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“Evviva l'imbroglio, padrone del mondo!" Stampa E-mail
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Scritto da Maria Raffaella Pisanu   
Mercoledì 26 Febbraio 2014 23:09

 


Curioso caso, quello che, dal
17 gennaio al 16marzo2014, al Teatro Arcobaleno di Roma sia in scena Le Nuvole, notoriamente foriere di pioggia. Come a dire che un arcobaleno non può esserci senza. E la necessità di queste come preludio al bel tempo, unita al più intimo messaggio dell'opera aristofanea, porta alla considerazione che, per fare pulizia su tutto il marcio che c'è nel mondo, quel po' di pioggia, acqua purificante e salvifica, serva comunque e, anzi, sia benedetta. Un po' come la crisi, da molti vista come passaggio catastrofico ma in fondo opportunità di rinnovamento e inevitabile antifona di tempi migliori.
Tornando al caso specifico di cui sopra, senza adagiarsi su sofismi troppo laboriosi, ecco che la scena, stilizzata secondo l'uso tradizionale e incantevolmente arricchita e vestita da luci le quali, più che scenografiche, risultano "plastiche" (disegno di Giovanna Venzi), tradisce un gusto antico per la recitazione, dimostrando come un lontano capolavoro sia ancora in grado di stupire il moderno spettatore con mirabili esecuzioni. Il lavoro, ventennale fatica di Vincenzo Zingaro (cui va il merito quasi totale della sua buona riuscita per adattamento, allestimento, scelta degli interpreti, compostezza e misura), si avvale di meravigliose maschere come al modo classico di fare spettacolo nella cultura antica (opera del celebre Carboni Studio) ed è basato su movimenti scenici essenziali, schematici, quasi da teatro orientale. I costumi, di Paola Iantorni, completano il tutto con la dovuta vivacità, pur sempre sobria e propriamente degna della classicità rappresentata.
Questo lavoro, cui Zingaro è particolarmente legato perché sancì, nel 1992, il debutto della sua compagnia Castalia, negli anni è stato più volte ripreso, sempre con successo, ed entusiasticamente accolto da notevoli studiosi come una delle più riuscite elaborazioni del testo di Aristofane. In occasione del XXI compleanno della compagnia lo spettacolo è stato patrocinato dal MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI, nonché inserito dall’Università di Roma La Sapienza nel progetto internazionale “Il teatro classico oggi”.
Va detto che questo capolavoro risalente al V secolo a.C. ha da sempre affascinato le platee e fornito spunti di riflessione di grande levatura intellettuale: come sostiene il Prof. Franco Voltaggio, docente presso le università di Macerata e La Sapienza, “Le Nuvole sono, in realtà, un vertiginoso elogio dell’ironia e dunque della stessa ironia socratica, […] un’ironia, tuttavia, che può essere esercitata e diventare alta pedagogia, quando sappia rivolgersi contro se stessa”, al fine di riuscire a concepire ”la filosofia non come un incubo, ma come una fonte di gioia”.
Attualmente viviamo in un contesto in cui, nonostante l’ostentazione costante della libertà di pensiero individuale e le diverse filosofie di vita proposte, le masse si stanno sempre più conformando e amalgamando sotto l’egida del consumismo, in più omologandosi attraverso un sistema televisivo pericolosamente corrotto e corruttivo. Il Socrate di Aristofane, lungi da essere quello reale, è un sofista idealizzato della peggior specie, assolutamente inarrivabile, seducente e altero, tremendamente pieno di sé e delle sue teorie.

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“Ti parlerò… d’amor” a cuore aperto Stampa E-mail
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Scritto da Maria Raffaella Pisanu   
Mercoledì 26 Febbraio 2014 22:43

 

