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Woolf, Tolstoj, Joyce: a Public of Three. Il testo woolfiano, tra ispirazioni tolstojane ed echi joyciani Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Libri © - Oltrecultura: Recensioni Libri
Scritto da Marialaura Di Lucia   
Lunedì 23 Novembre 2015 17:38

 

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Dei quattro racconti animati dal "catch-me-if-you-can-demon" - An Unwritten Novel, Moments of Being: 'Slater's Pins Have No Points', The Lady in the Looking-Glass: A Reflection, The Shooting Party - che mostrano la scrittrice "in quest of Mrs. Brown" («Mrs. Brown is life, Mrs. Brown is human nature») nel tentativo di scandagliare la vita interiore di un essere umano, l'ultimo è quello in cui, a nostro avviso, Virginia Woolf raggiunge l'apice più alto della sua produzione narrativa breve.
Woolf sta ancora recuperando le energie spese per l'ultimo "parto" letterario, The Waves. In quella che è la sua opera più sperimentale, la scrittrice aveva avviato, tra l'altro, una profonda revisione della sua idea di personaggio.
I sei speaker che monologano a turno (l'autrice non li definisce personaggi) hanno sì ciascuno un proprio nome e proprie caratteristiche ma, allo stesso tempo, sono in relazione tra loro in modo da configurarsi come singoli aspetti di un'unica persona, sei facce monocromatiche che concorrono a formare il prisma complesso di una sola personalità.
Alla base del romanzo e del racconto soggiace una comune idea strutturale di fondo. Solo per convenzione The Waves è chiamato romanzo, avvicinandosi stilisticamente molto di più ai modi della poesia, mentre nella forma narrativa "imita" una composizione polifonica. La struttura, infatti, è quella di un sestetto vocale, in cui le voci delle sei figure dovrebbero risuonare contemporaneamente, sovrapponendosi, integrandosi e spiegandosi a vicenda. Ciò naturalmente non è possibile. Tocca, quindi, al lettore lo sforzo supplementare di sovrapporre le voci e considerare il risultato finale.
I risultati narrativi e stilistici ottenuti in The Shooting Party, d'altro canto, hanno davvero del portentoso. Da un punto di vista formale, il racconto si presenta come una lunga sequenza di sezioni distinte, separate e ritmate tra loro da spazi bianchi (una soluzione che Woolf aveva già impiegato per l'organizzazione dei singoli capitoli in Jacob's Room).
Ogni sezione contiene una o più "scene" che alternano, di volta in volta, interni ed esterni d'ambiente. Tutto il racconto si srotola in questi piccoli sketches che scivolano uno dopo l'altro come tanti pannelli illustrati montati su altrettante porte scorrevoli. Nella quarta sezione del racconto, la scena dei maggiordomi che entrano nella grande sala della casa, per allestire il pranzo delle vecchie sorelle Rashleigh, "drammatizza" e riassume in modo emblematico l'idea di una simile costruzione narrativa: «Then, silently, the enormously high door opened. Two lean men came in, and drew a table over the hole in the carpet. They went out; they came in. They laid a cloth upon the table. They went out; they came in. They brought a green baize basket of knives and forks; and glasses; and sugar casters; and salt cellars; and bread; and a silver vase with three chrysanthemums in it. And the table was laid».
Già in questo breve passo è possibile saggiare quale sia la sostanza linguistica che infonde il testo. Ѐ un linguaggio basato su stilemi che molto poco conservano della prosa, orientati come sono alle soluzioni retoriche della poesia. Ma c'è dell'altro. L'espressione "They went out; they came in", ripetuta due volte, risponde, ad esempio, ad uno stile formulare che è un tratto distintivo della letteratura veterotestamentaria. Si pensi soltanto al "fu sera e fu mattina" sul quale sono scanditi, all'inizio del libro della Genesi, i sette giorni della creazione; o ancora si consideri come la frase "And the table was laid" si modelli perfettamente sul "fiat lux". Di questo stile formulare, di cui la scrittrice aveva già dato mirabile prova nei primi racconti (si pensi a Kew Gardens), è intriso anche The Waves.
