Ediz. n.230b - 01.05.16

Partnership

Sostieni
Oltrecultura
e sarai visibile a  1 milione di  contatti !
scrivi a
commerciale


di mary
Via Oslavia , 44 - 00195 Roma
 +39 063208224
lallegrettodischi@yahoo.it


minabottesini@libero.it

+39 3392394093

 

 

 


Luigi Petrosino - Grafico e Pittore

 

Bottega Federiciana delle Arti

 

 

Dove saremo

Area Riservata

Chi è online

 23 visitatori online
Oltrecultura - Periodico di Informazione, Spettacolo e Cultura
Una Giselle al bagliore della luna blu Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Danza © - Oltrecultura: Recensioni Danza
Scritto da Tonia Barone   
Lunedì 03 Agosto 2015 17:22

Il San Carlo Opera Festival, giunto alla seconda edizione, dedica due serate alla danza, riproponendo un classico e un successo della stagione invernale, Giselle, nell’allestimento del Maggio Fiorentino, con una interprete d’eccezione Svetlana Zackharova beniamino del pubblico sancarliano.
Il 1 e 2 agosto 2015 l'etoile russa ha avuto quale partner il giovanissimo ma già affermato Sergei Polunin e, involontariamente, hanno festeggiato nell’atto bianco la “luna blu”, riscuotendo notevole successo e confermandosi amatissimi dal pubblico, che ha visto con gran piacere la presenza di molti giovani e giovanissimi.
Giselle ha sempre attratto e grandissime interpreti,   sin dal suo primo esordio nel 1841, un  balletto creato proprio per la sua protagonista la napoletana Carlotta Grisi.
Il balletto nacque dalla cooperazione tra il letterato T. Gautier e il drammaturgo Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges, il musicista Adam, i coreografi Perrot e Coralli.
Gautier ha avuto l’idea iniziale per creare un mito adatto alla Grisi, di cui era segretamente innamorato, ispirandosi ad una leggenda slava riproposta dal suo amico Heine che narra di giovani spose morte prima delle nozze e trasformate in candide e malefiche Villi.
Il drammaturgo Saint-Georges diede al balletto la forma attuale ambientando il I Atto nel villaggio e creando l’amore tra la contadina Giselle e il conte Albrecht che le si presenta sotto mentite spoglie,  e alla fine la giovane Giselle scopre che è già fidanzato con Bathilda.
Ecco la causa che porta alla morte la fragile Giselle quando scopre di essere stata ingannata, e proporre un II atto dominato dalle Villi, donne amanti della danza che conducono a morte gli uomini ingannatori.
Sembra che Adam, affascinato dal soggetto e dalla sua interprete, compose in una settimana la partitura utilizzando anche musiche sia di Burgmüller (il pas de deux dei contadini) che di Minkus (variazione di Giselle).
Grande invenzione di Adam nella partitura di Giselle, che sarà poi un contrassegno per la musica da balletto romantico, la creazione di un leitmotiv che caratterizza il personaggio Giselle ed è ripreso al contempo da passi ben precisi che la contraddistinguono rendendo il personaggio lieve, giovane, allegro, aperto alla vita come i pas ballonés e i pas ballottés.
Passi che si ripropongono nelle variazioni di Giselle come i piccoli rond de jambe sulle punte del I Atto ripresi similmente dal movimento vorticoso su se stessa all’uscita dalla tomba e al suo avvicinarsi a Myrtha nel II atto, che manifesta la sua passione divoratrice per il movimento e la vita.
Il coreografo ufficiale del balletto è stato Coralli, all’epoca maître de ballet del corpo di ballo dell’Opera, e Perrot, amante della Grisi, cheha collaborato dall’esterno essendo in quel momento inviso al teatro.
A Perrot si debbono le coreografie delle parti principali mentre a Coralli dell’insieme. L’allestimento pervenuto a noi si deve alla ripresa fatta nel 1884 da Marius Petipa a Pietroburgo, dall’originale dove il fratello ne è stato il primo Albrecht.
Alcuni studiosi attribuiscono la ripresa dell’intero II atto a Petipa così come lo conosciamo oggi e in particolare alle cosiddette “fughe” delle Villi.
La ripresa dall’originale nell’edizione andata in scena al Teatro San Carlo si deve a Ljudmila Semenjaka.
Giselle è un balletto in cui la relazione tra la pantomima e la tecnica è inscindibile e gli interpreti principali ne sono esposti.
I grandi della danza del secolo appena trascorso ne hanno dato delle interpretazioni memorabili, dove le pause i gesti cadenzati il corpo parlante il movimento del solo svolazzare del mantello, hanno creato un immaginario collettivo ben presente e difficile da raggiungere.
Non solo doti eccellenti nella tecnica ma anche nel recitativo si richiede quindi agli interpreti di Giselle, soprattutto la capacità di proporre al pubblico tutta la gamma di emozioni proprie dell’uomo.
Le pause e i non passi hanno una importanza fondamentale nella coreografia e non sono secondari, non sono delle corse sul palcoscenico, dei passi affrettati, ma un sapiente mezzo narrante. Forse, il corpo di ballo e i solisti dovevano essere più attenti nella presenza scenica di questi “intermezzi pantomimici” considerati secondari nell’ottica attuale della danza virtuosistico/atletica.
Nel balletto Giselle il fulcro della coreografia è nella tecnica che deve far sentire emozioni, e a talk proposito basti pensare alla posizione delle Villi, dolente e dimessa, con le braccia senz’anima e spezzate nei polsi, col capo chino, con le braccia incrociate come se sorreggessero un mazzo di fiori, una posa rigida ed effimera del corpo che disegna un'unica linea che unisce la testa alla punta dei piedi.
Un banco di prova unico ed eccezionale è la cosiddetta scena della pazzia di Giselle, dove la protagonista deve intercalare accenni di movimenti di danza (i pas ballonnés) e la recitazione.

