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L’immaginazione soffice e colorita de “Il teatrino di Don Cristobal” accarezza e “schicchera” sul cuore come usa il Guignol al Nuovo Teatro Sanità Stampa E-mail
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Scritto da Mariagrazia Liccardo   
Lunedì 02 Giugno 2014 18:48

 

Domenica 1 giugno 2014 si è conclusa la stagione teatrale 2013/14 del Nuovo Teatro Sanità con la rappresentazione de “Il teatrino di Don Cristobal”, farsa guignol elaborata nella traduzione del testo di Federico Garcia Lorca dalla compagnia Imprenditori di sogni ( Patrizia Di Martino, Niko Mucci, Marcella Vitiello, Francesco Saverio Esposito, Sara Missaglia, Fabio Balsamo) .
La prima stagione teatrale 2013/14 intitolata “Le nuove resistenze” si è conclusa egregiamente, con oltre 2000 spettatori, intervenuti a 25 rappresentazioni e 7 concerti; si può parlare di una determinazione, quasi di  una resistenza che ha dato i suoi frutti, ha aperto un’altra breccia in un quartiere noto  più per i suoi lati oscuri che per i tesori artistici, i suoi Palazzi storici: l’Ospedale di San Gennaro dei Poveri, Palazzo de Liguoro di Presicce, Palazzo di Majo, Palazzo Sanfelice, Palazzo Traetto, le 5 chiese, il chiostro, le 2 basiliche, il complesso religioso dei cinesi, l’architettura barocca dell’intero Borgo delle Vergini.
Ma l'arte e la storia occupano anche il rione sotterraneo, la fitta rete di ipogei ellenistici (catacombe, cimitero delle Fontanelle).
Luogo dei natali di Totò, fonte battesimale del più santo dei napoletani e  più napoletano dei santi: Alfonso Maria de' Liguori nella Chiesa di Santa Maria dei Vergini, ha riposato per sempre la penna di Francesco Mastriani, fu dimora dell’architetto Ferdinando Sanfelice, noto per la sua architettura barocca ed altra storia illustre sarà ancora da scrivere, come per le associazioni di quartiere nate e tenacemente sostenute in questi anni.
Immerso in un’energia ritrovabile solo nel centro storico, il Nuovo Teatro Sanità, rimanda questa agli spettatori, rinforzata dal misticismo di una chiesa, quella dell’Immacolata e di San Vincenzo,  che ospita il Palcoscenico e le poltrone, è tuttora adibita alle funzioni liturgiche, non sconsacrata.
L’energia del quartiere, quella della Chiesa e sicuramente anche l’energia vitale dello staff del Nuovo Teatro Sanità con la direzione di Vincenzo Pirozzi e artistica di Mario Gelardi , la collaborazione con L' Associazione Culturale & Teatrale " Sott'o Ponte” (nasce nel 1995 ed insegna ai talenti del quartiere Sanità l'arte della recitazione e del Ballo) creano quella sinergia che costituisce una nuova più forte energia con un grande potenziale.

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Le son du Narcisse e Il Coro Polifonico della Pietrasante diretto da Rosario Peluso: Musica e impegno sociale Stampa E-mail
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Scritto da Miriam Artiaco   
Lunedì 02 Giugno 2014 18:08

