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Oltrecultura - Periodico di Informazione, Spettacolo e Cultura
La musica di Regina Carter al Ravello Festival è una miniera di Emozioni Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Jazz ®
Scritto da Ciro Scannapieco   
Mercoledì 23 Luglio 2014 12:02

Nera come il carbone degli Appalachi, dolce come l’anice e la cannella, calda e polverosa come il deserto: questa musica ha il fascino di altri tempi.
Ed è proprio da altri tempi che proviene. Non avrà avuto il piccone come i vecchi minatori ma Regina Carter ha presentato al Ravello Festival il 17 Luglio 2014 uno spettacolo che ha la pretesa di riportare alla luce un ricco filone minerario di musiche antiche e sbiadite emozioni.
Diciamolo, dopo aver sentito questa musica l’eco dei canti popolari è sembrato ancora riecheggiare nei cunicoli di quelle miniere che hanno dato lavoro a migliaia di neri e migranti da ogni dove. Southern Comfort, ancor prima di essere l’ultimo lavoro discografico della violinista americana, è un tributo alle proprie radici, un tentativo di scoprire le canzoni che avevano scandito la vita del nonno mai conosciuto, anch’egli minatore di carbone. Questo progetto non poteva non far tappa al Ravello Festival, che nelle intenzioni programmatiche del 2014, si è proposto come punto di incontro virtuale di tutti i sud del mondo.
Chissà cosa avrà pensato
R. Carter dopo aver ascoltato le registrazioni di John Wesley Work II e Alan Lomax, gelosamente conservate nella Biblioteca del Congresso. Chissà cosa avrà pensato e immaginato e chissà quanto le sarà sembrato lontano quel sud da Detroit e dai grandi Laghi.
Ma le grandi distanze sono per i viaggiatori più intraprendenti, soprattutto in musica e la violinista americana non è nuova a questi viaggi.
Nella sua musica, infatti, da sempre c’è un percorso, una storia da riportare alla luce, un tesoro antico da recuperare e restaurare, in ogni disco l'artista sembra voler esplorare un angolo del suo passato e della sua formazione musicale.
Southern Comfort arriva alla fine di un ideale ciclo iniziato con After a Dream (2003) in cui ha reso omaggio alle musiche di Paganini e alla sua formazione classica.
Più tardi è toccato alle canzoni dell’infanzia, quelle amate dalla madre, suonate in
Be Seeing You: A sentimental Journey (2006) per poi incontrare le origini africane in Reverse Thread.
L’artista è stata accompagnata sul bellissimo palco allestito sul
Belvedere di Villa Rufolo da Alvester Garnett alla batteria, Will Holshouser alla fisarmonica, Marvin Sewell alla chitarra e Chris Lightcap al basso.
Proprio a
Sewell sono state affidate le prime note di Miner’s Child, note nere pregne di blues sostenute da una ritmica solida quanto essenziale. In questo contesto hanno duettato il violino della Carter e la fisarmonica di Holshouser. Da subito il linguaggio musicale è sembrato un bignami di antropologia americana. L’anima nera del blues sublimata dalle note della chitarra, infatti, si è mischiata con la geometria del folk irlandese di violino e fisarmonica, generando un mescolanza sonora di grande impatto e forte connotazione identitaria. A dire il vero la Carter più volte ha arricchito la semplice melodia di questi brani con frammenti più colti, scovati sia dalla tradizione classica che dal patrimonio Jazz. Ma non è mai sembrata una forzatura, nemmeno quando ad essere manipolato è stato un inno gospel come I’m going home. Ma, è noto, ciò che non è riuscito alla musica colta di metà ottocento, ovvero di mescolare il patrimonio europeo con la freschezza della musica nera, è riuscito nelle strade dove suono e sangue si sono mischiati spinti più dall’istinto che dalla ragione.

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Quando il jazz ha il ritmo latino:Michel Camilo in piano solo al Ravello Festival Stampa E-mail
Oltrecultura: Eventi Culturali © - Oltrecultura: Eventi Culturali ®
Scritto da Dadadago   
Lunedì 21 Luglio 2014 21:16

