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Oltrecultura - Le News
Un mostruoso capolavoro al Teatro Brancaccio Stampa E-mail
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Scritto da Maria Raffaella Pisanu   
Mercoledì 20 Novembre 2013 21:20

 

Non è facile trovare un Musical che, rifacendosi a un celebre film, trovi comunque sue peculiari modalità espressive e, pur mantenendo musiche e sceneggiatura originale, regali punte di entusiasmante novità scenica. È il caso di Frankenstein Junior, in scena al Brancaccio (dal 19 novembre al 1° dicembre 2013 - già in cartellone allo stesso teatro alla fine del 2012) e che proseguirà il suo tour, nell’ordine, a Carpi, Ancona, Verona (solo per citarne alcune) e poi al Teatro della Luna di Milano dal 30 gennaio 2014.
Protagonista un bravissimo Giampiero Ingrassia nei panni del brillante nipote dello scienziato Victor Von Frankenstein, il quale voleva ridare vita ai morti.
L'attore, che dà prova di buone capacità canore e ottima abilità interpretativa, è irresistibile nello strambo ruolo dello scienziato pazzo che spesso, nella sua geniale follia, si esprime pronunciando frasi velocissime e incalzanti come fossero scioglilingua (traduzione del testo di Franco Travaglio).
E tutti i suoi partner non sono da meno: stiamo parlando di
Valentina Gullace, esuberante e coinvolgente Inga, assistente e futura moglie del giovane Friedrick, Giulia Ottonello, un’esilarante straordinaria comicissima Elizabeth, egocentrica fidanzata di Frederick, Mauro Simone, Igor che nulla ha da invidiare al suo predecessore della pellicola, del baritono Fabrizio Corucci, simpatico Mostro e della bravissima Altea Russo, l’inquietanteFrau Blücher; ma anche, per finire, di Felice Casciano nei panni dell’ispettore Kemp, Davide Nebbia nel ruolo dell’eremita cieco, Roberto Colombo (Victor Von Frankenstein, il famigerato temuto avolo), Michele Renzullo (Ziggy, bizzarro cittadino), e infine di Paola Ciccarelli, Francesca Di Cresce, Giorgio Camandona e Anna Bodei. Vogliamo citarli per merito, merito davvero assegnato con piacere perché è raro che in una compagnia stazionino tutti allo stesso livello; in questo particolare caso, ma non a caso stiamo parlando della Compagnia della Rancia, il livello è eccezionale.

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L’uomo semplice si rapporta con la divinità: Triestino ne Il Custode Stampa E-mail
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Scritto da Maria Raffaella Pisanu   
Venerdì 22 Novembre 2013 23:42


Arrabbiato e sfinito, un custode si sfoga con due statue di cui sta a guardia da tempo. Troppo tempo, vent’anni: infiniti se moltiplicati per gli anni di antichità delle opere d’arte che quest’uomo veglia ormai nel silenzio, un silenzio disumano e a lungo andare straziante, rotto solo dai ruggiti del mare.
Un custode che verrebbe da aspettarsi “custodisca” qualcosa di più che sei semplici reperti archeologici, anche perché nel caso specifico qui si sta parlando dei
Bronzi di Riace, una delle più grandiose espressioni dell’arte scultorea di tutta la storia, rappresentazione estetica a metà tra l’umano e il divino. E in effetti quest’uomo ne sa tanto su di loro, quasi più che su se stesso.
Alternando allarmanti crisi nervose a momenti di incontrollata euforia dovuta alla prospettiva di una prossima, magari definitiva, "vacanza", armato di cerotto anti-mal-d'aria, questo custode vomita addosso al simbolo della Calabria per antonomasia tutta la propria insofferenza, il suo reiterato scontento per aver condotto una vita misera, in fondo incolpando queste inconsapevoli mute statue della sua stessa solitudine.
A quei "cornuti" rinfaccia un'esistenza spesa tra sole e mare, monti e vento, invece che nella Pianura Padana, in un Nord visto come risoluzione a tutta l'insoddisfazione e il rancore per dolorosi ricordi legati a questa terra ruvida e terribile da cui difficile è scappare e che è impossibile dimenticare.
La rabbia è rivolta contro una Magna Grecia tanto gloriosa e fiorente nel passato quanto dimenticata e poco riconosciuta oggi.
Il custode di e con Paolo Triestino, a Roma al Teatro Lo Spaziodal 18 al 24 novembre 2013, ormai giunto alla sua quarta edizione, ne esce come un dramma sulla vacuità delle meraviglie nascoste, sulla bellezza svalutata, sullo sfregio che se ne fa, un’indagine profonda e sofferta sul Sud dell’anima più che dell’Italia. Ma anche un lavoro di scavo nei meandri della fragilità umana, una bella prova autoriale di Antonio Laurio, presente alla prima, drammaturgo natio di Reggio Calabria che più di dieci anni fa accolse molto volentieri l’invito di Triestino a scrivere un lavoro in grado di raccontare la solitudine di una città e sfruttò l’occasione per mettere a nudo lo scontento di un’intera fetta di Paese portando sulla scena il rapporto tormentato che l’uomo ha nei confronti del proprio destino e, perché no, col divino.
Tanto divini e irraggiungibili sono i bronzi, quelle statue avvolte nel mistero, tanto più l’uomo semplice protagonista de
Il Custode se ne sente distante e incompreso, accanendosi su di essi come può.
Triestino
brandisce come efficaci armi le punte di sottile ironia del testo e cavalca un ritmo sostenuto, l’eroe tragicomico della pièce coinvolge il pubblico con le sue cadenze dialettali e i suoi modi da uomo comune in un “cunto” che è un piacere per le orecchie, perché il suo calabrese, anche se non è immediatamente fruibile, trasmette umanità, verità e tanta solarità.