Leggi tutto...
 
Imperium: amori, intrighi e morte nella Villa Romana di Minori (SA) Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa © - Oltrecultura: Recensioni Prosa ®
Scritto da Dario Ascoli   
Domenica 02 Agosto 2015 02:02

Un comune che può vantare uno dei più affascinanti attrattori naturali del mondo, come la Costiera Amalfitana, ha scelto con determinazione , per volontà dell'amministrazione comunale, di valorizzare anche il patrimonio archeologico di impareggiabile valore, pur se posto, nel recente passato, in concorrenza invece che in sinergia con le bellezze paesaggistiche.
La fortunata, amena e colta località è Minori (SA), di cui nota è la pittorica posizione e il cui vanto è anche la Villa Romana Marittima, costruzione patrizia del primo secolo d.C..
Minori è "Città del Gusto", non inteso unicamente come senso preposto a cogliere il sapore, quanto ai piaceri tutti della vita riconducibili all'intelletto al pari che ai sensi.
"Imperium" è il progetto che a Minori si prefigge di far rivivere la Villa Romana: Urbi et Orbi, ovvero alla città stessa e al mondo, quel mondo che negli ameni luoghi della Costiera invia un flusso turistico di élite, sempre più desideroso di immergersi nella Storia, le cui testimonianze abbondano nei paesi mediterranei.
La cultura come risorsa per una rivalutazione del territorio e per una tutela attiva del patrimonio artistico e archeologico, nella logica secondo cui vivere una testimonianza dell'antichità aprendola ad eventi di grande rilevanza, non solo accresce l'attenzione su essa, ma la pone sotto la tutela immateriale dell'ammirazione e dell'amore dei visitatori, i più accorti e motivati "ispettori" dello stato di conservazione del bene di rilevanza archeologica.
Lodevole iniziativa destinare un sito ad ospitare un progetto artistico, ancor più se questo coinvolga popolazioni e soggetti associativi e istituzioni scolastiche locali di vario grado.
Tutti gli ingredienti sono ben rappresentati e sapientemente dosati in "Imperium", iniziativa condivisa a pieno dalla dottoressa Anna Maria Buzzi, direttore generale Mibac per la valorizzazione del patrimonio culturale, la quale, visionato lo spettacolo, ha confermato quanto eventi spettacolari come questo servono all'industria della cultura italiana per impreziosire di contenuti gli innumerevoli attrattori culturali presenti in Italia e molto spesso sconosciuti al grande mercato del turismo.
Dal 1 agosto al 5 settembre 2015 SCABEC promuove e realizza un programma di aperture serali straordinarie della Villa d'Otium della Rheginna Minor, con il dramma in musica "Imperium":un affascinante viaggio nella vita dell'Urbe tra teatro, musica e suggestioni di luci per vivere una storia di amori, tradimenti e congiure al tempo dei fasti della Roma Imperiale.