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Una quintina di ottima musica, un concentrato di artisti dal calibro internazionale, un lusinghiero successo di pubblico, l'arrivo del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, in seguito all'invito formulato dal Presidente della Fondazione Renato Brunettasabato 19 luglio 2014 che loda lo sforzo per il recupero e la valorizzazione del patrimonio storico-architettonico del territorio oltre che per il consolidamento dell'offerta culturale del Ravello Festival, esprimendo a chiare lettere quanto sia importante l’esempio nel panorama della gestione dei beni culturali. “Ravello è un modello che soprattutto nel Mezzogiorno andrebbe studiato e valorizzato”, “Ravello ha saputo precorrere i tempi scegliendo la Fondazione quale strumento di governance agile e intelligente: ora tocca alla politica varare un decreto attuativo che regoli e ottimizzi il ruolo del Ministero all’interno di strutture come questa”.
Con queste premesse il Ravello Festival ha vissuto una settimana sì di impegno, ma estremamente gratificante sotto tutti i profili. E ovviamente ben contenti i numerosi partecipanti agli spettacoli proposti dal 16 luglio al 20 (Burt Bacharach, Regina Carter Quintet, London Symphony Orchestra, Michel Camilo, in prima assoluta Michele Placido e Luis Bacalov).
Noi ci siamo goduti il concerto del pianista domenicano Michel Camilo sabato sul Belvedere di Villa Rufolo. Presentare questo straordinario artista è invero difficile: avete presente un turbine, una esuberanza fuori del comune, un talento sviluppatosi sin da ragazzino (non a caso proviene da una famiglia di musicisti), una tecnica che attinge a vari stili pianistici, una immaginazione compositiva originale, una capacità eccezionale di fondere sonorità e ritmi latini con fraseggi affini al jazz, e nondimeno un pianismo capace di cantare l'anima sognante ed intima con tocco raffinato? Bene ci siete più o meno ma non ancora, non del tutto.
Dovreste ascoltarlo. Oggi a sessant'anni Michel Camilo che vanta riconoscimenti e collaborazioni forse raggiungibili in due vite è un pianista che sprizza energia da far invidia a chiunque, sorridente e coinvolgente (impossibile stare fermi sulla sedia quando stacca tempi incredibilmente veloci, quando le sue mani percuotono lo strumento senza tregua al ritmo bollente della sua terra ed emerge quanto sia influente il suo passato di percussionista).
Detto questo ci toccherebbe riferire della performance ravellese. In due parole? Concerto bellissimo!

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Le donne dell'attesa: Madama Butterfly a San Carlo Opera Festival 2014 Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Lirica ®
Scritto da Dario Ascoli   
Domenica 13 Luglio 2014 23:54

(in progress) Seconda giornata di San CarlOpera Festival 2014 dedicata a Madama Butterfly di Giacomo Puccini, regia ancora di Pippo Delbono, come per l'opera inaugurale, con la direzione musicale affidata a Nicola Luisotti, direttore musicale del Teatro di San Carlo e strappato alle meritate vacanze per sostituire il Maestro Tito Ceccherini, colpito da malore alla vigilia della prova generale e costretto ad un periodo di riposo di alcune settimane; a lui gli auguri di una pronta e completa guarigione e, naturalmente, al Maestro Luisotti il ringraziamento e l'apprezzamento per la dimostrazione di affetto per il suo teatro.
Il cast impegnato nella tragedia pucciniana ha affiancato giovani talenti a certezze affermate della lirica, quali Raffaella Angeletti, una delle più applaudite Butterfly degli ultimi dieci anni.
Il giovane tenore Vincenzo Costanzo ha ricoperto il ruolo di Pinkerton, Marco Caria è stato Sharpless, la giovane, ma apprezzata oltralpe, Anna Pennisi ha dato vita a Suzuki e di seguito, nell'ordine dela locandina, Miriam Artiaco (Kate),  Andrea Giovannini (Goro), Nino Mennella (Yamadori), Abramo Rosalen (lo Zio Bonzo), Alessandro Lerro (Il Commissario Imperiale), Paolo Marzolo (L'Ufficiale del Registro), Clorinda Verdaci (la Madre di Cio-cio-san), Giuseppina Benincasa (La Cugina), Giorgio Mastrantuono (Dolore) e, naturalmente la partecipazione di Bobò.
Il Coro del Teatro di San Carlo è stato diretto da Salvatore Caputo, le scene sono state dello stesso regista Pippo Delbono, i costumi sono stati disegnati da Giusi Giustino mentre le luci sono state curate da Alessandro Carletti.
Gli ultimi anni del XIX secolo vedevano il diffondersi di un fenomeno/vezzo culturale detto “orientalismo”, una moda funzionale alla veicolazione di messaggi filocolonialisti.
L’orientalismo presupponeva subdolamente o esplicitamente una subalternità delle culture asiatiche a quelle occidentali; l’oriente veniva anche rappresentato come la parte femminile del mondo, mistificando un simbolo come il Tao e facendo del dualismo Yin-Yanguna forzata allegoria oriente-occidente.
Gli accenti posti sul misterioso fascino dell’oriente fungevano da “afrodisiaco”, e l’emisfero Yin del mondo rimaneva terra di conquista, una civiltà decorativa e vacua, un luna park per occidentali arroganti e senza scrupoli.

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Sì alla vita, sì a Zorba: SancarlOpera Festival 2014 completa il Tris Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Danza © - Oltrecultura: Recensioni Danza
Scritto da Dario Ascoli   
Sabato 19 Luglio 2014 03:21

 

