Il 1° febbraio 2012, in scena al Teatro Verdi di Salerno “Le allegre comari Windsor” di William Shakespeare, nella traduzione e adattamento di Fabio Grossi e Simonetta Traversetti, il primo anche regista, nella nota commedia che si è confermata di gradimento alla platea; la produzione è del Teatro Eliseo di Roma Protagonista, nel ruolo di Sir John Falstaff, un Leo Gullotta panciuto ed esuberante, l'intrigo con Ford e Page, benestanti gentiluomini di Windsor, e le loro astute mogli tiene la scena principale, con la governante un po' mezzana che cuce le trame con il parallelo intreccio di innamoramenti e corteggiatori disillusi, il manierismo linguistico di un reverendo gallese e di un dottore francese completano la gallerria dei personaggi principali di questo sempre attuale gioco delle parti, dove le furbizie interessate e galanti di Falstaff saranno smascherato, e lievità d'amore trionferà, per la coppia di fortunati giovani, uniti a dispetto di ogni altro volere. Quella di Falstaff, che Shakespeare aveva fatto vivere già nell'Enrico IV, è una figura felice ed amata, che ritorna nei panni del gran burlatore, amante alla pari di vino, soldi e gonnelle, finendo burlato dall'astuzia delle due allegre comari, corteggiate per interesse, che gliela faranno pagate. L'intreccio parallelo vede l'amore di uno dei tre pretendenti, il giovane Feton, trionfare sui rivali ed impalmare la bella Annetta Page, la mescolanza di astuzie e colpi di scena ha la sua inattesa sintesi nel finale della foresta di Windsor dove, spettacolo nello spettacolo, tra musiche e danze, la commedia si risolverà felicemente. Le scene ed i costumi di Luigi Perego conferiscono brio allo schietto e festoso clima della rappresentazione, anche la licenziosità della grande statua della Regina Elisabetta che sovrasta il palcoscenico, e dalle cui sottane escono attori e allestimenti coreografici non disturba, è un divertissement scenico da cogliere nell'irriverente e burlesca atmosfera, la trama si sviluppa, quindi, tra convenzionalità recitative e coralità attoriale dove ben riuscite risultano le sottolineature coreografiche di Monica Codena, leggeri e godibili i motivi musicali di Germano Mazzocchetti e equilibrato il gioco di luci di Valerio Tiberi. Il versatile e navigato Leo Gullotta, mai sopra le righe, pur nella viziosità caratteriale conferisce umanità e irresistibile cialtroneria al personaggio, la recitazione però non è sempre brillante, le allegre comari Monna Page/Rita Abela e Monna Ford/Valentina Cristina dimostrano ritmo e convincenti capacità attoriali, gli eccessi caricaturali del Dottor Caius/Alessandro Baldinotti e del Reverendo Evans/Paolo Lorimer sono degnamente sostenuti dai due attori, la governante Monna Quickly/Mirella Mazzeranghi ha buone doti espressive, il succedersi veloce di quadri ed il brioso andamento recitativo mantengono il sorriso allo spettatore, che all'incalzare di battute e doppi sensi si lascia andare anche alla risata.
Se la stagione lirica del Teatro Filarmonico si era aperta con dubbi e critiche con l'allestimento del Falstaff, complessivamente poco apprezzato tanto dalla critica che dal pubblico latitante, la nota opera “ I Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, per la regia di Franco Zeffirelli, ha ampiamente riscattato la qualità della Stagione, registrando un tutto esaurito ed un pubblico a ragione entusiasta. Il dramma in due atti, che solitamente, data la brevità, viene affiancata ad altra opera breve, spesso “CavalleriaRusticana”, è in scena solo, pensiamo anche per un problema di costi, da venerdì 27 gennaio 2012, ma considerando la ricca e complessa messa in scena, dal ritmo serrato e dalla poliedricità dei personaggi di contorno, avrebbe certo perso d'impatto se affiancata ad altra opera. La scena del primo