Un racconto che prende vita negli ambienti della residenza marittima del I secolo d.C., nel corso stesso della visita, attraverso le gesta della Gens Claudia e del senatore Caio. Cinque le repliche dello spettacolo che ha durata di cinquanta minuti dal 1 agosto ogni sabato (tranne il 15 agosto) con due orari di visite, 20.45 e 22.00.

Leggi tutto...
 
Il Ragazzo e il Vulcano. De Gregori a Nola con Vivavoce Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Rock, Pop, Folk, Leggera ®
Scritto da Marialaura Di Lucia   
Giovedì 30 Luglio 2015 21:45

 alt

 Vi ricordate Francesco De Gregori agli esordi della sua carriera, il ragazzo timido e bellissimo, capelli rossi e occhi blu (si descriveva così in Il ragazzo, Lato B di Alice non lo sa, anno 1973) che si esibiva sui palchi romani - a cominciare da quello del Folkstudio -, nascosto dietro a un paio di Ray-Ban e, qualche volta, a un cappellino da pescatore?
Vi ricordate il suo sorriso efebico, la sua aria schiva, la compostezza e l'imbarazzo davanti alle telecamere, il suo modo di rispondere schietto alle domande dei giornalisti dopo un concerto o in qualche intervista televisiva - atteggiamenti che, mentre davano una vera e propria lezione di
urbanitas (esattamente come la intendevano i latini) e che un inglese tradurrebbe polite, venivano incasellati in certo snobismo di maniera, un po' bohémien, un po' intellettualoide, costandogli il soprannome di Principe?
Il
28 luglio 2015 l'abbiamo visto in concerto a Nola (Na), sul palco del “Vulcano live” dove ha fatto tappa con Vivavoce, il nuovo parto musicale che ripropone in un doppio album brani storici accanto a quelli dei lavori più recenti e ne dà una versione più fresca, strumentalmente potenziata ma, per la gioia di tutti, molto vicina all'originale.
Partito l'inverno scorso, in questi mesi - alle prime date se ne sono aggiunte altre - continua a portare il tour con la sua band da nord a sud dello Stivale. Già, la “sua” band. Si può ben dire che anche De Gregori ne abbia una adesso, e ormai già da qualche anno - proprio come il
boss d'oltreoceano, Bruce Springsteen, non va da nessuna parte senza la sua fedelissima E Street Band.
Sono dieci tra vecchi e nuovi compagni di viaggio con i quali il Capitano forma ormai un tutt'uno e ai quali sembra non volere più rinunciare: al basso lo
storico Guido Guglielminetti, alla batteria Stefano Parenti, alle chitarre Paolo Giovenchi e Lucio Bardi, il giovane Alessandro Arianti alle tastiere, Alex Valle alle prese con la novità della pedal steel guitar, al violino la new entry Elena Cirillo, al trombone Giorgio Tebaldi, alla tromba Giancarlo Romani e al sax Stefano Ribeca.
Chi ascoltasse De Gregori in
Vivavoce tour credo resterebbe stupito. Positivamente intendo. Chi lo segue da sempre sa bene qual è - ma pare ci convenga già parlare al passato, dunque, qual era - lo scotto da pagare ai concerti del Principe: la smania che lo prendeva di creare arrangiamenti nuovi per i pezzi storici. Mi riferisco ad Alice, Rimmel, Generale, Vival'Italia, Niente da capire, Buonanotte fiorellino, La donna cannone e moltissimi altri.
In due parole: i classici.
Non tutti, non sempre, sono (scusate, erano) disposti ad ascoltare alcune delle sue canzoni più belle - quelle con cui all'improvviso ci si scopre adulti nei banchi di liceo, quelle che costellano momenti significativi della propria esistenza, quelle che si ascoltavano in solitudine chiusi in una stanza mentre il mondo fuori non esisteva per l'intera durata di un album o più - dicevo, non si era disposti ad ascoltare queste canzoni in modo da risultare irriconoscibili, vuoi per l'introduzione strumentale lontana dall'originale, vuoi per la linea melodica profondamente rivisitata.
Quasi lo facesse apposta il Principe (e ne godesse), con la sua spocchia principesca, a rendere un inferno la vita del suo pubblico durante le due ore di concerto, impedito com'era a cantare con lui le sue canzoni.
Credo sia questo un mood diffuso fra i puristi degregoriani, gli irriducibili (non voglio dire nostalgici), così refrattari alle novità. Eppure è altrettanto noto quanto anche il De Gregori delle origini, pur nella sua timidezza e riservatezza, non abbia mai rinunciato nelle esibizioni live al suo estro creativo, diretto a travestire quelle stesse canzoni che allora avevano molti anni in meno di adesso - ho in mente una versione live degli ultimi anni Settanta di Il signor Hood (Rimmel, 1975) a metà fra il parlato e l'urlato, per non dire dell'arrangiamento musicale “strimpellato”: bellissimo!

