Ci voleva coraggio. E il Teatro Comunale di Bologna, nella sua veste temporanea di Nouveau, lo ha dimostrato affidando a Nicola Campogrande — compositore in residenza per il triennio 2024-2026 — la commissione di un’opera nuova di zecca, su libretto di Piero Bodrato, liberamente ispirata ai Racconti di E.T.A. Hoffmann. Il risultato, andato in scena il 15 maggio in prima mondiale assoluta, è Olympia: un titolo che ha il merito di porre domande urgenti — cosa significa essere umani? dove finisce la creazione e inizia la responsabilità? — anche se non sempre riesce a rispondervi con altrettanta profondità.
La storia ruota attorno all’androide Olympia, creatura del professor Spallanzani, ignara della propria natura artificiale.
Quando la verità si svela, la bambola meccanica del vecchio Hoffmann cede il posto a una coscienza che si interroga su se stessa.
È una «rivoluzione copernicana»: l’oggetto diventa soggetto. Il concetto è suggestivo, e il regista Tommaso Franchin lo declina con sensibilità, guidando la protagonista lungo un percorso di autocoscienza che costituisce il vero centro drammaturgico dell’opera.
Le scenografie di Fabio Carpene e i costumi di Giovanna Fiorentini — eleganti, coerenti, capaci di fondere presente e suggestione robotica senza cadere nella banalità fantascientifica — sono tra i punti più felici della serata. Il Comunale Nouveau, con la sua modernità tutta vetro e geometrie, si rivela uno spazio ideale per una storia che abita il confine tra umano e artificiale.
Dal punto di vista musicale, Campogrande sceglie la chiarezza: impianto tonale, armonie curate, orchestrazione esuberante ma disciplinata. Non siamo di fronte a partiture che sorprendono per originalità di linguaggio, ma la musica ha il suo indubbio fascino: ritmi vivaci e ben costruiti, melodie che sanno scorrere con naturalezza, contrappunti interessanti che testimoniano la solidità del mestiere. Il compositore rivendica un legame con la grande tradizione operistica italiana, e quel legame si sente — arie, duetti, concertati tornano a fare il loro lavoro narrativo, con risultati spesso gradevoli se non memorabili. Una parola a sé merita il libretto. Bodrato ha scelto per la protagonista un linguaggio volutamente giocoso e puerile: Olympia canta in rima, quasi a tradurre in musica la logica algoritmica della macchina, il suo pensiero binario e seriale.
È una trovata scenicamente efficace, che distingue la voce dell’androide da quelle degli umani che le stanno attorno.
E il pubblico, a quanto pare, ha apprezzato: all’uscita dal teatro si sentivano già canticchiare quei motivetti, leggeri e insistenti come filastrocche che non si riesce a togliersi dalla testa. Segno che Campogrande ha centrato almeno uno degli obiettivi dichiarati: scrivere musica capace di entrare nell’orecchio e restarci. Portato avanti per due atti, però, quel tono filastrocca può risultare alla lunga un po’ stancante, e qualcuno in platea lo ha avvertito.
Sul podio, Riccardo Frizza ha offerto una direzione misurata, priva di cedimenti romantici ma anche di slanci veri.
Orchestra e coro del TCBO — quest’ultimo preparato da Giovanni Farina — hanno risposto con precisione e compattezza. Una bacchetta affidabile, che ha sorretto lo spettacolo senza mai rischiare di travolgerlo.
Il cast si è mosso con buona diligenza. La meravigliosa Isidora Moles, nel ruolo dell’androide protagonista, ha affrontato con dedizione la scelta compositiva che le impone di cantare prevalentemente di testa — per simulare la voce meccanica della creatura — con risultati teatralmente coerenti e per tratti suggestivi, pur con il rischio, inevitabile, di produrre un effetto di stanchezza nell’ascolto prolungato. Francesco Castoro ha dato corpo con sicurezza al Jean Paul Dupont, mentre Silvia Beltrami ha tratteggiato con eleganza la professoressa Sherry Hope. Stefan Astakhov, nei panni dell’ingegner Spallanzani, ha offerto una prova nel complesso apprezzabile, con una presenza scenica autorevole e qualche momento di bella intensità, con qualche veniale sbavatura d’intonazione — cosa comprensibile, del resto, alle prese con una partitura nuova. Buono lo Zoltan di Eugenio di Lieto.
Alla fine, applausi caldi da una platea che ha riconosciuto nell’impresa un atto di fede nel teatro contemporaneo. La sovrintendente Elisabetta Riva ha parlato di <<investimento nella creatività>> e <<sfida condivisa>>. Olympia non è un’opera onesta, artisticamente solida e compiuta, che si interroga sul nostro tempo senza pretendere di risolverlo. In un panorama in cui i teatri raramente osano commissionare titoli nuovi, già questo è qualcosa.
Ciro Scannapieco
Teatro Comunale Nouveau, Bologna — 15 maggio 2026