Sessant'anni di vita insieme e sentirli tutti sulla propria pelle, ripercorrendoli "A cuore aperto" con la freschezza del primo giorno, con le aspettative e la meraviglia proprie degli anni giovanili, ma pure con la consapevolezza della morte che inesorabilmente si avvicina. Dal 4 febbraio al 2 marzo 2014 la Compagnia Arcadinoè riporta in scena il lavoro inizialmente chiamato "A pelle", spettacolo che dopo tre anni di pausa riprende a undici anni dal suo debutto e che nel tempo ha registrato, in più di 300 repliche, migliaia di spettatori e grande consenso di pubblico e critica per le eccellenti intuizioni registiche e l'impegno degli interpreti. Si tratta di un interessante lavoro ambientato nel secolo scorso; la guerra, le deportazioni, le miserie legate agli anni seguenti vengono riesumati attraverso i ricordi di due ottantenni i quali ripercorrono quelle dolorose pagine della storia d'Italia grazie a una resa scenica evocativa, fatta di gesti stilizzati e vivida fisicità, momenti poetici e giochi richiamanti leggere clownerie.
Scritto, diretto con delicatezza e competenza, infine anche interpretato (nella versione a "monologo") da
Patrizio Cigliano, questa pièce ripercorre la vita dell'anziana coppia nelle sue tappe più salienti, dal primo incontro alla prima volta, a due minuti dalla morte di lei.
Due minuti che diventano un'ora di avvincente spettacolo, emozionando il pubblico con momenti assai toccanti, sottolineati da musiche dal carattere forte e particolarmente esaltanti (opera di
Fabio Bianchini) le quali accompagnano costantemente, quasi accarezzandoli, i due protagonisti.
Lo scorrere del tempo, scandito (non sembrerebbe esserci luogo più appropriato) al
Teatro dell'Orologio dagli ultimi battiti di un cuore ancora intenzionato a pulsare per qualcuno, scivola sui movimenti stilizzati, composti e fluttuanti, come di teatro-danza, degli interpreti in scena, cinque compreso Cigliano.
A sere alterne, difatti, mutano i protagonisti della medesima storia, narrata in due diverse modalità: nel cast a dialogo, accanto a un impeccabile, molto tecnico ed emotivamente convincente
Davide Lepore, si succedono Giorgia Palmucci e Martina Massa (cui fa riferimento questa elaborazione), mentre accanto all'autore e regista di questa singolare operazione scenica, nella versione forse impropriamente chiamata "monologo", troviamo un'accattivante Perla Liberatori, perla di nome e di fatto del doppiaggio italiano il cui notevole pregio, sul palco, è quello di non calcare troppo sull'ottima dizione della sua potente vocalità, giocando anche con le sue naturali inflessioni, con risultati particolarmente gradevoli.

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Con Camille Pissarro, in mostra al Castello Visconteo di Pavia, prosegue la visione dell’Impressionismo Stampa E-mail
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Scritto da Tonia Barone   
Domenica 23 Febbraio 2014 19:52