L'inserimento di interludi lirici nel tessuto connettivo del romanzo (dove il personaggio, proprio come il poeta, dice "I": «'I see a ring,' said Bernard, 'hanging above me. It quivers and hangs in a loop of light.' / 'I see a slab of pale yellow,' said Susan, 'spreading away until it meets a purple stripe.' / 'I hear a sound,' said Rhoda, 'cheep, chirp; cheep chirp; going up and down.'») concorre a creare una sorta di sovrastruttura narrativa, un racconto nel racconto o, meglio, una cornice all'interno della quale è rappresentato il passaggio del tempo nella natura che, a sua volta, simboleggia il trascorrere del tempo nelle vite dei personaggi.
Queste sezioni si sostanziano di una lingua poetica fortemente allusiva, tutta giocata sulle sonorità delle parole e sulle immagini. Quasi a voler riproporre l'atto adamitico di nominatio del creato - risentendo probabilmente delle stesse suggestioni bibliche che si ritroveranno in The Shooting Party - si vede come i personaggi non chiamino mai gli elementi naturali col loro nome.
Un'operazione molto simile Woolf la compie nel racconto, dove le sezioni iniziali sono introdotte da brevi pause descrittive che spezzano il respiro narrativo e danno vita a piccoli quadri d'ambiente. Nella quinta sezione, ad esempio, il ricorso allo stile formulare, poggiante sulla ripetizione di "Now and then", si arricchisce della struttura ternaria, che ingloba la presenza sempre viva di suoni onomatopeici.
La cornice narrativa di cui è provvisto The Shooting Party, tuttavia, è di ben altra natura rispetto a quella del romanzo. Essa compare nella prima e nell'ultima della nove sezioni che compongono il racconto, il quale si apre e si conclude nello scompartimento di un treno.
Quella del viaggio in treno è un'immagine cui l'autrice è molto legata, tanto da riproporla in tre diverse situazioni narrative (nel racconto An Unwritten Novel e nel saggio Mr. Bennett and Mrs. Brown).
La nostra opinione - pensando particolarmente a questo racconto - è che la memoria letteraria di Woolf sia risalita all'opera di uno dei suoi scrittori più letti ed amati, sia pure in maniera tormentosa, Lev Tolstoj, del quale dirà, in un saggio del 1925, che «of the three great Russian writers»- insieme a Dostoesvskij e Čechov - «it is Tolstoj who most enthralls us and most repels».
Il celebre romanzo breve, noto in Italia come La sonata a Kreutzer, si apre, infatti, su uno scenario identico: quattro viaggiatori condividono lo scompartimento di un treno. Nell'opera tolstojana la vicenda è filtrata dal punto di vista di uno dei viaggiatori che narra la propria storia in prima persona, mentre nel racconto di Woolf è mantenuta la narrazione in terza persona. Vasja Pozdnyšev, uno dei quattro viaggiatori del romanzo, che durante il tragitto confesserà al narratore l'uxoricidio di cui si è macchiato - l'evento attorno al quale ruota la storia - emette degli strani suoni dal fondo della gola.
A far propendere per l'ipotesi di un effettivo "contagio" di idee è un particolare, contenuto proprio nelle prime righe del romanzo tolstojano, che ricompare identico nel racconto woolfiano, un segno distintivo che accomuna entrambi i personaggi: «Un'altra particolarità di questo signore era che di tanto in tanto emetteva degli strani suoni, simili ad un raschiamento di gola, o ad un inizio di risata, subito interrotta».
Anche la donna che viaggia nel racconto, con una valigia e una coppia di fagiani, emette degli strani suoni: «Now, like somebody imitating the noise that someone else makes, she made a little click at the back of her throat: 'Chk. Chk'. Then she smiled».
L'espediente tolstojano dello strano suono emesso dalla bocca viene isolato da Woolf e usato come l'elemento diegetico fondamentale del racconto, di cui diventa filo conduttore. Ad una prima lettura, la storia non sembra avere nessuna connessione logica nelle parti in cui è divisa ma, ad un'indagine ulteriore, si nota come il racconto sia disseminato di tracce che si richiamano a vicenda all'interno delle varie sezioni.