atto squarcia le case di un villaggio tipico italiano del sud del primo '900, portando a galla la vita quotidiana che si svolge oltre le pareti domestiche fatta di piccoli lavori di stiro o di muratura, ma anche di relazioni, consentite e non, regolari e clandestine, mentre sullo sfondo si stagliano i locali; manifesto dell'epoca: un classico bar centrale e un'officina meccanica Pirelli. La piazza è gremita in una commistione di quotidianità e di eccezionalità per l'arrivo degli artisti: clown, acrobati e giocolieri si mescolano alla folla, tra travestiti e prostitute, contadini, ragazzotti e guardie. Il tutto potrebbe fare pensare ad un affresco felliniano, non fosse che Zeffirelli, capace nei colori corali delle atmosfere,, al grottesco preferisce la delicatezza dei tratti e ci porge tutto con eleganza. La scena del secondo atto elimina la descrizione della vita paesana e si concentra sugli artisti : clowns, giocolieri ed equilibristi, capaci di intrattenere il pubblico con le loro gags, di attrarre l'attenzione con continue invenzioni, creando nel palcoscenico continui mini spettacoli dentro lo spettacolo, mentre si svolge il vero dramma dell'opera. Il” verismo” dell'opera viene immediatamente sottolineato nel prologo, quasi un manifesto di intenti, quando in proscenio Tonio, uno dei protagonisti, nel ruolo della maschera di Taddeo, spiega come l'opera intenda mettere in scena le antiche maschere della commedia dell'arte per descrivere non sentimenti falsi e convenzionali ma passioni autentiche della vita: odio, amore, dolore. La tragedia, ambientata in un villaggio della Calabria di fine '800, racconta di una compagnia di artisti girovaghi che rappresenta nelle piazze una commedia in maschera. Mentre Taddeo batte la grancassa per chiamare il pubblico, Colombina, Pagliaccio suo marito e Arlecchino il suo amante si apprestano a recitare la commedia che tratta del tema del tradimento di Colombina e della gelosia di Pagliaccio. Ma prima della rappresentazione Tonio (nella commedia Taddeo), respinto innamorato di Nedda ( Colombina) scopre la tresca tra Nedda e Silvio, un contadino del luogo e fa in modo che il geloso marito Canio li scopra. La rappresentazione finisce in dramma quando Canio nelle vesti di Pagliaccio, approfitta della rappresentazione per farsi giustizia e di fronte ad un pubblico impotente ammazza la moglie Nedda e l'amante Silvio. Dice il regista Zeffirelli. “ Ho voluto attualizzare quest'opera facendo muovere i protagonisti nell'Italietta fascista del 1939.... Non è solo un'opera verista ma e' un'opera in cui si fondono miracolosamente verità e finzione, cronaca e arte.” Se le scene hanno ammaliato il pubblico, che non si è distratto nemmeno un attimo, tanto il volitivo direttore d'orchestra Julian Kovatchev, particolarmente apprezzato nell'introduzione al secondo atto, che gli interpreti non sono stati da meno:Amarilli Nizza nella parte di Nedda, di ottima presenza scenica e versatilità vocale, RubensPellizzari in Canio dalla voce scura e corposa, Alberto Mastromarino in Tonio, capace di affiancare la qualità vocale dall'ampia gamma interpretativa alla bravura teatrale, Paolo Antognetti in Peppe per la freschezza del personaggio e il convincente Devid Cecconi nel ruolo di Silvio, il contadino amante.