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Le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia ospiteranno nei prossimi mesi un altro grande maestro dell’Impressionismo, candidandosi ad essere luogo ideale dove incontrare questi artisti.
Dopo le mostre dedicate a
Degas, Renoir, e Monet (che ha registrato positivamente un record di ingressi), L’anima dell’Impressioniamo in programmazione dal 21 febbraio al 2 giugno 2014 sarà dedicata a Camille Pissarro, decano e figura centrale del gruppo. La mostra sarà visitabile tutti i giorni della settimana dalle ore 9 alle 19, e il costo è di 15,00 euro, il catalogo è edito da Rubettino Editore.
L’esposizione
Camille Pissarro, l’anima dell’Impressionismo, promossa dal Comune di Paviae ideata, prodotta e organizzata da Alef – cultural project management, si avvale della consulenza scientifica di Philippe Cross, e presenta una selezione di opere provenienti da musei di tutto il mondo come il Thyssen Bornemisza Museum di Madrid, il Brooklyn Museum di New York, il Mnar di Bucarest, il National Museum di Belgrado, la Johannesburg Art Gallery, la National gallery of Denmark di Copenaghen e molte altre.
Alessandro Cattaneo, Sindaco del Comune di Pavia afferma “Dopo l’enorme successo di critica e pubblico con Monet, che ha fatto registrare numeri davvero straordinari e inediti per Pavia, ecco che il nostro Castello Visconteo ospita un’altra assoluta eccellenza dell’Impressionismo come Pissarro. Il percorso, quindi, prosegue sempre più ambizioso, con Pavia che sta diventando sempre più contesto ideale in cui cultura e arte da una parte trovano la dimensione ideale e dall’altra sono valore aggiunto per la città tutta” e Matteo Mognaschi, Assessore alla Cultura, Turismo e Marketing territoriale sostiene ”Pavia continua con gli eventi di grande respiro internazionale, per confermare ancora unavolta il suo ruolo centrale di polo d’attrazione culturale. Monet cede il passo a un altro importante protagonista della pittura en plein air: Camille Pissarro. Il pittore francese sarà ospite nelle Scuderie del Castello, a dimostrazione del fatto che, nonostante le risorse economiche siano in continua diminuzione,le idee crescono, si sviluppano e da potenza diventano atto”.
La mostra dedicata a
Camille Pissarro vedrà, per tutta la durata dell’esposizione una serie di attività didattiche e laboratori creativi, a cura di educational Alef, consentiranno anche ai più piccoli di scoprire il percorso artistico e gli splendidi dipinti dell’artista. Inoltre in una sezione della Quadreria dell’Ottocento, Collezione Morone dei Musei Civici di Pavia, vi potrà essere un confronto tra l’arte di Pissarro con quella di un artista italiano suo contemporaneo anch’egli profondamente legato al tema della terra e della vita rurale: GiuseppePellizza da Volpedo.
I visitatori potranno, attraverso importanti lavori di
Camille Pissarro, ripercorrere le tappe fondamentali della sua evoluzione artistica e conoscerne anche gli aspetti intimi più nascosti, mettere a confronto l’uomo e l’artista.
Sarà proprio il pittore
Camille Pissarro, attraverso un suggestivo racconto in prima persona, ad accogliere e ad accompagnare i visitatori all’interno delle sale espositive, liberamente ispirato al libro Vortici di Gloria. Il romanzo degli impressionisti di Irving Stone.
La mostra si vuol trasformare in uno spettacolo sensoriale in cui le opere, protagoniste indiscusse, si animano attraverso le parole di Pissarro, suggestive immagini proiettate all’interno dello spazio espositivo e fragranze selezionate in base ai temi trattati per un’esperienza completamente immersiva e una totale fruizione dell’opera d’arte.
Il racconto inizia con il periodo della gioventù – dal 1857 al 1870 - e le prime esperienze che hanno avvicinato
Pissarro al mondo dell’arte: le origini caraibiche – nasce nelle Antille danesi nel 1830 -, l’incontro determinante con il pittore Fritz Melbye con il quale decise, nel 1852, di partire per il Venezuela e l’arrivo a Parigi dove iniziò a studiare all’école des Beaux-Arts e cominciò a lavorare al fianco di Jean- Baptiste Camille Corot, il primo che lo spingerà a dipingere en plein air.
In mostra due opere rappresentative di
Corot mostreranno come la produzione di Pissarro di questo primo periodo sia ancora fortemente influenzata dallo stile accademico. I paesaggi sono realizzati con costruzioni semplici e con colori piuttosto cupi come dimostrano Le Chemin, Paysage Hivernal, Unjardin de rosesdel 1862 e Lisière du Boisdel 1867, opere rappresentative di questa sezione.

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Nessuno vi farà del male Stampa E-mail
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Scritto da Anita Laudando   
Lunedì 24 Febbraio 2014 14:28