Leggi tutto...
 
Antonio Onorato: i suoi brani più celebri per la prima volta in un CD dal vivo Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Audio-Video © - Rock, Pop, Folk, Leggera ®
Scritto da Mariagrazia Liccardo   
Sabato 01 Agosto 2015 21:57

 

Dopo ben 23 album pubblicati e 25 anni di carriera, il chitarrista e compositore Antonio Onorato dà alle stampe il suo primo album dal vivo.
Antonio Onorato Trio Live”, questo il titolo del progetto discografico, vede protagonisti Dario Deidda al basso e Mario De Paola alla batteria, i quali affiancano con fluida creatività Onorato sul palco.
Il disco raccoglie brani registrati tra il 2013 e il 2014 nell’arco di alcune delle tante live-performances del musicista: un ideale viaggio sonoro nella carriera di Onorato, una sintesi ragionata e funzionale, capace di riassumere buona parte della sua storia artistica dal 1990 ai giorni nostri. “Gaga”, tratta dall’omonimo album del ’90, è infatti una delle tracce-simbolo di questo disco/live.
Le ali di un angelo si dispiegano sulla cassa armonica della chitarra di Onorato: un simbolo di libertà e di protezione che fa bella mostra di sé anche sulla copertina del disco.
“Munaciello” è l’ attaccamento alle radici partenopee, “Indian Raga” si identifica con il carattere stesso di Onorato, aperto al confronto con culture diverse. Accanto a queste composizioni originali, trovano spazio anche due standard statunitensi, “My one and only love” e “All the way” nonché due classici della canzone napoletana, “Palummella” e “Tammurriata nera”, da sempre al centro dei concerti di Onorato.

Leggi tutto...
 
Nagasaki e i Cantieri Pinkerton prendono forma a Caracalla: Madama Butterfly Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica © - Lirica ®
Scritto da Dario Ascoli   
Venerdì 31 Luglio 2015 02:29