Midsummer, in scena al Piccolo Eliseo di Roma dal 31 gennaio al 5 febbraio 2012, prodotto dalla compagnia Teatro dei Borgia, si sviluppa sul filo di una trama tanto sottile quanto garbata e ben suppportata da una sapiente regia, che mescola ingredienti diversi. nella musica e nella sceneggiatura, bene interpretata da un cast essenziale e professionale; lo spettacolo è, nel suo insieme, gradevolissimo. Lo spettacolo rientra nella rassegna PUGLIA IN SCENA A ROMA, realizzata in collaborazione col Teatro Pubblico Pugliese nell'ambito del progetto Internazionalizzazione della Scena. La commedia è opera del drammaturgo inglese David Greig, tradotta per la prima volta in italiano, dal celebre critico teatrale, giornalista e anglista Masolino D’Amico. La regia è di Gianpiero Borgia, già vincitore del Premio nazionale della critica teatrale 2010 per lo spettacolo “Come spiegare la storia del comunismo ai malati di mente”. Le musiche propongono alcune canzoni scritte da Gordon McIntyre e sono interpretate in scena dagli stessi attori. La produzione è realizzata nell’ambito del progetto “Teatri Abitati: una rete del contemporaneo”, finanziato dal FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) dell’Asse IV, Linea di intervento 4.3.2, affidato dalla Regione Puglia al Teatro Pubblico Pugliese. Tre sono gli interpreti di questa pièce: Manuela Mandracchia, Christian di Domenico e il musicista Francesco Santalucia, che, inseme a Papaceccio, ha curato l'adattamento musicale. Edimburgo fa da sfondo alla vicenda che è semplicemwnte riconducibile alla classica sequenza tripartita: incontro d'amore, separazione e riconciliazione. Su questi scarni temi, ridotti veramente all'essenziale delle loro dinamiche, si sviluppa un "teatro di parola" che si dipana su un triplo piano. Dialogo e confronto tra i due protagonisti, che si coinvolgono in un confronto diretto che tende al disvelamento reciproco tra gioco e infingimento. Il secondo piano è dato dai monologhi di riflessione individuale dei due personaggi che, tra il serio e il faceto si "esercitano" in prove di rilassante fiducia o di stressante sospetto, verso un rapporto d'amore mai esplicitato in forma diretta, se non quasi al termine dellìessenziale azione teatrale. Il terzo piano lo si individua negli interventi di ciascun attore che, quasi voce fuori campo, parla della proprie vita e della propria storia, rivolgendosi al pubblico che, dapprima spettatore passivo, viene indotto a partecipare e ad assumere una posizione critica nei confronti dei pesonaggi. Vi è ancora un altro elemento di rilievo: un colpo di scena, non si sa se il fatto sia reale o immaginario, del legame familiare (moglie e figli) occultato, forse, da Bob ad Helena. Digitazione furiosa di SMS, risposte altrettanto nevrotiche a svelare una realtà o il timore che tale realtà si inveri. Ironia e leggerezza sono le qualità più rilevanti della pièce, che gratifica lo spettatore per le quasi due ore di durata dello spettacolo.
(in progress) Liszt e Roma è il titolo di un DVD realizzato da Gaia Vazzoler e prodotto da Sallustiana Multimedia, presentato il 1° febbraio 2012, a cura dell'Associazione ALIAS, nella Sala della Protomoteca in Campidoglio. Musicista e luogo compaiono come protagonisti assoluti, così che la scelta della prof.ssa Vazzoler dichiara fin dall'intitolazione la distanza dalla retorica oleografica e romanzatamente celebrativa; Liszt e la città che il compositore scelse per trascorrervi due decenni di grande rilievo della sua vita di musicista e di uomo, a partire dal 1861. Egli si stabilì prima in via del Babuino, poi in via Sistina, successivamente presso il convento della Madonna del Rosario a Monte Mario e il convento di Santa Francesca Romana al Foro; frequentò diversi posti assai noti come il Caffè Greco, Palazzo Barberini, la sala Dante di Palazzo Poli Si può parlare di una “Scuola romana di Franz Liszt”, attraverso le lezioni che diede a giovani interpreti; organizzando concerti-accademie che proponevano repertorio nuovo e rivoluzionario per la città di Roma, negli anni intorno alla sua assunzione a Capitale, e che veniva da anni di conservatorismo musicale. Attorno al grande virtuoso-compositore si svilupparono, o si rivelarono, talenti che espressero nella città eterna la loro genialità e che seppero rinnovare