Nessuno vi farà del male oltre il silenzio della morte. Molti ne faranno, invece, col silenzio vile della superstizione, con la negazione di una scelta civile e consapevole come quella di donare gli organi.
In Italia il “silenzio assenso” che ci considera tutti donatori, a morte avvenuta, non riesce ad essere applicata. Ignoranza, falsi miti.
Cos’è la morte? Cos’è la vita? Chiudiamo gli occhi di fronte al dolore, finché appartiene ad altri.
Convegni, informazione, bioetica, biopolitica, teatro, arte, sentimento.
Al Nuovo teatro Sanità con il patrocinio dell’AIDO - Regione Campania- il valore della donazione di AITF – Regione Campania e Azienda Universitaria Policlinico Seconda Università di Napoli.Quanta fatica per spezzare le catene dell’analfabetismo del dono. Diritto alla vita.
Dal 17 al 23 febbraio 2014, al Nuovo Teatro Sanità di Napoli, Mario Gelardi, Fabio Rocco Oliva, Carlo Caracciolo, Gianluca D’Agostino, Cristiana Dell’Anna, Alessandro Gallo, Flaviano Barbarisi, Carlo Geltrude, Mariano Coletti, Carmine Luino, Mariarosaria Piscopo, Milena Cozzolino, Guglielmo Venditti, Carmela Lauri, Maurizio di Mauro.
Un cast che va ben oltre la semplice performance da palcoscenico.
Del resto è arte proprio quella bislacca simbiosi tra pensiero e vita. Lacrime e logos per un evento che ha diritto a farsi sentire.
Pubblico in piedi per una storia come tante, quella di una famiglia il cui quotidiano è sterzato dalla comparsa della malattia.
Stati d’animo forti.
Alessandro Gallo e Gianluca d’Agostino, sostengono Carlo Caracciolo e Cristiana Dell’Anna mentre impegnano ricordi e paure per calarsi in una profondità del sentire che oscura persino le luci fredde da ospedale.
Tutto e tutti i componenti di questo grande evento, hanno avuto un ruolo fondamentale per la riuscita di una coraggiosa scommessa attoriale.
Il rischio del pietismo sarebbe stato altissimo, invece, qualche giorno dopo il convegno,sostenitori e volontari si siedono tra gli spettatori e il dramma arriva senza indorature. Il superfluo è negato.
Non c’è bisogno di scenografie pompose per immaginare luoghi e brindare alla vita.
Si racconta della cruda linea di confine di “un corpo che non parla più, non mangia più, non dorme più” . Pregnante, e riuscita, prova d’attrice per la protagonista.
Testo e sottotesti riempiono lo spazio ingoiando la relazione emotiva di tre fratelli. Piccole imperfezioni sono annullate dalla fagocitante umanità del dramma.
Teatrale, nel senso di catartico, il loro personale rapporto con la morte, la speranza di “un altro giorno, solo un altro giorno”.
La drammaturgia ha la forza della autenticità, del vissuto, della sensibilità, quella vera, di chi conosce cosa sta raccontando, e questo impreziosisce gesti e ingravida di riflessioni gli spettatori.
Ho paura di non svegliarmi più, vorrei afferrare questo giallo per la gola e stringere, stringere forte, fino a sentire l’ultima parte della mia vita pulsare, sbraitare, piangere. Ho paura di morire.”
Chi riceve un trapianto è felice e grato di avere avuto una possibilità, di aver dato continuità ad una vita spezzata.
Donare gli organi è un atto di dignità.
La drammaturgia e la regia sono di Mario Gelardi e Fabio Rocco Oliva, gli interpreti sono Carlo Caracciolo, Gianluca D’Agostino, Cristiana Dell’Anna e Alessandro Gallo; le scene sono disegnate da Flaviano Barbarisi, foto di scena e grafica Carmine Luino e Mariarosaria Piscopo. Le prossime rappresentazioni 1 e 2  marzo 2014  al Civico 14 di Caserta.

 

Anita Laudando

 
Circo equestre Sgueglia: acrobazie di sorrisi per eludere le lacrime Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Sabato 22 Febbraio 2014 22:43

