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Salvatore Accardo e Michele Campanella a “Musicalmente per Telethon 2014" Stampa E-mail
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Scritto da Comunicato Pervenuto   
Venerdì 05 Dicembre 2014 12:35

Lunedì 8 dicembre 2014 alle ore 21.00 presso l'Auditorium di Castel Sant'Elmo in Napoli è in programma la dodicesima edizione di "Musicalmente per Telethon".
Per la prima volta il pianista Michele Campanella suonerà con il quartetto d'archi formato da Salvatore Accardo e Laura Gorna ai violini, Francesco Fiore alla viola e Cecilia Radic al violoncello.

Il concerto si aprirà con il "Quartetto in fa minore per archi, op. 80" di Felix Mendelssohn-Bartholdy; a seguire, il "Quintetto per pianoforte ed archi op. 44" di Robert Schumann, brano che ha segnato il debutto in formazione cameristica di Accardo e Campanella circa trent'anni fa.
I musicisti si esibiranno gratuitamente in favore dell'iniziativa dedicata alla Fondazione Telethon.

Promossa da BNL Gruppo BNP Paribas - partner ufficiale della Fondazione Telethon sin dal 1992- e dall'associazione Maggio della Musica, la dodicesima edizione di "Musicalmente per Telethon" è realizzata in collaborazione con la Soprintendenza per il Polo Museale di Napoli e gli sponsor tecnici Azienda Napoletana Mobilità (Anm) spa e Santarpino Pianoforti.
L'incasso della soirèe musicale è destinato alla Fondazione Telethon per sostenere la ricerca scientifica per la cura delle malattie genetiche. La partnership di BNL con Telethon è uno dei maggiori progetti di fund raising in Europa: la Banca affianca da oltre 20 anni la Fondazione Telethon nella raccolta dei fondi a sostegno della ricerca scientifica sulle malattie genetiche, condividendone valori e missione.
Una proficua collaborazione che ha permesso di raccogliere complessivamente dal 1992, 245 milioni di euro. Cifra che ha contribuito a far avanzare la ricerca su centinaia di malattie genetiche e che ha consentito a Telethon di mettere a punto terapie per alcune malattie rare prima considerate incurabili. Grazie ai fondi raccolti, negli anni la Fondazione Telethon ha potuto infatti finanziare 1.547 ricercatori per 2.532 progetti di ricerca su 450 malattie genetiche. Telethon si è impegnata dal 1990 a trasformare i risultati della ricerca di base in terapie accessibili.
Un passaggio impegnativo che si avvale anche della collaborazione con istituzioni sanitarie pubbliche e aziende farmaceutiche. Per contribuire con una donazione a Telethon sono disponibili - tutto l'anno - le agenzie, i bancomat e i canali on line della Banca: telethon.bnl.it, bnl.it e la fan page "BNL per Telethon" su Facebook e Twitter.

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“La scena”. Il caotico mondo delle emozioni , cui dare tenera accoglienza, raccontato da Cristina Comencini Stampa E-mail
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Scritto da Mariagrazia Liccardo   
Sabato 06 Dicembre 2014 16:20

 

 

Un scena dal 3 dicembre 2014 al Teatro Diana di Napoli, "La scena" , prodotta da Michele Gentile e il ROSSETTI Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia, Compagnia Enfi Teatro, è una commedia che vede protagonisti non solo le attrici Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti e l'attore 'in mutande'Stefano Annoni, ma la storia che Cristina Comencini, regista, sceneggiatrice, scrittrice e drammaturga ci racconta con ironia.
Domenica mattina Lucia, attrice, si reca a casa dell'amica Maria, dirigente di banca, per essere aiutata nella memorizzazione di un copione che dovrà recitare il giorno successivo. Per gioco Maria si cimenta a drammatizzare il copione.

Terminato l'ascolto, Maria racconta a Lucia di aver trascorso la notte con un uomo agganciato la sera prima, che ritiene sia 'a pelle' quello giusto, nonostante al suo risveglio non l'abbia trovato nel suo letto. In verità l'uomo non è che un ragazzo che svegliatosi nella notte si era riaddormentato per errore nella camera dei bambini.
Lucia è razionale, Maria passionale, il ventiseienne Luca, giovanissimo rispetto alle due amiche, ignaro mediatore.