la vita musicale romana, e nazionale di riflesso, attraverso le moderne acquisizioni del linguaggio musicale che non prescindeva però dalle conquiste della tradizione. Prendendo spunto, dunque, dal Bicentenario lisztiano, celebrato nel 2011, si andrà a raccontare come la città di Roma tornò ad essere protagonista della cultura italiana con risultati di altissimo pregio artistico. Molti i ringraziamenti della Produzione alle istituzioni e alle personalità che hanno permesso la realizzazione dell'ottimo DVD: Ambasciata d'Austria a Roma, Ambasciata d'Ungheria a Roma, Ambasciata d'Ungheria presso la Santa Sede, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Roma, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo, Villa d’Este (in particolare l’ Arch. Marina Cogotti), Centro Televisivo Vaticano (in particolare il dott. Roberto Romolo), Radio Vaticana (Stefano Corato e Agnes Gedo), Conservatorio di Santa Cecilia, M° Michele Campanella, prof. Mario Bortolotto, M°Zoltan Kocsis, Orchestra Filarmonica Ungherese, Convento di Santa Maria del Rosario, Caffè Greco di Roma, Studio Transiti – Eventi e Comunicazioni, Francesca Parvizyar, Teatro Studio Keiros, M° Tommaso Carlini, M° Maurizio Paciariello, M° Massimo Spada, M° Monica Ferracuti, M° Claudio Cavallaro, M° Luca Sanzò, Aurora Cancian, prof. Livio Crescenzi e Dario De Rosa e L'Accademia d'Ungheria a Roma. Liszt e l'Italia e Liszt, come afferma Bortolotto nell'intervista contenuta nel DVD, "apolide"; lo testimonia una lettera dello stesso musicista a O.Mihalovich. “Tutto il mondo è contro di me: I cattolici perché trovano profana la mia musica di chiesa, i protestanti perché, i protestanti perché la mia musica è cattolica, i massoni perché considerano la mia musica clericale. Per i conservatori sono un rivoluzionario, per gli avveniristi un falso giacobino. Quanto agli italiani, malgrado Sgambati, se sono garibaldini mi detestano come un bigotto, se sono dalla parte del Vaticano mi accusano di trasportare il tempio di Venere in chiesa. Per Bayereuth io non sono un compositore, ma un agente pubblicitario. I tedeschi detestano la mia musica perché la considerano francese, i francesi perché la considerano tedesca, per gli austriaci io faccio della musica tzigana, per gli ungheresi della musica straniera. E gli ebrei detestano me e la mia musica senza alcuna ragione.” Nella serata del 1° febbraio 2012 , dopo l'introduzione del dott. Claudio Faccini (presidente Associazione ALIAS), della prof.ssa Gaia Vazzoler, la parte musicale dell'evento ha ospitato brani interpretati dagli artisti Michele Campanella, Tommaso Carlini, Claudio Cavallaro, Monica Ferracuti, Monica Leone, Massimo Spada, Vincenzo Baglio, Luca Sanzò, Letizia Calandra, Gaia Vazzoler e dalla danzatrice Titti Siniscalchi. Brillante e virtuosistica l'esecuzione del giovane Tommaso Carlini della Raosodia ungherese n.6; un fascino particolare nell'interpretazione di Consolazione n.3, in cui al pianismo raffianato di Vincenzo Baglìo si è aggiunta la delicata performance della danzatrice Titti Siniscalchi. L'omaggio di Liszt al genio di Richard Wagner si sostanziò, tra l'altro, nella ricchissima trascrizione pianistica di Isolde Liebestod, un brano che percorse a ritroso il processo di orchestrazione compiuto daWagner, o forse da von Bülow, ma il risultato per la tastiera è suggestivo;a restituirlo nella serata di cui vi diamo cronaca è stato con grande efficacia Massimo Spada. Ispirato dal soggiorno napoletano del grande compositore è Tarantella, che dell'incalzante pulsione ritmica fa elemento unificante, con un'amplissima, oseremmo dire, parafrasi centrale di una celeberrima calascionata, "Fenesta vascia"; ad eseguire il brano ancora il bravissimo Vincenzo Baglìo. Lungo sette secoli di storia della musica, moltissimi sono