Puccini è il compositore che domina le programmazioni delle arene e dei festival estivi delle maggiori Fondazioni italiane, e il Teatro dell'Opera di Roma nelle Terme di Caracalla  ha scelto un cartellone estivo monografico pucciniano
Della bellissima produzione di Madama Butterfly che si avvale della regia di Alex Ollè , delle suggestive scene di Alfons Flores , con la direzione musicale di Yves Abel  vi diamo recensione, riferendoci alla recita del 30 luglio 2015 che ha visto sulla scena Donata D'Annunzio Lombardi  nel ruolo eponimo, Anna Pennisi in Suzuki, Anastasia Boldyreva  in Kate, Angelo Villari nella parte di B.F.Pinkerton, Stefano Antonucci   nel ruolo di Sharpless , Saverio Fiore in Goro  , e Andrea Porta , Fabrizio Beggi, Federico Benetti, Emanuela Luchetti, Claudia Farneti e Antonio Taschini rispettivamente in Yamadori , Lo zio Bonzo, il Commissario Imperiale,La madre, La cugina e L'Ufficiale del registro.
L'allestimento, nuovo,  è realizzato in collaborazione con Opera Australia/Sydney Opera House.
Gli ultimi anni del XIX secolo vedevano il diffondersi di un fenomeno/vezzo culturale detto “orientalismo”, una moda funzionale alla veicolazione di messaggi filocolonialisti.
L’orientalismo presupponeva subdolamente o esplicitamente una subalternità delle culture asiatiche a quelle occidentali; l’Oriente veniva anche rappresentato come la parte femminile del mondo, mistificando un simbolo come il Tao e facendo del dualismo Yin-Yang una forzata allegoria Oriente-Occidente.
Gli accenti posti sul misterioso fascino dell’oriente fungevano da “afrodisiaco”, e l’emisfero Yin del mondo rimaneva terra di conquista, una civiltà decorativa e vacua, un luna park per occidentali arroganti e senza scrupoli.
Le imprese coloniali, stante la corrispondenza di cui sopra, divenivano allegorie di conquiste erotiche, quando non di stupro etnico.
Il compositore inizialmente concepì una tragedia che rappresentasse un netto dualismo Oriente-Occidente, anche con la suddivisione in due atti e con location contrapposte.
Oggi noi conosciamo la realizzazione del 1904 con l’abbandono della sposa nipponica e con l’attesa commoventemente fiduciosa del ritorno di uno “sposo fedele” con quella romanza “Un bel dì vedremo”che si colloca nell’Olimpo delle melodie operistiche di tutti i tempi.
Questa versione è priva di visioni di vita occidentale ed è suddivisa in tre parti (primo atto, secondo atto parte prima e secondo atto parte seconda, o terzo atto).
Nelle intenzioni il "Coro a bocca chiusa"e il preludio al terzo atto sarebbero dovuti essere eseguiti senza soluzione di continuità, ma forse per il gusto del tempo e per esigenze di scena, dopo le prime rappresentazioni, si è proceduto ad una suddivisione in tre sezioni che si è voluto definire "atti".
Il senso di desolata attesa creato dal mirabile coro senza parole né vocali doveva condurre all'epilogo tragico, alla delusione, al dolore; l'interruzione, invece, se per un verso dà spazio all'applauso e all'asciugatura di qualche ciglio bagnato, per l'altro scompagina ombre e profumi accendendo le luci sui foyer con gli olezzi delle bibite, dei caffè e del pubblico profumato oltre misura dei teatri; circostanze che non giovano alla costruzione drammatica ma soddisfano i gestori delle bouvette.
Anche la finestra sull'occidente rappresentata dalle scene locate nel consolato di Nagasaki venne soppressa nella stesura finale estesa su tre parti anziché sui due voluti dal musicista: "uno il tuo (rivolto a Illica) e l'altro di Belasco".
Puccini aveva assistito nel 1900 a Londra al dramma di Belasco, tratto da un racconto di John Luther Long,  rimanendone impressionato, ma tanto il compositore quanto i suo collaboratori librettisti avevano bene in mente anche il romanzo che nel 1887 aveva pubblicato lo scrittore francese Pierre Loti, dal titolo "Madame Chrysantème", in cui un ufficiale francese in missione coloniale sposa una donna con un contratto a termine, senza obblighi di indennizzo.
Protagonista cessava così di essere la contrapposizione tra due civiltà; diveniva centrale, piuttosto, l'impossibilità di contaminazione culturale reciproca dovuta all'arroganza menzognera dello yankee e forse del colonialismo occidentale intero.
Musicalmente il maestro toscano adottò il 3/4 per le esibizioni muscolari dell'occidente, mentre il tempo 2/4 caratterizzava le melodie orientali, per lo più ispirate a canzoni che la Jacco e la Oyama gli avevano cantato e del cui testo l'ottimo Giacomo si curava ben poco se è vero che la preghiera di Suzuki (un miscuglio tra Buddismo e scintoismo) del secondo atto è splendidamente derivata dalla canzone "Takai Yama"che tratta di .... "cetrioli e melanzane".
L'opera "giapponese" di Puccini è più convenzionale di quanto si possa immaginare se si escludono gli aspetti formali che vedono prevalere le forme aperte; anche le romanze più celebri ("Un bel dì vedremo" e "Addio fiorito asil") e il suggestivo "Coro a bocca chiusa" non si preoccupano di conservare la continuità contestuale.
Pinkerton viene tratteggiato come uno spregevole cow-boy della marina statunitense, lo pensiamo maturo se non attempato, e sulla sua condotta aleggia una ripugnante aria di pedofilia: la sua "sposa" giapponese, ci informano tanto la tragedia teatrale quanto il libretto del melodramma, è appena quindicenne!
Si ascolti “Dovunque al mondo lo Yankee vagabondo” per comprender quale considerazione e rispetto egli avesse per le donne "non americane" ma pensiamo anche per le non WASP (bianche, anglosassoni e protestanti) !
Lo stesso soprannome Butterfly rimanda inequivocabilmente tanto alla farfalla come effimera e leggiadra creatura degna di un ornamento per un vaso o una seta del sol levante, quanto ad un oggetto da collezione da infilzare con un spillo in un quadretto: Cio-cio-san: "Dicon che oltre mare/ se cade in man dell'uom,(con paurosa espressione)/ ogni farfalla da uno spillo è trafitta /(con strazio)ed in tavola infitta!", ma Pinkerton aveva già manifestato le proprie intenzioni :"qual farfalletta svolazza e posa / con tal grazietta silenziosa / che di rincorrerla furor m'assale /se pure infrangerne dovessi l'ale"
Al cospetto di un ceffo simile persino il sensale-ruffiano Goro, che pur traffica in geishe, acquista una parvenza di dignità: egli non mente circa il proprio mestiere e non adopera patrii vessilli a proprio vantaggio.