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The Bassarids: Incontro tra antico e contemporaneo al Teatro dell'Opera di Roma Stampa E-mail
Oltrecultura: Eventi Musica © - Lirica ®
Scritto da Antonella Guida   
Giovedì 26 Novembre 2015 01:22

La Stagione lirica 2015/2016 del Teatro dell'Opera di Roma si apre il 27 novembre 2015 nel segno dell'audacia e dell'innovazione con la grande musica del secondo Novecento : in scena The Bassarids di Hans Werner Henze (1926-2012) , per la prima volta a Roma e nel cinquantenario della composizione (1965) , direzione di Stefan Soltesz e regia di Mario Martone.
La prima rappresentazione avvenne nel 1966 al Festival di Salisburgo che aveva commissionato l'opera, la quale si ispira a Le Baccanti di Euripide, rilette e presentate da due poeti moderni , Wystan Hugh Auden e Chester Kallmann ( Bassaridi è il nome, derivato dal vestiario, con cui erano designate le baccanti tracie e lidie ). Il testo descrive il conflitto drammatico tra eros e repressione e la vittoria di Dioniso, dio vendicativo, sul suo avversario e persecutore, il giovane Penteo, monoteista re di Tebe.
La musica per il dramma è stata composta nella forma di una sinfonia in quattro tempi. Il luogo dell'azione è il Palazzo reale di Tebe e il monte Citerea.
Una notevole sfida musicale, imponente l'organico dell'orchestra, e teatrale. Il regista Martone si dichiara entusiasta della scelta coraggiosa operata da Teatro, fattore di innovazione e rinascita:
"Ho accolto con entusiasmo la proposta di mettere in scena The Bassarids, e come poteva essere il contrario? Un teatro che ha finalmente il coraggio di aprire la stagione con un'opera del secondo Novecento, di un autore che ho sempre amato come Henze e su un libretto che mi consente di continuare il mio lungo viaggio nella tragedia greca (un viaggio che proprio a Roma ha avuto delle tappe fondamentali come Edipo re e Edipo a Colono). Ma nell'insieme è proprio partecipare a questa nuova stagione dell'Opera di Roma che dà un senso di azione e di rinascita, tutta la stagione mi sembra interessantissima. The Bassarids è una magistrale riscrittura delle Baccanti di Euripide, un testo tra i più misteriosi e perturbanti, che scava nel disordine indomabile che è dentro ogni essere umano e dunque dentro ogni società. Saranno proprio i due piani, quello interiore e quello politico, che cercherò di mettere in scena nello spettacolo."
L'opera verrà trasmessa in diretta da Radio Tre dalle ore 19 del 27 novembre 2015.
Internazionale il cast : Ladislav Elgr (Dionysus), Russell Braun (Pentheus), Mark S. Doss (Cadmus), Erin Caves (Tiresias), Andrew Schroeder (Capitano della guardia reale), Veronica Simeoni (Agave), Sara Hershkowitz (Autonoe) e Sara Fulgoni (Beroe). Il Coro del Teatro dell'Opera di Roma è diretto da Roberto Gabbiani.
I costumi sono firmati da Ursula Patzak, le scene da Sergio Tramonti e le luci da Pasquale Mari. Movimenti coreografici di Raffaella Giordano.
Dopo il debutto di venerdì 27 novembre 2015  (ore 19), in diretta su Rai Radio3, The Bassarids andrà in scena domenica 29 (ore 16.30) e, nel mese di dicembre, martedì 1 (ore 20), giovedì 3 (ore20), sabato 5 (ore 18), giovedì 10 (ore 20).

Per informazioni: operaroma.it

Antonella Guida

Foto di Yasuko Kageyama

 
Suggestioni romantiche da Pinchas Zukerman e Amanda Forsyth al Teatro di San Carlo Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Sinfonica ®
Scritto da Katia Cherubini   
Venerdì 27 Novembre 2015 01:07

L’amore negato e contrastato, come simbolo della Giornata internazionale contro la violenza sulle Donne, protagonista del concerto di Pinchas Zukerman, nella doppia veste di violino solista e direttore d’orchestra insieme all’Orchestra del teatro di San Carlo e la violoncellista Amanda Forsyth, in doppia recita il 26 e il 27 novembre 2015.
Un evento commemorativo, in memoria delle sorelle Mirabal, barbaramente uccise nel 1960 per aver contrastato il duro regime del Dittatore della Repubblica Dominicana Rafael Leònidas Trujillo, il cui obiettivo è quello di sensibilizzare le donne, ma soprattutto gli uomini, su un tema, purtroppo, sempre più attuale e allarmante .
Il primo brano in programma,“Mèlodie”, ultimo di tre brani inclusi in un’unica raccolta “Souvenir d’un lieu cher” op. 42 di Pëtr Il'ič Čajkovskij i cui primi due tempi sono Meditation e Scherzo. Genere sentimentale molto in voga in Francia, in cui la linea melodica del violino, sempre evidente lungo l’intero brano, rimanda alla vocalità cameristica della musica d’occasione nobile francese.
Sulla stessa scia stilistica “Sérénade mélancolique, op. 26, nella trascrizione per violino e orchestra, in cui e' risultata evidente la struggente cantabilità dello strumento solista .Entrambe le composizioni testimoniano una personalità tormentata e una sensibilità straordinaria,e, a tal proposito, non si può non essere d’accordo con le valutazioni del compositore Alfredo Casella sullo stile di Čajkovskij: “Una pagina di Čajkovskij è sempre un’emozione intensa: si rimane avviluppati nelle trame di un tessuto fatto di sensazioni tenere e drammatiche, di gesti e dinieghi che innalzano l’anima per poi sprofondarla nella cupa drammaticità dell’abisso. La crisi dei sentimenti, il dolore del confronto di un’anima con il mondo è in Čajkovskij motore di ogni azione ; la crisi è poi fuga , o da se stesso, dalla propria diversità, o dalla Russia, alla ricerca di un altro mondo (….). Una musica di volta in volta “felice oppure volgare, per la strumentazione “brillante”, per la forma solida sotto apparenze rapsodiche, per la capacità di emozionare il pubblico grazie a un lirismo sempre acceso e appassionato con una venatura di pessimismo dal fascino irresistibile”.
Segue il Concerto n. 2 in mi minore per violoncello e orchestra di Victor Herbert, direttore d’orchestra e compositore di origine irlandese, che ha visto, in qualità di solista,l’appassionata interprete Amanda Forsyth, che ha evidenziato, con il suo suono vibrante, energico e, in taluni passaggi, aggressivo, la linea melodica del violoncello che, uscendo dalla texture all’inizio del concerto, è sembrato quasi “afferrare l’ascoltatore per il colletto della camicia con il suo lamentoso ma intenso argomento melodico”. La violoncellista ha mostrato una lodevole tecnica e una brillante musicalità, unite ad una precisione e un’intesa perfetta con l’orchestra.
Conclude il concerto l’Ouverture-Fantasia Romeo e Giulietta, nata su suggerimento di Milij Balakirev, figura carismatica della musica russa che spinse Čajkovskij a rielaborare più volte la composizione, tanto che il compositore riuscì a contenere il sentimentalismo del soggetto con l’attenzione alla forma pienamente funzionale alla narrazione.