Le son du Narcisse” è il titolo del concerto in programma venerdì 6 giugno 2014  alle 20 presso la Domus Ars in Via Santa Chiara a Napoli del Coro Polifonico della “Pietrasanta” diretto da Rosario Peluso.
Un cammino attraverso l’esplorazione delle molteplici sonorità della musica corale contemporanea.
Brani di Britten, Debussy e il “Dirait on” di Lauridsen introdurranno l’evento clou della serata, la prima esecuzione napoletana della “Cantata dei Naufraghi” per coro femminile, soprano, mezzosoprano e accompagnamento di arpa di Vincenzo Palermo su testo di Giovan Battista Bilo.
Cristina Grifone e Daniela Salvo le voci soliste, Stella Gifuni all’arpa.
Il Poema “La Cantata dei Naufraghi” del poeta e librettista napoletano G.B.Bilo utilizza una metrica sciolta, irregolare, intrisa di simbolismi e giochi fonetici alla ricerca di una sonorità musicale.
Per questo gran parte della sua produzione poetica è stata musicata da diversi compositori napoletani contemporanei tra cui Vincenzo Palermo.
Dietro la lettera del naufragio di una nave si intravedono i naufragi dell'uomo contemporaneo.
Il compositore, pianista, direttore d'orchestra partenopeo Vincenzo Palermo ha collaborato in Italia presso il Teatro di San Carlo, il Teatrino di Corte, l’Auditorium della RAI , per i Pomeriggi Musicali e per il Teatro di Porta Romana di Milano, per il Lingotto di Torino, per il Teatro Valle di Roma, il Teatro La Pergola di Firenze. All'estero ha ottenuto numerosi consensi in Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Cile e Argentina. E’ edito dalla Casa Editrice Sonzogno.
L’ evento s’inserisce nel percorso culturale di ricerca, sostegno e diffusione della cultura musicale napoletana contemporanea che il direttore Rosario Peluso porta avanti in un progetto più ampio di diffusione culturale.
Numerose le iniziative tra cui il recente progetto “Degli Antichi e dei Moderni”, (2011), che traccia un ponte tra compositori partenopei antichi e contemporanei, o la nota esecuzione del graditissimo “Festino del Giovedì Grasso “ di Banchieri,(2005, 2006) o il progetto “Poesia del suono e dello spazio”(2009), centrato sul concetto di spazialità del suono, con prime esecuzioni napoletane di autori contemporanei e moderni, o ancora come la collaborazione al recupero e all’esecuzione di brani inediti del ’700 napoletano, con l’orchestra “I Solisti di Napoli” (2010).

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Manon Lescaut "io la sento da italiano, con passione disperata", Stampa E-mail
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Scritto da Dadadago   
Mercoledì 28 Maggio 2014 20:07

 

Sono i primi mesi del 1893 quando il grande successo di critica e di pubblico arride al compositore Giacomo Puccini con la sua terza opera Manon Lescaut.
Un lavoro che da quel momento è sempre stata in repertorio, anche se non gode certo della popolarità delle altre produzioni del musicista lucchese, e col quale egli inizia il percorso che lo porterà a porre al centro della propria drammaturgia il mondo femminile con le sue indimenticabili eroine.
Ed è questo titolo che propone il Teatro Verdi di Salerno da domenica 25 maggio 2014 (con repliche il 28 ed il 30), nel nuovo allestimento registicamente curato da Renzo Giacchieri, che ha anche ideato i bei costumi. Punto di partenza per la creatività puccianiana è un soggetto che aveva già suscitato l'interesse di molti, ovvero il romanzo settecentesco dell'abate Prevost “Histoire du chevalier Des Grieux e de Manon Lescaut”, la cui riduzione travagliata e lunga circa tre anni, a libretto operistico, viene affidata in prima battuta a Ruggiero Leoncavallo, poi a Domenico Oliva e Marco Praga e ancora a Luigi Illica e Giuseppe Giacosa a cui si aggiunse Giulio Ricordi che apportò il proprio intervento nella fase conclusiva.
Al centro della vicenda la tragica vicenda tra Manon giovanissima creatura sensuale, ma incostante ed attratta dal lusso e il suo amato Renato Des Grieux, tradito con il vecchio Geronte, che ciò nonostante, preso alla follia, la seguirà fino all'esilio e alla morte. In questa trama basata su una successione aperta delle scene, dal taglio modernamente cinematografico, si innesta la partitura che presenta arditezze vocali ed orchestrali, risentendo (inevitabilmente) dell'influsso di stampo francese e tedesco, il che è naturale per l'epoca, ma sempre la scrittura dell'operista risulta innovativa ed originale. Renzo Giacchieri ha ricreato in maniera coerente con l'ambientazione storica, avvalendosi delle scene di Alfredo Troise, i diversi luoghi in cui la trama si snoda: la piazza di Amiens con l'osteria popolata da studenti, donne, soldati, borghesi, in cui avverrà il fatidico incontro tra Manon bellissima giovanetta destinata al chiostro accompagnata dal fratello e lo studente Renato che invaghitosene la rapisce, il rilucente e sfavillante salone parigino di Geronte che grazie al potere della sua ricchezza ha al suo fianco la ragazza presto allontanatasi dal giovane e squattrinato amante; il tetro porto di Le Havre dove Manon con altre disgraziate attende di essere deportata nella colonia francese della Luisiana, dopo che Geronte l'ha denunciata come ladra e prostituta, avendola scoperta in casa sua con Renato; e la landa brulla e sterminata in America che li vede ancora insieme per il tragico epilogo. Quattro atti in cui tutti i personaggi si muovono sullo sfondo, poiché la protagonista assoluta è la seduttiva Manon con la sua smisurata sete di vita, al contempo cinica e sentimentale.

