Emozionante escursione nella musica pianistica di Ravel di Jean-Efflam Bavouzet

0

Il valore dell’esibizione di Jean Efflam Bavouzet al Ravello Festival in corso, svolto il 27 agosto scorso alla Sala dei cavalieri di Villa Rufolo, è già intrinseco alla proposta stessa dell’integrale per pianoforte solo di Maurice Ravel dell’esecutore, che ha consentito un approccio complesso all’universo sonoro di un compositore straordinario.
I brani eseguiti presentati in ordine cronologico hanno offerto l’opportunità di un viaggio nel pianismo innovativo così come anche sostanziato di un profondo legame con il passato, del compositore basco-francese.
Il pianista francese dotato di solidità tecnica, capacità di analisi e lucida tenuta delle architetture compositive ci ha condotto con naturalezza attraverso le caratteristiche peculiari della musica di Ravel fatta di costruttività e riverberi, di corposità e sfumature ed effetti sonori inesplorati.
Il divenire del percorso diviso sostanzialmente in due concerti separati da una pausa di un’ora e mezza, scandito a partire dalla Sérenade grotesque (1893) e dal Menuet antique (1895) fino a Le tombeau de Couperin (1917) e quindi alla versione pianistica della Valse (1920), ha posto in risalto sia la chiarezza e la perfezione formale classica dell’autore che la leggerezza, il gioco di timbri e dei volumi quasi orchestrali, la mobilità di un discorso musicale intriso di ritmi sfaccettati e vivi che introducono ad una concezione della musica affatto moderna.
Il miracolo dell’oscillazione tra il meccanismo e la cantabilità è stato centrale nella prestazione di Bavouzet.

Della originale Sérenade grotesque scritta a soli diciotto anni sono emersi fin da subito i contrasti dinamici, il linguaggio dissonante e ironico, gli attacchi bruschi che avrebbero caratterizzato tanta sua musica a venire, non a caso il primo attributo del brano era stato “très rude” , “molto aspro.

Nel successivo Menuet si è definita l’ulteriore peculiarità della musica raveliana, il culto dell’antico, quell’arcaismo in chiave antiromantica peculiare della musica novecentesca neoclassica vissuto con uno sguardo dall’alto in un atteggiamento metacompositivo pur sempre in un rinnovamento del linguaggio armonico. Così allo stile più aggressivo dal punto di vista ritmico e armonico delle parti estreme del minuetto ha potuto emergere il carattere lirico del Trio centrale.
Con la Pavane pour une enfante défunte è stata la volta della resa elegante di un brano dal tono elegiaco che risente dell’influenza di Chabrier e che sembra andare incontro ancora alle seduzioni della musica salottiera salvo il richiamo costante ad un’asciuttezza che viene a raddrizzare il tiro.
La bravura del pianista è stata quella di coglierne in maniera netta tali sensibili passaggi.
In Jeux d’eau pur nella liquidità fatta di arpeggi e sonorità evocanti l’impressionismo musicale e per cui Debussy suggeriva un’interpretazione quasi ”immateriale” basata sull’uguaglianza delle mani, il pianista ha utilizzato una presa di tasti sempre sicura e strutturata che caratterizza il suo pianismo piuttosto che la varietà di tocco, in una resa chiara pur nel caleidoscopio di suoni e colori da cui sono emersi alcuni disegni netti come quello, tra l’altro, del secondo tema dal carattere orientale.
Del periodo tra il 1905 e il 1908 si sono succeduti la Sonatine che evidenzia ancora una volta il richiamo classico seppure ridimensionato nel diminutivo del titolo, i celebri Miroirs e Gaspard de la nuit.
La concisione del primo brano ha incluso connotazioni precise dei tre movimenti: il tono malinconico del primo derivato dalla forma sonata tra controllo e abbandono, la grazia del minuetto dal ritmo rigoroso quasi solenne su cui è risaltata la levità del trio intriso di aggraziati abbellimenti e infine la brillantezza del tempo Animé conclusivo affrontato con piglio clavicembalistico sia analitico che musicale.
Ci ha coinvolto in seguito il pulviscolo sonoro, l’inquieta modernità del primo brano Noctuelles (evocante il volo delle falene) dei Miroirs, una raccolta di pezzi, capolavoro della produzione pianistica di Ravel, della cui audacia armonica l’autore era consapevole e il cui spunto descrittivo è presto trasfigurato in puro suono attraverso il filtro della coscienza del musicista. Bavouzet ne ha sviscerata con estrema mobilità la cangianza sonora e l’epressività.
Al primo seguono: Oiseaux tristes, Une barque sur l’ocèan, Alborada del gracioso, La Vallée des cloches in una ricerca sonora fatta di suoni isolati spaziali come in quest’ultimo, cellule poste in risalto con varietà di tocco, suggestioni sonore svariate costituite di folgorazioni di luce quale il riverbero sull’acqua nella Barque sur l’océan, cascate di note o ritmi incisivi come nell’ Alborada di cui il pianista ha tirato fuori la percussività e l’uguaglianza degli ostinati accanto ad evocazioni esotiche con il canto sempre in evidenza in un‘esecuzione affascinante che apre al mistero e alla visionarietà di questa musica. Il primo concerto si è concluso con Gaspard de la nuit, un insieme di tre pezzi ispirati a tre liriche per pianoforte di Aloysius Bertrand, altra grande pagina della letteratura pianistica. Nel primo brano ancora una volta evocante il mondo acquatico, l’incantevole Ondine, il pianista ha realizzato un canto chiaro che è la voce stessa di questa ninfa dell’acqua fraseggiato con nitidezza mentre la mano destra accompagna in pp, per poi sottolineare la passionalità di un crescendo centrale prima di dissolvere il tutto tra schizzi d’acqua.

Di forte impatto sono risultati i più avanguardistici Le Gibet con la sua fissità ossessiva su cui si erge un canto lento e il notevole Scabro (il nome di uno gnomo deforme), dai toni beffardi e da incubo, giocato su un uso materico del suono e su forti contrasti di ritmo e di registro, rivelando l ’esecutore un’assoluta padronanza sulla struttura e sul ritmo.

Nel secondo concerto accanto a brani ispirati ad altri musicisti come Menuet sur le nom de Haydn, À la manière de Borodin, À la manière de Chabrier-paraphrase sur un air de Gounod…e il breve Prélude, il pianista ha affrontato i Valses nobles et sentimentales, sette valzer che finiscono per parafrasare Schubert ma dissacrandone abbastanza la mondanità salottiera, con toni sia ispirati che ispidi e aggressivi. In conclusione Le tombeau de Couperin, suite scritta nel periodo di guerra (1917) nel ricordo di amici perduti in quella circostanza, che sancisce un ritorno al classico, alla chiarezza, al rigore della forma seppure in un linguaggio del tempo presente cui Bavouzet si adegua con la consueta malleabilità. Come fuori programma, la turbinosa Valse, pensata come poema coreografico orchestrale, qui offerta con abilità virtuosistica in un’esecuzione un po’ uguale cui è forse mancato un pizzico di ironia e di sfumature sonore che avrebbero meglio reso quella dimensione “fantastica e fatale” voluta da Ravel. Applausi scroscianti e sentiti hanno reso omaggio all’eccezionale pianista e ad una serata di musica memorabile che ha restituito in mille sfaccettature il mondo musicale di un grande compositore.

Stampa
Share.

About Author

Comments are closed.