A ben osservare Illica e Puccini trattano con sufficienza e superficialità la cultura orientale; troppo spesso l'ingenuità di Cio-cio-san viene rappresentata con una tale banalizzazione da lasciare sottintendere, con retrogusto razzista, una presunta limitatezza intellettiva della donna; la frammentarietà delle liriche, le espressioni di personaggi giapponesi, con un piede in una posticcia e inventata tradizione e l'altro ad accennare passi di danza a beneficio del trastullo degli occidentali "colti", celano con qualche difficoltà un atteggiamento di sprezzante superiorità.
Ma è proprio l'immagine teneramente ingenua e infantile di Cio-Cio-San a toccare le corde più sensibili dello spettatore, secondo le due vibrazioni di cui si è detto in apertura.
La difesa dell'onore occidentale viene affidata a Sharpless, console di Nagasaki, a cui il libretto offre qualche sporadico tratto di umanità e di coerenza ma sempre in salsa coloniale.
Limbica, inerte, e suo malgrado, invisa, la figura di Kate, la "vera " americana che corre il rischio di cadere vittima di un discriminatorio eccesso di antirazzismo; troppo breve però la sua presenza nella vicenda perchè possa efficacemente rappresentare quella che è un'altra vittima del machismo "stars and stripes" e con fardello della propria sterilità che la espone al ripudio.
Una specie di "buffo" da opera settecentesca risulta infine Yamadori, un ricco nobile e vetusto signore, reduce da molti matrimoni che cerca di ottenere in sposa la giovane Butterfly, tanto prima che dopo le nozze con l'americano.
Di tutta l'opera senz'altro il momento più elevato è la fantasticazione di Mrs Cio-Cio-San Pinkerton circa il ritorno dell'amato ufficiale; come a voler chiedere complice conferma a Suzuki, ella adotta la prima persona plurale al futuro: "Un bel dì vedremo"per poi sostanziare un presente al singolare che viene dopo un avverbio che, viceversa, sposterebbe ad un ulteriore futuro: "E poi la nave appare, poi la nave bianca entra nel porto", ma la dolcezza del ricordo,trasfigurata nella speranza, ricondurrà il tempo verbale ad un transitorio futuro seguito da un forzato presente, che nell'oscillazione pentatonico-tonale della melodia, sortisce l'effetto di un vento di morte su un freddo sudore: "egli alquanto in pena chiamerà, chiamerà: piccina mogliettina, olezzo di verbena: i nomi che mi dava al suo venire (a Suzuki) Tutto questo avverrà, te lo prometto. Tienti la tua paura,io con sicura fede l'aspetto".
Il successivo ristabilirsi del clima di attesa fiduciosa dopo il Fa acuto di "è venuto" propone il nipponico 2/4: la coppia si è ricomposta nella Terra del Sol levante, secondo la fantasia di Butterfly, e il clima musicale si adegua.