Una scaramuccia tra personalità opposte, che si alleano per fronteggiare il conflitto generazionale e di genere che si accende nei confronti dell 'apparentemente confuso Luca che invece esprime con consapevolezza la propria umanità fatta di fragilità e forza.
Cristina Comencini, scrittrice, commediografa e sceneggiatrice,  regala dal palco concetti e preconcetti, giudizi e valutazioni, formalismi e autenticità, sofisticazioni e schiettezze, in un turbinio di azioni e dialoghi spigliato, ironico e sapientemente agito dei tre attori così presi dalla personale battaglia tra essere e apparire che non lasciano spazio all'immaginario, alla distrazione, alla riflessione dello spettatore fino a quando questi non cavalcherà la propria scena nella vita, fuori dal teatro.

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Invidiosi di tutto il mondo, immedesimatevi: Amadeus Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Mercoledì 03 Dicembre 2014 23:51

 

(in progress) Al Teatro Mercadante di Napoli c'era molta attesa per Amadeus, prodotto da Teatro Stabile di Genova, Compagnia Gank, per la regia di Alberto Giusta e interpretato nei due ruoli principali da Tullio Solenghi (Salieri) e da Aldo Ottobrino (Mozart).
Nel 1978 Peter Shaffer scrisse una pièce teatrale molto liberamente ispirata alla vita di Wolfgang Amadeus Mozart, raccontata dal presunto rivale Antonio Salieri; il titolo, meno fantasioso di quanto non sia la romanzata aneddotica riportata, era Amadeus.
Usando una terminologia mediata dal melodramma, e il contesto è quanto mai appropriato, l'ipotesto è rappresentato dal microdramma di Aleksandr Sergeevič Puškin, incluso in “Piccole tragedie”, dal titolo “Mozart e Saleri”.
Il lavoro teatrale di Shaffer va in scena a Broadway nel 1980 e mette in fila oltre 1000 repliche, che quasi conducono, senza discontinuità, alla consacrazione di celebrità che arriva con la trasposizione cinematografica di Milos Forman.
La pellicola fu pluripremiata, meritando premi Oscar per Miglior film , Migliore regia, Miglior attore protagonista a F. Murray Abraham, Migliore sceneggiatura non originale a Peter Shaffer, Migliori costumi, Migliore scenografia, Miglior trucco e Miglior sonoro.
La memoria di una veste così ricca, come quella cinematografica, non può non condizionare, almeno inizialmente, la visione della stilizzata messa in scena teatrale; inevitabilmente induce a concentrare l'attenzione sulla recitazione, sulle dinamiche di interazione, sulla capacità di superare il proscenio.
Modernità in abiti settecenteschi” è la definizione che il regista attribuisce al testo di Shaffer; modernità, non modernizzazione, perché, riflettendo, se un capolavoro ha resistito al trascorrere dei secoli e al mutare delle società, è perché esso possiede un valenza, che non sempre è percepibile nella sua totale essenza da un interprete, fatalmente in condizione di subalternità all'autore; perciò rivisitare opere di valore richiede dosi generose di coraggio, quando non di presuntuosa sfrontatezza.
Quanto vale per le opere di valore dovrebbe riguardare, transitivamente, per i geni che le hanno partorite e per le loro biografie.
Ma a Puškin può essere ben concesso romanzare le vicende di uno dei più grandi uomini di ingegno della storia; vale un teorema assolutorio che parte dall'ipotesi di raffrontabilità di valore intellettuale tra l'autore e la fonte ipotestuale per implicare la chiara leggibilità in termini di elaborazione fantastica di tutto quanto sotteso dal testo.
Quando assistiamo a Le nozze di Figaro di Mozart su libretto di Da Ponte, in forza del teorema esposto, non ci peritiamo di indagare più di tanto sulla fedeltà all'ipotesto di Beaumarchais e così per l'Otello di Verdi o di Rossini, o le innumerevoli trasposizioni di Romeo e Giulietta operate da Bellini, Berlioz, Čajkovskij, Prokof'ev, Gounod, ecc.
Invochiamo un corollario per assolvere Shaffer, attribuendo a Puškin la quasi interezza delle infedeltà biografiche e storiche.
Quando nel 1830 Alexandr Puskin compose il “microdramma” dal primo titolo di “Invidia”, presto mutato in “Mozart e Salieri” , produsse una scintilla che avrebbe innescato un incendio di ipotesi, congetture e accuse che vedevano Salieri accusato dell’omicidio del geniale rivale, nonché committente della Messa da Requiem  allo scopo di spacciarla come propria.
Una splendida trama per appetiti romantici: il musicista che sente approssimarsi la fine , e che fornisce ad un oscuro committente (un emissario dell’aldilà o del suo assassino) la composizione funebre destinata a commemorare se stesso. Quindici anni prima Stendhal aveva dato alla stampa una biografia del genio salisburghese, ma Puskin sentì il bisogno di demolire l’immagine neoclassica, apollinea di Mozart, mettendone in risalto i tratti più anticonformistici ed irriverenti, persino scurrili, che contribuissero a dar forma all’idea romantica del genio.
Una morte misteriosa per mano di un rivale invidioso e mediocre, ma gradito all’aristocrazia e ai salotti nonché al clero, e per di più italiano, costituiva un piatto ghiotto per un noir in salsa romantica.
Più di un secolo dopo Puskin , Peter Shaffer realizzò il dramma teatrale “Amadeus che avrebbe costituito la base per la sceneggiatura dell’omonimo film di Milos Forman.