Atteso febbrilmente dagli appassionati di danza, immeritatamente snobbato dai melomani, ha debuttato - dire trionfalmente non è iperbole giornalistica - Zorba il greco, coreografia di Lorca Massine su Oratorio scenico di Mikis Theodorakis, il 18 luglio 2014 al Teatro di San Carlo.
Uno spettacolo totale e un finale di stagione che appare come una passerella per tutti gli artisti della Fondazione, impegnando Orchestra, Coro, Corpo di ballo e, di questo, i principali solisti.
Sul podio Mikhail Agrest, maestro del Coro Salvatore Caputo, protagonista eponimo Rodrigo Guzmàn, coprotagonista, nel ruolo di John, Alessandro Macario, due soliste come Roberta De Intinis e Alessandra Veronetti che nel corso delle repliche si scambiano i ruoli di Marina e di Madame Hortense e Edmondo Tucci nel ruolo di Manolios. Mezzosoprano solista è Rosa Bove.
Prologo di eccezione, tra mondanità e tanta ironia, in occasione della prima di Zorba il Greco, gli spettatori sono stati invitati a sentirsi modelli per una sera, in una sfilata sul tema degli Anni '60, quelli di Zorba, divenuto un film nel 1964, diretto da Michael Cacoyannis, che trasse la sceneggiatura dal romanzo di Nikos Kazantzakis; indimenticabile protagonista sul set l'immenso Anthony Quinn.
Un blue carpet per sfoggiare abiti e soprattutto se stessi, sotto occhi e obiettivi di speciali "paparazzi" , candidati a tag e condivisioni sui profili social network del Teatro; per non far mancare nulla, tanto di giuria dal vivo e web per assegnazione di premi.
La vicenda di Zorba, pure se nella memoria e nell'immaginario del pubblico rimane la frenesia orgiastica del Sirtaki, evolve in una livida tragedia, di amori contrastati, di diffidenza e odio verso il “diverso”, di Eros e Thanatos, di ricerca di origini e di amare constatazione di colori, sapori, sentimenti e amori perduti per sempre perché sopraffatti o spazzati via da avidità e smania di potere.
John, che nel romanzo e nel film ha il più british nome di Basil, è un intellettuale, scrittore, che giunge a Creta per entrare in possesso di una vecchia miniera abbandonata che egli ha ereditato.
E' nel recarsi nella mitologica isola greca che il giovane anglosassone incontra il maturo e dionisiaco Zorba, imbevuto di frenetico amore per la vita e per i piaceri che essa sa dare e che in essa vanno con ogni energia ricavati.
Ma la gioia ha i propri risvolti tragici e John lo scopre ben presto: innamoratosi, ricambiato, di una giovane e affascinante vedova, Marina, egli la condanna ad essere ripudiata dal suo gruppo (qui quanta affinità con Madama Butterfly) e suo malgrado ad essere uccisa dal padre di un giovane cretese, suicidatosi perché rifiutato dalla donna; nella coreografia di Massine, Manolios, non si abbandona al suicidio, ma sfida John e solo l'intervento di Zorba evita un epilogo cruento, mentre la musica di Theodorakis cita Romeo e Giulietta di Prohofe'v.
Il compositore greco, e il coreografo le sottolinea, distribuisce evocazioni musicali lungo la partitura, in cui ritroviamo anche il Nino Rota di La strada.
Dal canto suo Zorba sposa Hortensia, un'ex ballerina francese labile nella psiche, con un rito bizzarro e fasullo, e anche questa donna perirà tragicamente.
Il finale vedrà, dopo la presa d'atto del fallimento dell'impresa della miniera (un disastro bellissimo), i due uomini danzare insieme il Sirtaki che Zorba insegna a John, che progressivamente abbandona l'aplomb classico per gettarsi nella frenesia della danza della terra dei suoi avi.
“Il mio Zorba è l'eroe di un popolo d'avanguardia: il suo antenato potrebbe essere Dioniso” esordisce Lorca Massine nel breve scritto riportato nel programma di sala e prosegue con l'affermazione principale e direi programmatica del romanzo e della coreografia: “ La sua suprema affermazione del “Sì alla vita” - con tutto il piacere e la sofferenza che essa contiene – gli ordina di danzare.....”.

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Villa d'Este di Tivoli (RM) ospita il Festival jeux d’art 2014 Stampa E-mail
Oltrecultura: Eventi Musica © - Cameristica ®
Scritto da Redazione   
Giovedì 17 Luglio 2014 17:30

 

Sei appuntamenti di grande musica a partire dal 20 luglio 2014 a Villa d’Este a Tivoli, luogo che ha esercitato da sempre grande fascino sui musicisti, primo tra tutti Franz Liszt, per la nona edizione del Festival Jeux d’Art, direttore artistico Francesco Nicolosi.
Tre serate in luglio-agosto 2014 e tre a settembre; i primi nel Vialone della Villa, gli altri tre nelle sale del Palazzo.
L'esordio è affidato il 20 luglio 2014 a Emanuele Bastanzetti, una promessa del violinismo italiano, cui è stata assegnata una borsa di studio alla Royal Academy of Music di Londra.
Nel concerto inaugurale ci farà ascoltare il virtuosistico Introduzione e Rondò capriccioso di Saint Saëns insieme all’Orchestra Giovanile del Conservatorio di Musica Santa Cecilia di Roma diretta da Silvia Massarelli.
Domenica 27 luglio 2014 si esibirà il Quartetto d’Archi del Teatro di San Carlo di Napoli formato dalle quattro prime parti della prestigiosa orchestra partenopea; saranno eseguiti due quartetti di Mozart e lo struggente La morte e la fanciulla di Franz Schubert.

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