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Clara e Schiaccianoci adolescenti al Teatro Verdi di Salerno Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Danza © - Oltrecultura: Recensioni Danza
Scritto da Tonia Barone   
Sabato 28 Novembre 2015 17:35

 

Costruire una nuova versione coreografica di un brano del grande repertorio ballettistico spesso può spingere ad allontanarsi dalla trasposizione e dallo spirito originario o a compiere meri esercizi di stile.
Così non è per la trascrizione di Lo Schiaccianoci firmata da Lienz Chang nell’allestimento del Teatro di San Carlo, con le scene di Nicola Robustelli e i costumi di Giusi Giustino.
Lienz Chang, nel suo adattamento riesce a sommare elementi coreografici e trame appartenenti all’intero repertorio partendo dalla versione di Petipa-Ivanov vestendolo con un linguaggio contemporaneo.
Lo Schiaccianoci, balletto natalizio per eccellenza, amato dal pubblico per il suo innato sentire infantile dello svelarsi della meraviglia sul mondo che si va edificando, è sempre da leggere come un percorso di crescita individuale.
Lienz Chang non si allontana dalla trama originaria e focalizza l’attenzione sulla crescita dell’adolescente Clara e della sua scoperta del mondo amoroso in una lettura che recupera l’infanzia/adolescenza. Semmai Chang caratterizza i suoi personaggi con una visione a noi contemporanea, quasi volesse rivolgere il suo balletto ad un vasto pubblico giovanile, presentando una chiave di lettura moderna ed ironica.

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Un duo entusiasmante risplende al Teatro Verdi Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Cameristica ®
Scritto da Francesco D'Agostino   
Giovedì 26 Novembre 2015 16:20

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Lunedì 23 novembre 2015 al Teatro Verdi di Salerno si è esibito un duo cameristico di grande fama: il violoncellista Enrico Dindo accompagnato dalla pianista Monica Cattarossi.
Un sodalizio artistico che ha saputo rendere la serata speciale.
La loro proposta musicale ha abbracciato l'Ottocento per poi concludersi con degli artisti attivi nei primi anni del secolo scorso. Nonostante le presenze non molto numerose il concerto è stato un vero successo.
Il piglio didattico/informativo ha connotato l'evento: il solista ha di volta in volta presentato ed illustrato il repertorio. La prima parte è stata interamente dedicata a
R. Schumann e per aprire la perfomance la scelta è ricaduta sull'Adagio e Allegro op.70 composto nel 1849 (anno in vero densissimo di opere e di eventi), in un solo giorno, di getto, destinata originariamente al corno "moderno", con le chiavi, in fa: sul manoscritto il titolo era infatti Romanze und Allegro für Klavier und Horn. Nell'edizione, uscita da Kistner di Lipsia il successivo agosto, il titolo diventò: Adagio und Allegro für Klavier und Horn, bzw. Oboe, Vìolin und Cello.
La destinazione al corno moderno, con le sue doti di agilità, di estensione e di possibilità cromatiche, testimonia un interesse autentico di Schumann per questo strumento, ma l'indicazione "bzw." (rispettivamente), nelle edizioni italiane corrisponde a un nostro "oppure",e difatti la prima esecuzione avvenne nel gennaio seguente con il violino (Franz Schubert) e Clara Schumann al pianoforte.

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