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La trasformazione come segreto di un'arte globale e totalizzante: METAmorfosi di Marchioni e Mancini Stampa E-mail
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Scritto da Maria Raffaella Pisanu   
Mercoledì 28 Maggio 2014 16:00

 

La vita è in continua trasformazione, e chissà che la stessa trasformazione (in greco, meta-morfosis)non rappresenti il segreto della vita.
Ne è un’interessante indagine lo spettacolo andato in scena in anteprima al Teatro Ghione dal 23 al 25 maggio 2014. METAmorfosi, diretto dal noto e pluripremiato attore Vinicio Marchioni e dalla coreografa, attrice e, più brevemente, artista, Milena Mancini, lavoro dagli encomiabili risvolti solidali nato da un’idea di Fabrizio Di Fiore, comproprietario della Scuola di Musica Cantus Planus Ciac.
L’amicizia con un variegato gruppo di artisti, la voglia di creare un’opera d’arte “globale” e la collaborazione con Save the Children, qui mobilitata per il progetto “Punti Luce”, ha fatto il resto. A rendere musicalmente impeccabile questo lavoro Walter Savelli (compositore ed esecutore delle musiche originali al pianoforte, musicista sin dai primi anni '70, fondatore di un metodo per pianoforte pop/rock personalissimo e molto valido assai apprezzato dalle nuove generazioni), Giovanni Baglioni (esecutore di assolo con chitarra acustica e alle percussioni, dall'approccio strumentale di grande effetto, virtuoso e spettacolare), Maurizio Tomberli (affezionato allievo di Savelli, direttore artistico dal 2013 e organizzatore didattico della Scuola Ciac, associazione fondata nel 1975) e una violoncellista (anch’essa facente parte del corpo docente della Ciac); a svilupparne visivamente e fisicamente le immagini su un trittico in tela il pittore Roberto Meta (artista molto apprezzato in Oriente) il quale, con la collaborazione di Massimo Buccilli e Ivan Calamita, ogni sera, in scena, dipinge una tela sui temi dello spettacolo, messa infine in palio con i predetti scopi benefici all’interno della campagna “Illuminiamo il Futuro” della quale Vinicio Marchioni è testimonial, a sostegno del programma nazionale di intervento dell’organizzazione volto a combattere la povertà educativa che sta privando di tante opportunità di crescita (formativa e culturale) bambini e adolescenti residenti in quartieri svantaggiati di molte città italiane.