stati i compositori che hanno musicato i versi diFrancesco Petrarca. Autorevoli biografi, tra cui il Boccaccio, ci informano che Petrarca fosse dotato di una voce educata al canto e di cultura musicale: "In musicalibus vero, prout in fidicinis et cantilenis, et nondum hominum tantum sed etiam avium, delectatus ita ut ipsemet se bene gerat et gesserat in utrisque”. Sarebbe stato anche un liutista di qualche capacità, se è vero che ne possedeva uno a cui tributava quelle attenzioni che sono proprie di chi di uno strumento fa nobile uso “A Maestro Tommaso Bambasio di Ferrara lascio il mio buon liuto affinché lo suoni non ad usi profani, ma in lode a Dio”, scrive il poeta nel suo lascito. E ancora, in un'epistola privata, leggiamo “Canti, suoni, armonia di corde e liuti, ond'io già provai tanta dolcezza, che sì parea rapirmi fuor di me stesso”. E Liszt: “Avendo in questi ultimi tempi visitato molti paesi nuovi, luoghi diversi, molti dei quali consacrati dalla storia e dalla poesia; avendo avvertito che i vari aspetti della natura e le scene che vi si riferiscono non passavano davanti ai miei occhi come delle immagini vane, ma agitavano nella mia anima profonde emozioni; che si stabiliva tra loro e me una relazione immediata, un rapporto indefinito ma reale, una comunicazione inspiegabile ma certa, ho tentato di rendere in musica qualcuna delle mie sensazioni più forti, delle mie più vive percezioni”.. Annèes de Pélerinage è la raccolta ispirata ai pellegrinaggi, naturalmente artistici, compiuti fra il 1835 e il ’39 in Svizzera e in Italia, in compagnia della contessa Marie d’Agoult ; il primo libro è dedicato alle valli e ai laghi della Svizzera, il secondo è dedicato, ispirato alle arti e alla letteratura italiana; qualche decennio dopo il musicista sentì l'impulso di tornare sulla cultura italiana dedicandole una terza raccolta. In Italie o Deuxieme Année, accanto a brani ispirati a Raffaello e a Michelangelo, campeggia Aprées une lecture de Dante e compaiono I Tre Sonetti del Petrarca, realizzati tra il 1838 e il 1939 dapprima come lieder per voce acuta, rielaborati poi per baritono e per pianoforte solo. I Tre Sonetti del Petrarcada Années de Pèlerinage nacquero come Lieder, ma presto, come si diceva, l'autore ne ricavò una versione per pianoforte solo, nella quale essi sono da sempre eseguiti con maggiore frequenza. I tre componimenti poetici appartengono alla prima sezione del Canzoniere, quella “In vita di Madonna Laura”. Un amore che nella poetica del Canzoniere si fa concreto e terreno, ma sublima per l'inappagamento dei sensi; ci giunge difficile riportare la levità impalpabile dell'eros petrarchesco alla personalità e alla musica di Liszt, indipendentemente dalle scelte e dalle condotte di vita del compositore, evidentemente - soprattutto nel periodo degli Années de Pèlerinage - costellati di passione carnale. Pace non trovo, e non ho da far guerra,che espone una serie di antitesi e di chiasmi, pace-guerra, ardo-ghiaccio, temo-spero. I contrasti non rimandano a entità immateriali o metafisiche, essi emergono come peculiarità del sentimento amoroso e, per tanto, possiedono la capacità di eccitare risonanze diverse in ciascun ascoltatore, in relazione al vissuto, ai ricordi, alle speranze, ai sogni e alle delusioni di questi. Il brano diLiszt, impiantato in fa minore, esordisce con un Agitato assai: di ottave alla mano sinistra fino all'ingresso della voce che avviene in Tempo lento, e le armonie del pianoforte si dispongono più strettamente. Le frasi melodiche retoricamente adagiano le chiuse dei motivi su intervalli di settima o di seconda, ma alla parola “spero” corrisponde un salto cadenzale V-I, mentre a “ghiaccio” fa riscontro una settima diminuita discendente. La retorica melodica, però, dal sapore antico, viene