Dopo il successo dell'esordio nel corso di Napoli Teatro Festival 2013, il Teatro San Ferdinando, per la Stagione del Teatro Stabile di Napoli, ripropone dal 19 febbraio al 2 marzo 2014 “Circo equestre Sgueglia” di Raffaele Viviani, con la regia di Alfredo Arias, interpretato da Massimiliano Gallo, Monica Nappo, Tonino Taiuti, Carmine Borrino, Lorena Cacciatore, Gennaro Di Biase, Giovanna Giuliani, Lino Musella, Marco Palumbo, Autilia Ranieri e con la partecipazione di Mauro Gioia.
La produzione è di Teatro Stabile di Napoli, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia e Teatro di Roma ed ha conseguito,  nel 2013,  il Premio dell'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro
L'artista del circo da un lato raccoglie su di sé l'aura poetica dell'umile servitore dell'arte per gli umili e gli innocenti - come le donne e gli uomini delle periferie delle città e della società, e ragazzi e bambini da sempre affascinati dai circensi -  dall'altro diviene espressione di un nomadismo la cui tristezza deve essere ben nascosta in fondo all'anima, mentre la maschera del volto, le acrobazie, i funambolismi e l'esibizione di coraggio al cospetto delle fiere si offrono ad appagare l'esorcizzazione delle angosce dello spettatore.
Nell'arte circense si cerca un pericolo, si assume un rischio che il gioco esorcizza e si vende al pubblico una finzione che assume come ludica ed eludibile l'incertezza ovvero superabile ogni avversità fino alla sfida della gravità o della ferocia; la società scrive ben altri copioni e allora l'uomo è ingabbiato e domato da regole di oppressione e il circo della vita è popolato da innumerevoli artisti e goduto da pochissimi domatori.
In Viviani, però, il proprietario, Don Cicco Sgueglia, Marco Palumbo sulla scena, è un uomo dimesso, quasi inerme, la cui figlia Nicolina, che ha l'adolescenziale avvenenza di Lorena Cacciatore, è insidiata sotto i suoi occhi dall'esuberante mascalzone Roberto (Lino Musella), il cui fascino virile tenta anche la stessa consorte del proprietario, una donna, interpretata con autorevolezza da Autilia Ranieri, che se quasi insegue la rassegnazione di madre, non rinuncia alle prerogative di femmina, insoddisfatta da un sonnolento marito.
Ci piace riportare un aforisma di un grandissimo Maestro che da poco ci ha lasciati: “L'arte per i poveri non è un'arte povera” (Claudio Abbado).
Il nomadismo, la lunga e forzata condivisione di spazi , l'inevitabile promiscuità sono predisponenti conflittualità, tradimenti, adulteri cui non possono seguire separazioni, e letteratura e melodramma hanno trattato le tematiche dei tormenti sentimentali di donne e uomini del carrozzone; Pagliacci, di Ruggero Leoncavallo ne è esempio sublime,
Il primo lavoro in tre atti di Viviani è del 1922, realizzato per il Teatro Bellini di Napoli in quell'anno che segna l'inizio del ventennio fascista, quindi ben trent'anni dopo la prima rappresentazione di Pagliacci, ma non è rilevante la primogenitura quanto la sensibilità nell'affrontare la tematica; la diffusione del cinema, che si avviava a dotarsi del sonoro, esercitò di sicuro una fascinazione influente sulla creatività dell'artista stabiese, il quale, sembra voler suggerire Arias, anticipa il Chaplin de "Il circo", che è del 1928 e che il regista cita con delicato tocco mélo nella scena finale.
Raffaele Viviani è stato drammaturgo e attore molto sensibile alle tematiche sociali, a differenza del suo collega e rivale Eduardo De Filippo, che viceversa incentrò la poetica del suo teatro su temi tipicamente borghesi, individuali e psicologici laddove il commediografo stabiese poneva al centro gruppi e classi sociali, il mondo del lavoro, i drammi di etnie e di minoranze, la condizione degli ultimi e degli emarginati.
Zingari, muratori, pescatori, prostitute, diseredati dalla società tra le due guerre che le dittature priveranno di ogni protagonismo, celebrandoli solo nella campagne populiste, ovvero ricavandone tributi di marchette versate in ossequio alle “necessità” della maschia popolazione italica.
Donne schiave del mercato del loro corpo, come la protagonista di “Avvertimento”, struggente canzone di Viviani che “era come voi, n'angelo 'e figlia” e che del protettore violento e infedele ha la forza di affermare con un amore che sputa risentimento baciando desiderio: “Lassatammillo a me, so' degna d'isso … e isso è sulamente degno 'e me!”
Alfredo Arias, regista franco-argentino sensibile e sincero amante di Napoli e della sua cultura, ha trattato il testo di Viviani come un affresco musicale; la scena iniziale che rivela il fondale di Sergio Tramonti ritrae una piazza simbolo lungo un millennio di storia della capitale partenopea, di conquiste, rivolte, sconfitte, esecuzioni capitali e di quotidiani incontri di vite, di passioni: Piazza del Mercato, raffigurata con edifici squadrati a parallelepipedo secondo canoni del ventennio, ma con una visione a volo d'uccello che richiama le gouache, vedute pittoriche entrate in voga nel XIX secolo e che ad inizi del '900 erano molto diffuse, opera di artisti di caratura assai diversa.
Ma ci è parso anche di scorgere come una desertificazione di uno dei dipinti che Domenico Gargiulo (1609/1610 – 1675), meglio noto come Micco Spadaro dedicò alla storica e poetica piazza, ritraendola, tuttavia, pullulante di donne e uomini appartenenti a classi diverse e impegnati in varie attività, di dura fatica come di mero svago o di esibizione di status.
Arias ha un ricordo personale di un accampamento di circensi in terra argentina: "Davanti alla casa in cui abitavo con i miei genitori, si estendeva un terreno abbandonato, dove un giorno arrivò un circo molto povero, senza nemmeno il tendone, ma solo stoffe rattoppate. Al centro si innalzavano i pali con i trapezi. Dall'esterno si potevano vedere, senza pagare, i volteggi di poveri acrobati. Qualche animale triste passeggiava senza comprendere questo paesaggio di desolazione. L'orso, la zebra e il dromedario asciugavano le loro lacrime sotto un sole opprimente che bruciava questa Pampa urbana".

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