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Shakespeare in tempore belli: Servo di scena al Teatro Bellini di Napoli Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Mercoledì 20 Novembre 2013 16:39

“Servo di scena” è, in quanto qualifica, una forzata, ma fortunata, traduzione di “dresser”, termine anglosassone che nelle compagnie di teatro elisabettiano configurava una figura priva di riscontro in altre organizzazioni di produzione teatrale; la diremmo una sorta di segretario personale con il compito di truccatore e, appunto, vestitore.
Il “servo di scena” in Italia, ma anche in Francia e in Germania, è piuttosto un trovarobe, un assistente di regia e un capomacchinista.
La traduzione, tuttavia, non si fonda su corrispondenze biunivoche e disambigue, e Masolino D'Amico, che ha realizzato la versione in italiano di “The dresser” di Ronald Harwood, scelse la più simbolica trasposizione in “Servo di scena” che quella sartoriale e , benché letterale, di “Vestitore”.
Il film del 1983 diretto da Peter Yates, The Dresser, conserverà, nella versione in italiano, il titolo scelto da D'Amico.
Nella produzione di Teatro Stabile di Brescia e Teatro degli Incamminati, Franco Branciaroli e Tommaso Cardarelli rappresentano al Teatro Bellini di Napoli dal 19 al 24 novembre 2013, la commedia di Ronald Harwood.
La regia è dello stesso Franco Branciaroli, che interpreta Sir Ronald, scene e costumi sono di Margherita Palli, le luci di Gigi Saccomandi.
Lo spettacolo, rodato alla perfezione, ha debuttato il 9 novembre 2011 al Teatro Sociale di Brescia.
La trama costruita da Harwood è ideale per ospitare situazioni metateatrali; l'intero sviluppo drammaturgico si realizza tra camerini e palcoscenico di un teatro della periferia inglese, nel giorno della prima locale di Re Lear di Shakespeare.
Il capocomico è un attore di enorme esperienza, ma provato dagli anni e da dissolutezze e stramberie; non è mai stato insignito del titolo, ma tutti, attori tecnici e agenti con bonaria ironia lo appellano Sir; la sua compagna di molti anni, pragmatica, interessata e delusa, assume per transitività il titolo di Milady.
Siamo nel vivo della seconda guerra mondiale e il Regno Unito è fatto oggetto di fitti bombardamenti tedeschi; tutta la popolazione maschile abile, dai 16 ai 60 anni è arruolata nelle forze armate.
La conseguenza è che artisti, tecnici e manager sono anziani o disabili, oppure omosessuali, poiché ai gay, veri o autodichiaratisi tali, era interdetto l'arruolamento.
Il teatro, perciò, diviene luogo di incontro di perdenti e di emarginati, poiché tali sono, per vario motivo, interpreti e pubblico.