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Musica di Corte e un Principe della Tastiera che omaggia C.Ph. Emanuel Bach Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Venerdì 05 Dicembre 2014 13:55

 

 

Concordiamo con Renato Bossa che dalle pagine del programma di sala sostiene la non univoca definizione di “Musica di corte” , essendo la materia, per genere, gusto, forma e uso strettamente connessa con i desiderata di un sovrano, o in generale di un nobile potente ;  di conseguenza non ci riesce di pensare ad un artista straordinario come Enrico Baiano a servizio di altri che non sia la Musica, sovrana delle arti, ad investire il musicista napoletano del titolo di Principe della Tastiera.
Giunto nel pieno della maturità artistica, cembalista e fortepianista di fama mondiale, Baiano vanta un curriculum concertistico e discografico senza pari tra i suoi connazionali e, di sicuro, molto più nutriti sarebbero se egli avesse avuto la sorte o compiuto la scelta di vivere ed esercitare in una nazione più attenta alla musica.
Nel Teatrino di Corte di Napoli, il 3 dicembre 2014, per l'Associazione Alessandro Scarlatti, su uno splendido  fortepiano costruito da Casiglia, copia di un Walter del 1795, Enrico Baiano ha presentato un programma monografico dedicato a Carl Philipp Emanuel Bach (1714-1788) nel terzo centenario della nascita da cotanto padre Johann Sebastian.
“Sonate, Rondò e Fantasie” il titolo programmatico del recital, diviso un due tempi. Si è attributa a Claude Debussy una frase di ammirato sconforto, allorchè questi si impegnò nello studio del contrappunto del 700 tedesco: “E' inutile affannarsi, J,S.Bach ha già scritto tutto “.

Della compiutezza dell'opera paterna dovette essere ben presto consapevole Carl Ph. Emanuel, tant'è che solo sporadicamente egli si cimentò in forme severe del recente passato, campo nel quale il confronto molto più che impegnativo con il gigantesco genitore sarebbe stato inevitabile.
Ecco che, consapevole della irraggiungibilità dei modelli del passato egli intraprese il percorso di innovazione e di proiezione verso il futuro, rappresentato dal nascente stile galante, dalla ricchezza del tessuto verticale armonico invece che orizzontale contrappuntistico e, inoltre, il rapido miglioramento del fortepiano apriva orizzonti dinamici che non potevano non stimolare un compositore e virtuoso, nonché trattatista, di enorme talento.
Di grande risonanza nel mondo germanico fin dalla sua pubblicazione fu il trattato "Versuch über die wahre Art das Clavier zu spielen", in due volumi stampati in epoche diverse, in cui il secondogenito di Johan Sebastian riporta prassi esecutive, criteri di sviluppi di abbellimenti, stili di fraseggio e di accentuazione musicale negli strumenti a tastiera.
Ancora un volta, come ci è accaduto con Paradies e soprattutto con Domenico Scarlatti - del quale Baiano ha recentemente pubblicato "Le Sonate di Domenico Scarlatti - Contesto, testo, interpretazione", scritto insieme con Marco Moiraghi, per LIM - Libreria Musicale Italiana -  ascoltando le musiche di Carl Ph. Emanuel Bach scaturire dalle dita del virtuoso napoletano si fa strada il convincimento, meditato, che quella e solo quella sia la lettura autentica e insuperabile.
Ci pensa lo stesso Enrico Baiano, poi, a sgretolare le certezze riferendoci che si può fare di meglio, naturalmente lo può lui stesso.