reinterpretata e superata da Liszt, il quale ricorre a figurazioni irregolari, e la sillabazione si piega alle esigenze di intelligibilità del testo alto, fino a culminare, dopo un frangente di terzine in levare sull'armonia di do minore, in cinque battute di canto spiegato in reiterati lab sulle parole Voi, Laura, vocativo col nome dell'amata, che è un'aggiunta testuale operata da Liszte talvolta espunta nelle esecuzioni. Il soprano Letizia Calandra ha evidenziato i tratti romantici della composizione, con grande intensità espressiva e buona estensione vocale, al pianoforte ancora Massimo Spada.
Domenica 29 gennaio 2012 si è inaugurata a Verona la seconda edizione della Rassegna “Musica e arte sacra a Verona”, una iniziativa promossa e sostenuta dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Verona, che si svolgerà nelle Chiese più belle e significative della città scaligera., fino al mese di giugno del 2012. L'iniziativa, che ha come protagonisti la nota orchestra d'archi “I Virtuosi Italiani”, ha il pregio di essere gratuita: sette appuntamenti donati alla città per avvicinare i cittadini alla musica e all'arte, visto che alcune serate coinvolgeranno anche artisti di teatro e di altra provenienza artistica. Il concerto d'apertura si è svolto nella bellissima chiesa gotica di San Fermo Inferiore e ha visto un cambio di programma dell'ultimo minuto, a causa dell'infortunio occorso a Paolo Fresu, uno dei principali interpreti ospiti. A conferma dell'alto livello di professionalità e di capacità espressivo interpretativa dei Virtuosi, lo stravolgimento del programma iniziale, che prevedeva musiche di J.S.Bach, U.Caine, P.Fresu, F.S.Geminiani, G. Tartini, D.Di Bonaventura, J,M.Giannelli, M.Colombo. R.Galliano, G:F.Handel, non ha creato nel pubblico il minimo disagio. I Virtuosi hanno presentato un programma eterogeneo, molto più vicino ai giorni nostri e che ha spaziato dal Jazz alle colonne sonore da films, fino alle intriganti atmosfere di A.Piazzolla, con un minimo comune denominatore di attenzione al “ sentire interiore”, che ne ha reso pregnante l'ascolto, nella pertinenza della sacralità di un luogo capace di amplificare gli accenti dell'animo. Così si è passati dalla spiritualità del primo brano “Adagio” di S.Barber, alla malinconia in chiave Jazz di “Solitude” di D.Ellington, fino alla struggente “ Summertime” di G.Gershwin”, interpretata dal sax di un concentratissimo Federico Mondelci, ospite speciale, che ha saputo rivisitarla in chiave personale con ricchezza di accenti. Il concerto è poi proseguito con “Aria”, un brano del francese E. Bozza, costruito in chiave moderna a partire di una base musicale di J.S.Bach, per passare ai brani “Mission” e “C'era una volta il West” di E.Morricone e “Song for Tony” e “Suite da “Lezioni di piano” di M.Nyman, pezzi molto noti, la cui sfida è stata quella di una loro originale interpretazione. L'ultima parta del concerto è stata interamente dedicata alle coinvolgenti atmosfere di A. Piazzolla. Particolarmente nel primo brano “ Adios Nonino per violoncello e archi”, il violoncellista solista Leonardo Sapere, uno dei migliori talenti dei Virtuosi Italiani, ha dimostrato la sua grande padronanza espressiva e tecnica. Sono seguiti “Fuga Y misterio”, Melodia en la memore” e “Oblivion per sax e archi” nei quali Mondelci si è alternato tra sax e direzione dell'orchestra. Mondelci ha quindi introdotto i tre ultimi brani di Piazzolla: “Milonga del Angel”, Muerte del Angel”, “Resurrecion del Angel” spiegandone l'origine. Sembra che il compositore li abbia scritti a seguito di un fatto realmente accaduto a Buenos Aires che lo aveva profondamente impressionato. Per esigenze architettoniche era stata abbattuta nella città una costruzione con un angelo scolpito, cui gli abitanti erano molto legati.