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La parola e le generazioni: Prima del silenzio di Giuseppe Patroni Griffi Stampa E-mail
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Scritto da Marialaura Di Lucia   
Venerdì 22 Novembre 2013 03:10

Una calda accoglienza è stata riservata il 20 novembre 2013  allo spettacolo d’apertura della stagione del Teatro Stabile di Napoli (in cartellone dal 20 novembre al 1 dicembre 2013), approdato sul palcoscenico napoletano del Teatro Mercadante, con la regia di Fabio Grossi e le interpretazioni di Leo Gullotta e Eugenio Franceschini, Paola Gassman, Andrea Giuliano e Sergio Mascherpa, direttamente dal Teatro Eliseo di Roma.
Rappresentato per la prima volta nel 1979 nello stesso teatro romano, Prima del Silenzio di Giuseppe Patroni Griffi  fu scritto su “misura” per il grande Romolo Valli, l’attore emiliano che, l’anno successivo, trovò la morte proprio alla fine di una delle recite della pièce griffiana, di ritorno dall’Eliseo.

La lunga e prolifica attività teatrale di Patroni Griffi, cui immediatamente si affianca quella cinematografica (ricordiamo en passant alcuni celebri titoli, nati come opere teatrali e successivamente adattati per il maxischermo: D’amore si muore - 1958, Anima nera - 1960, Metti, una sera a cena - 1967), fa seguito ad una breve ma formativa stagione narrativa, che vede l’autore alle prese con ben due raccolte di racconti, tutti scritti tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso (Ragazzo di Trastevere, pubblicata da Vallecchi nel 1955, e Gli occhi giovani, uscita per i tipi della Garzanti solo nel 1977). Nel corso degli anni si cimenterà anche con la “forma lunga”, esperimento fortunato da cui nasceranno Scende giù per Toledo nel 1975 e il poetico La morte della bellezza del 1987 (del 1992 è il suo terzo e ultimo romanzo, Del metallo e della carne).
Figura poliedrica di narratore, drammaturgo e regista, Giuseppe Patroni Griffi scrive, dunque, il suo sesto lavoro teatrale quando ha alle spalle una carriera ormai ben consolidata e riconosciuta.
Prima del Silenzio si colloca cronologicamente sullo scorcio finale di quegli anni Settanta passati alla Storia come “gli anni di piombo”, quando le contraddizioni sociali, politiche, e ideologiche si spingono fino al parossismo e l’uomo, l’individuo, còlto nella sua dimensione di “monade”, si ritrova a vagare nella “selva oscura” dei paradossi esistenziali.
Ancora una volta, verrebbe da dire, a voler leggere il mondo attraverso lenti vichiane, e, come ogni volta, a farne le spese non è soltanto l’individuo più debole, ma il più nobile, l’intellettuale, colui che detiene il potere della parola come strumento di confessione e di testimonianza, come mezzo di redenzione e al tempo stesso di rovina, colui che all’occorrenza è il poeta, il folle o il profeta. Tutte queste facce o, per meglio dire, sfaccettature compongono il prisma in cui è “foggiato” il protagonista del dramma griffiano del ’79, che nell’atto unico andato in scena il 20 novembre 2013 ha ricevuto la magistrale interpretazione di Leo Gullotta.
“Abbiamo preso parte a tutti i naufragi, a tutte le rovine, a tutte le cadute, ma il naufragio delle parole ci trova ancora una volta impreparati.

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Il Titanic di Salvatore Cantalupo indaga l’angoscia della non comunicazione Stampa E-mail
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Scritto da Tonia Barone   
Venerdì 22 Novembre 2013 13:07

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Luogo buio invaso dalla nebbia, poca visione, sapore acre e irritante, una piccola luce nello spazio-palcoscenico indica la direzione dove lo spettatore rivolge e affina la propria visione, un’emozione di attesa/ansia pervade l’atmosfera. Il disagio. Musica ripetitiva di melodie/nenie che cede il passo a suoni incomprensibili ed una luce cala dall’alto, come un’ancora, ad illuminare il polveroso cassone dei ricordi. Ricordi di cosa? Un susseguirsi di visioni legate ai memorie, immagini, libere associazioni, tutte riconducibili alla parola TITANIC. Parola indagata come partenza, distruzione, apatia e inadeguatezza, e ancora come immagini di festa/circo e teatro delle ombre/ riecheggiamento, dove emergono in successione gli oggetti simbolo della propria vita. La parola è suono, incomprensibile, traccia di linguaggi, linguaggio di un gruppo che vive la propria esperienza di vita disadattante, solitaria.
Titanic the end è lo spettacolo in programmazione al Teatro Ghirelli di Salerno dal 21 al 24 novembre 2013, per la regia di Salvatore Cantalupo, un adattamento dell’originale di Antonio Neiwiller del 1984.
Lo spettacolo è inserito nelle azioni proposte per ricordare Antonio Neiwiller a vent’anni dalla sua prematura scomparsa, regista fondatore insieme a Toni Servillo e Mario Martone di Teatri Uniti.

 

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