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“La inventi lei, la sua primavera!” – La Vita a rate di Paolo Triestino Stampa E-mail
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Scritto da Maria Raffaella Pisanu   
Venerdì 30 Maggio 2014 11:11

 

 

Teatro La Cometa di Roma. Dal 20 maggio al 1 giugno 2014. La Vita a Rate. Scritto, diretto e interpretato da Paolo Triestino (e già presentato in forma di reading teatrale al Fontanonestate 2012). Un’esperienza meravigliosa, vivamente consigliata. Ne saranno pure complici musiche vincenti, una scenografia luminosa e accattivante (opera di Francesco Montanaro), delle bolle di sapone che all’inizio vagano dal palco verso la platea, un’atmosfera futurista, colorata (luci di Marco Laudando)e artefatta quanto basta a rendere l’idea di una realtà non immediata ma neppure troppo futura - surreale forse, sicuramente assurda.
E quella cornice trasparente al centro, proprio avanti al proscenio, che è un po’ filtro e porta verso un ‘altrove’: un mezzo prezioso per respirare aria fresca e pura, e assieme una finestra sulla propria anima.
Il protagonista (
David Sebasti, perfetto in questo ruolo) ne assapora la dolcezza, ne sperimenta l’esclusività e ne comprende la valenza di strumento necessario alla consapevolezza, prendendo drammaticamente coscienza delle sue reali esigenze.
Ne deriva u
na riflessione profonda, grazie a una commedia dal sapore agrodolce, sulle cose essenziali della vita, un gioco al ribasso quantitativo delle frivolezze inutili a favore del rilancio qualitativo di ciò che effettivamente serve per stare bene e sentirsi “vivi”, ma con semplicità.
Quello di cui si parla è un mondo in cui è bene non dare nulla per scontato, purtroppo non molto lontano a venire, a pensarci bene. Un mondo dove tutto, ma proprio tutto, ha un prezzo, e si può, si
deve scegliere il proprio “pacchetto di vita”, senza troppi sconti, pagandolo - secondo comodità - a rate. Perfino il sole, l’aria, e, ciò che atterrisce di più, i sentimenti.
Quelli belli come quelli più spiacevoli, presenti di
default nel “pacchetto sociale minimo”, garantito a tutti, e magicamente, non senza destar sospetti nel protagonista, tenuti lontani da chi usufruisca del “full positive emotions”, un tripudio di opulente soluzioni per una vita splendente e piena di soddisfazioni – con riserva, però: a lungo andare, si deve pur riconoscere che l’abitudine al benessere diventa pericolosa.
La situazione è vagamente onirica, ma il pericolo tangibile: a tutt’oggi vigono e prosperano sistemi gerarchici in cui pochi elementi particolarmente ricchi godono di esclusivi vantaggi e garanzie rispetto alla restante maggioranza di meno abbienti. In uno scenario simile, forme di controllo globalizzato mettono seriamente a repentaglio il benessere del singolo individuo. Laddove tutto è quantificabile, ma non tutto ottenibile, sono effettivamente liberi solo i sogni, i desideri, quelle ali interne che rendono l’uomo libero, quantomeno, di pensare; di conseguenza gli uccelli, che volteggiano anche se nessuno li ha pagati, loro sì liberi nell’azione, danno fastidio, fanno male, provocano sconforto e strani effetti collaterali nel protagonista. E’ troppo scomoda, perché atipica, la loro libertà, il loro poter sfuggire alle regole e agli assurdi conteggi economici dei funzionari statali; in quanto utopie viventi sono fuori controllo – sorge così, spontanea, l’idea: “E se fosse la primavera ad aspettare le rondini?”. Già, se si potesse avere un tramonto di ore anziché di un attimo, o il sole tutto e solo per sé, pagando pur di avere “un appuntamento con la propria anima”; ciascuno i propri vizi, ciascuno i propri amanti, ciascuno i propri dolci preferiti: messi alle strette (con poche risorse economiche), posti dinanzi all’obbligo di scegliere cosa davvero è indispensabile, chissà cosa verrebbe eliminato, e cosa invece resterebbe per sentirsi vivi e a proprio agio, “a casa”. La riflessione di Triestino si fa sottile e provocatoria: quanto si diventerebbe responsabili se, tra tutti gli ingredienti emozionali di cui la vita si compone quasi fosse un gustosissimo dolce, ciascuno sapesse riconoscere, uno a uno, gli ingredienti che la rendono così saporita e irrinunciabile al proprio palato.

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