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L'ispettore generale arriva al Teatro Bellini di Napoli Stampa E-mail
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Scritto da Dadadago   
Giovedì 04 Dicembre 2014 18:43

 

Udite udite sta per arrivare l'ispettore generale da San Pietroburgo ed è subito tensione nella piccola cittadina di provincia della immensa Russia zarista coi suoi personaggi corruttibili e corruttori che annaffiano le giornate di vodka e disdegnano l'acqua in tutti i sensi.
Non a caso la vicenda è ambientata dalla grottesca rilettura registica di Damiano Michieletto in un bar operativo 24 ore appartenente al sindaco (Alessandro Albertin cialtrone quanto basta sempre schermato da occhiali scuri) della città e gestito dalla moglie, prototipo di donna volgare e sciocca, leopardata e dal tacco fuori misura (Silvia Paoli): luci depressive, slot machine, musica popolare, televisore, carta da parati scrostata, vetri rotti e varia umanità. Ed è qui che l'azione si svolge a vantaggio di un giovanotto dipendente statale (Stefano Scandaletti dal marcato accento veneto, dinoccolato e fatuo) scambiato per il revisore, incarnazione eterna di un potere punitivo e lontano.
Ivan A. Chlestakov il suo nome, capita l'antifona coglierà i benefici risvolti dettati dall'equivoco (oltre che sostanziose mazzette di soldi unti – ma si sa pecunia non olet – vitto e alloggio a scrocco, palpeggia imperterrito la moglie e la figlia del sindaco, sciatta ed insignificante impersonata da Eleonora Panizzo).
A popolare lo squallido bar è un gruppo di rispettabili burocrati (Alberto Fasoli, il giudice, Michele Maccagno sovrintendente alle opere pie, Fabrizio Matteini, ispettore scolastico), impegnati in schermaglie reciproche come nelle migliori tradizionali dinamiche del “branco”, pronti eventualmente anche ad esautorare il “capo” e mercanti disonesti, pronti al compromesso in nome del dio denaro.
Questa la trama originale de L'ispettore generale una commedia satirica scritta nel 1836 in cinque atti di N. V Gogol' che è in programma dal 3 al 7 dicembre 2014 al teatro Bellini di Napoli con i costumi di Carla Teti, le luci di Alessandro Carletti e le scene di Paolo Fantin.
Il taglio registico opta per atmosfere eccessive, urlate, kitsch che vorrebbero irridere quel potere che come uno specchio riflette la grettezza e la rapacità di individui esercitanti – chi più chi meno – il proprio tornaconto tra corruzione e sogni di una carriera brillante a danno di una collettività angustiata e da spremere fino al midollo. Ma nonostante il continuo andirivieni sulla scena di questi assurdi personaggi, ognuno caratterizzato da costumi, movenze, gestualità e recitazioni disomogenee (vedi la coppia Dobĉinskij/Bobĉinskij o lo stesso sindaco molto alla C. Bisio pronto a sfoderare la pistola come un malavitoso, il capo della polizia gringo e perennemente ubriaco, Osip servitore furbetto ed avido) il ritmo ha un che di rallentato, la recitazione seppur apprezzabile dell'intera compagnia non sembra “arrivare” al pubblico e sicuramente non gioca a favore neanche la durata di circa tre ore.

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