui che soffia con la bocca aperta”), è un provinciale benestante e mantiene agli studi a Napoli il nipote Ciccillo. Una concatenazione di inganni lo porterà a fare i conti, in maniera vorticosa ed esilarante, con una presunta e necessitata «follia» degli altri personaggi della commedia, per diventarne egli stesso speculare; lo scarto fra realtà e immaginazione, piccole miserie e manie ammantate di sogni impossibili saranno inossidabile carburante di un congegno comico perfettamente collaudato.
Ma ritorniamo alla vicenda.
Questo nipote, più che essere interessato agli studi di medicina, è un perdigiorno dedito al gioco e alla bella vita,  che vive alle spalle dello zio, mentre quest’ultimo, conquistato il benessere e la rispettabilità, grazie anche al matrimonio con una vedova molto ricca, vede nella laurea in medicina del nipote l’ulteriore tassello dell’ascesa sociale familiare.
Le bugie intanto continuano e la laurea è un miraggio, mentre Ciccillo continua a chiedere sovvenzioni, questa volta per fittare e dirigere uno stabilimento da allestire a clinica psichiatrica. La dolcevita del nullafacente, nel panico all’inattesa notizia della venuta a Napoli degli zii, lo rende arguto ancora una volta, convince il recalcitrante amico Michelino a fingersi impazzito ed ossessionato dal canto lirico per presentarlo allo zio che, credulone come è, vorrà tenersi lontano dalla pericolosità dei pazzi.
Don Felice, invece, insiste per visitare la clinica e Ciccillo spaccerà come tale la pensioncina dove abita, popolata da varia umanità; prende corpo un irresistibile gioco drammaturgico, dove si inseriscono surreali ed eccentrici presunti “pazzi”, perfettamente credibili agli occhi dello zio, vittime solo di innocenti manie.
Lo spettatore, catapultato nel vortice di una carrellata di personaggi grotteschi e stravaganti, è nella morsa esilarante di una una dialettica vero-falso, dove la verità sembra sempre sfuggire; in questo surreale contesto segnali di sconnessione sembra darli, invece, proprio lo zio di Ciccillo, in balia di un sé che vuole aderire, sempre più, alla follia generale, trasformandosi “pazzo” agli occhi degli altri.
L’ambiguo gioco si ricompone, come d’incanto, nel suo finale, con la scoperta dell’inganno, il perdono dello zio e la pacificazione con i “pazzi”, sotto l’occhio bonario dello stesso autore. L’adattamento di Marcello Andria, aperta verbis, si pone nel solco della memorabile edizione eduardiana del 1959, riducendo però gli originari “tre atti” a vantaggio di un ingranaggio drammaturgico più essenziale e compatto. Il contesto scenico e gli agili arredi, rispettivamente di Francesco Larghezza e di Salvatore Esposito, gli attenti costumi di Angela Guerra, ed il corredo musicale e vocale di Marco De Simone e Marida Niceforo, hanno contribuito ad una resa dello spettacolo più aderente al gusto contemporaneo, in linea con la felice scelta registica.
Un omaggio alla tradizione, ma con i “ritocchi” necessari, nel pieno rispetto della volontà dell’autore di divertire il pubblico, farlo ridere o sorridere, a seconda, affidandosi ad un ingranaggio di tempi scenici veloci, oltre che all’espressività, versatilità e bravura interpretativa degli attori. Un tocco di novità, a sua volta, è il recupero di sprazzi dell’atmosfera del vaudeville, con l’inserimento di brevi momenti di canto, sia corale che individuale, sempre con misura e senza sbavature.
In tanta ricchezza di brio e leggerezza Scarpetta vince ancora, con la sua genialità autoriale ed il ritmo irresistibile della farsa popolare. Sua è l’arte della risata, gli attori, a loro volta, sanno  fare ridere, ed il gioco è ancora perfettamente funzionante, nonostante  la spiccata e poco attuale “credulità” del protagonista, il finale che sembra una favola a lieto fine e i tratti surreali ed ingenui dei personaggi. Gli attori, encomiabili nell’assecondare un ingranaggio perfetto, a tratti travolgente, pronunciano battute a raffica che divertono, grande interpretazione è quella di Felice Avella nei panni dello zio credulone, che ha suscitato non soltanto ilarità, pur in una cornice di comicità sobria, ma anche emozioni più profonde, sempre bisognoso di conferme e di straniato nel difficile contesto di quei “pazzi”.
La moglie Concetta, una calzante ed assertiva  Marica De Vita, ma in fondo anche lei ingenua, e Ciccillo interpretato da Alfredo Marino con aria scanzonata e bonariamente truffaldina, ma anche il recalcitrante Michelino, reso da un divertente ed esageratamente “pazzo” Mario Procida, hanno ben retto la prova a servizio dei rispettivi personaggi.
I “pazienti” della Pensione Stella sono stati abilmente tratteggiati e restituiti dagli attori, eccentrici o stralunati, altezzosi o spiantati, soverchianti o inconcludenti, impacciati o velleitari, in un gioco di squadra dove Maurizio Barbuto, Leandro Cioffi, Rossella Cuccia, Lea Di Napoli, Ernesto Fava e Andrea Iannone hanno generosamente tenuto le redini dell’azione. Sarà allora Il Medico dei pazzi sempre attuale, quale sorta di autentica metafora e luogo simbolico per leggere e interpretare il mondo attraverso le manie di un’umanità universale e multiforme? Certamente la labilità del confine tra normalità e follia è oggetto di tanto teatro successivo, pure di diversa natura, ma sospingendo altrove ogni altra riflessione, non in linea con il clima esilarante e frizzante della commedia, non resta che ricompensare le tante fatiche di scena con meritatissimi applausi.

 

Marisa Paladino

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