La celebrazione del Teatro in «Adriana Lecouvreur» al San Carlo

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Adriana Lecouvreur_Teatro di San Carlo

È il teatro il vero protagonista dell’Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea rappresentata al Teatro San Carlo a partire da 14 giugno scorso con repliche successive(abbiamo assistito a quella del 18 giugno scorso).
Teatro, in quanto teatro al quadrato, doppio, metateatro, arte della recitazione, sovrapposizione di interpreti come nella trovata di accavallare al personaggio il volto e l’interpretazione di una grande attrice come Sarah Bernardt, gioco di scambio continuo tra il dentro e fuori la cornice, tra la finzione e la vita che finiscono per confondersi.
Tutti gli elementi originali del lavoro di Colautti e Cilea del 1902 tratto dalla omonima Commedia-dramma di Scribe e Legouvé sono sbalzati nella ripresa (responsabile Alessandra Premoli), a distanza di dieci anni, della premiata produzione del regista Davide Livermore per l’Opéra di Montecarlo in collaborazione con l’Opéra de Saint Étienne e l’Opéra de Marseille.
Efficace la realizzazione scenica (le scene sono firmate da Livermore e Giò Forma) attraverso l’utilizzo di pedane girevoli e nastri scorrevoli a rendere la mobilità di questo iter costante di andirivieni tra il dentro e fuori la scena. Vi gioca un ruolo di primo piano il raffinato gioco di luci di Nicolas Bovey che segue i chiaroscuri della vicenda e degli stati d’animo mentre fantasiosi, eleganti e ben differenziati risultano i costumi di Gianluca Falaschi ripresi da Anna Verde.
La dimensione poliedrica dello sfavillante progetto scenico è completato dai video di D.Wok. La vicenda è pertinentemente trasposta dal Settecento all’epoca liberty di uguale leggerezza e frivolezze sebbene sull’orlo del baratro della prima guerra mondiale, e in più epoca di composizione dell’opera che più che rimandare al clima verista riproduce atmosfere e suggestioni decadenti, impressioniste e una sensibilità inquieta che prelude alla crisi di valori novecentesca.
L’idea di Livermoore va ancora oltre prefigurando quale sfondo della vicenda individuale, con un rimando probabilmente un po’ forzato, la tragedia collettiva di quegli anni della prima guerra mondiale alle porte, con proiezioni e presenze in scena di soldati, feriti, personale infermieristico di ospedali di guerra, abbastanza esulanti dalla vicenda centrale dell’opera di Cilea ancora una volta basata sui sentimenti (amore e gelosia ne sono i motori) e originalmente come si diceva sul tema stesso del teatro che ricorre anche in altre opere dell’epoca, basti pensare a Pagliacci o in altri contesti alla Dama di picche di Cajkovskij, preludendo alla centralità di tale tematica di lì a poco nel tetro non in musica di Pirandello. Lo spettacolo risulta affascinante, ricco e addirittura turgido di particolari, dominando su tutto in più momenti l’arco scenico della Comédie Française.
Suggestivo ad apertura di sipario l’ambiente variopinto delle quinte con il capocomico nano e i colorati e vivaci attori e faccendieri del teatro ripresi in un febbrile movimento fin dalla musica introduttiva. La direzione di Pinchas Steinberg alla guida della lodevole orchestra sancarliana, con densa e morbida musicalità è risultata di grande coinvolgimento nel rendere con prodigalità i valori melodici, timbrici e sinfonici della partitura, più che verista, dai colori tardo romanticismo e impressionisti, oltre che il risalto da dare al canto e alla parola in un’opera che gioca perfino sul passaggio scambievole dalla recitazione al canto, come, oltre che nell’iniziale monologo iniziale dal Bajazet, nel momento della realistica recitazione del brano della Fedra di Racine da parte di Adriana nel terzo atto, che sembra contenere il segreto stesso della ragion d’essere espressiva della forma operistica.
Aleksandra Kurzak è stata un’Adriana dignitosa e liricamente appassionata dalla voce possente e armoniosamente ricca, affiancata da un prestante e disinvolto Maurizio interpretato dal dotato tenore Brian Jagde dalla vocalità slanciata ed ampia, mentre a completare il triangolo si è distinta per la chiarezza della declamazione e l’intonazione precisa e netta in tutti i suoi interventi Elina Garanča nei panni della elegante Principessa di Bouillon.
Suprema la scena delle due prime donne nel secondo atto che è risultata avvincente per le abilità attoriali e canore delle due antogoniste nel momento drammatico del confronto in incognita predisposto da Maurizio per consentire la fuga segreta della principessa, mentre ben più violento è il loro contrasto, nel ricevimento a palazzo di Bouillon, quando grazie agli oggetti di riconoscimento del mazzetto di viole di Adriana e del braccialetto rinvenuto della principessa, si conferma l’identità delle due rivali e l’agnizione che porterà alla separazione della protagonista dall’amato e al tragico epilogo del quarto atto.
Una nota di merito va alle coreografie di Eugénie Andrin culminanti nel raffinato “divertimento” sul giudizio di Paride inscenato nel ricevimento a palazzo Bouillon, reso ad arte dai ballerini del San Carlo ancora una volta in un’esaltazione del teatro nel teatro. Nota umanissima e costante la presenza del Michonnet di Pietro Spagnoli, che accompagna con naturalezza l’evolversi della vicenda discretamente al fianco di Adriana, completando il cast l’autorevole Principe di Bouillon di Antonio di Matteo dalla voce profonda, il grottesco e ben caratterizzato Abate di Chazeuill di Roberto Covatta, Pawel Horodyski (Quinault ),Matteo Macchioni (Poisson), Anna Grotto (Mad.ella Jouvenot ), Monica Bacelli (Mad.elle Dangeville), Salvatore De Crescenzo (un Maggiordomo).
Encomiabile il coro del Teatro di San Carlo bravamente diretto da Fabrizio Cassi. L’ultimo atto conferma la sciolta e sicura interpretazione della Kurzak affranta, libera di esprimere in una struttura aperta la sua sofferta espressione canora in cui il canto aderisce strettamente alla parola, che è in fondo una caratteristica stilistica di tale lavoro di Cilea, in cui è difficile riscontrare dei brani rigorosamente chiusi risultando magari invece modernamente costruito nel fluire musicale su cellule ricorrenti anche senza necessari nessi drammaturgici come evidenziato da Alfredo Mandelli.
Curiosamente Adriana fa uso di stampelle ma la scelta registica si spiega per l’eccesso di voler associare la protagonista alla Bernhardt che subì per una tubercolosi ossea l’amputazione di una gamba, campeggiando nella proiezione finale la interpretazione di quest’ultima nel cinema muto, a sancire su tutto il valore eterno dell’arte. In particolare nella scena conclusiva in questo incastro della recitazione nella recitazione nel video e sulla scena, le ultime battute di Adriana morente nel clima decadente dell’avvelenamento tramite il mazzetto di violette inviato dalla rivale, sona ancora una volta battute di puro teatro cui l’orchestra contribuisce a rendere con sensibilissimo senso dinamico la massima resa espressiva.

Applausi sinceri per uno spettacolo qualitativamente ricco e denso di stimoli

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