Capolavoro di retorica musicale anche la strutturazione di quel "per non morire al primo incontro" con la frammentazione al centro della frase che sembra affermarne l'epilogo fatale e persino allegorizzarne lo strumento:il pugnale.
Il finale tragico si presenta con un'altra reminiscenza/rimpianto: Butterfly s'inginocchia di fronte ad una statua di Budda; "Con onor muore chi non può serbar vita con onore." è la frase che la protagonista legge incisa sul manico del pugnale.
Concordemente con la guida all'ascolto che Oltrecultura ha sopra riportato, il regista catalano  Alex Ollè,  codirettore artistico di La Fura dels Baus, concentra l'attenzione sugli elementi politici presenti in Madama Butterfly, che ruotano intorno al colonialismo di cui tracciano la condanna morale, affidando il dispositivo della sentenza alla poesia e alla musica, arti che non riducono la durezza della pena.
Le scene di Alfons Flores, più che integrate con il sito archeologico caracalliano, hanno letteralmente rivestito le antiche strutture murarie trasformandole in inquietanti grattacieli della seconda metà del XX secolo grazie alle ottime videoproiezioni di Franc Aleu.
Prima che le note iniziassero a risuonare nell'arena delle Terme, sul palco la regia ha mostrato un geometra intento ad effettuare rilievi per installare il cantiere da cui la casa di Pinkerton prenderà forma.
Molte le annotazioni di pregio, ma uno spazio amplissimo va riservato alla memorabile prova del soprano Donata D'Annunzio Lombardi nel ruolo del titolo.
Lo spettatore si trova al cospetto di un'artista sensibile e colta; essa sa essere preciso strumento nelle mani del regista, oltre che, naturalmente, del gesto del direttore, ma la personalità della cantante  non viene sacrificata ed affiora in carisma e in precisione tecnica.
Ingenuità mescolata ad ammirazione  per un uomo che si rivelerà indegno; credulità che diviene risorsa estrema di sopravvivenza pur apparendo portato di un'immaturità protratta oltre ogni ragionevolezza: sono i sentimenti che si avvicendano nell'animo di Cio-Cio-San.
La purezza vocale di Donata D'Annunzio Lombardi  è assoluta  e consente al soprano di adagiare la recitazione sulla musica, senza apparire nè subalterna nè in contrasto con le fini linee pentagrammate pucciniane.
La ricchezza espressiva del canto della D'Annunzio si manifesta in forma sublime allorchè il soprano fa ricorso a quella che definiremmo "espressività di armonici", ovvero quella qualità che trasferisce all'ascoltatore le sfumature che vanno dal colore chiaro della gioia, al suono trasparente dello stupore, al vellutato della passione al brunito del dolore.
Ogni diverso colore è sostenuto dal volume che la musica esige, senza concessioni veriste e con un'arte scenica di dominio dello spazio scenico e di accurata interazione con gli altri personaggi.
Ottima prova per il giovane mezzosoprano Anna Pennisi, dalla voce estesa e dalla tornita linea di canto, cui si aggiunge un controllo rigoroso dell'intonazione che si evidenzia nel Duetto dei fiori, spesso insiedioso per molte interpreti che  Pennisi e D'Annunzio hanno reso con sicurezza e fascino.
Angelo Villari ha convinto dando vita ad un Pinkerton odioso quanto basta, ma in amorosa relazione con la partitura; in una lettura complessivamente più poetica che tragica, il tenore si è collocato con precisa misura e con buon colore.
Nobile e sonoro lo Sharpless di Stefano Antonucci, capace di belle torniture di frase negli accenti patetici che la parte presenta.
Incisivo e ben recitato il Goro interpretato da Saverio Fiore, che la regia ha disegnato come un ruffiano professionista, un rappresentante, diremmo.
Lo zio Bonzo, che ha avuto voce e sembianze di Fabrizio Beggi, è divenuto più che un difensore della tradizione nipponica, un torvo e minaccioso boss del territorio; bella la resa sia vocale che scenicamente autorevole.
Più innamorato di quanto appaia in molte rappresentazioni, il Principe Yamadori ha avuto un buon interprete in Andrea Porta; sonoro e fiero il Commissario Imperiale impersonato da Federico Benetti e imponente l'Ufficiale del Registro cantato da Antonio Taschini.
Capaci di far rilevare la presenza, senza salire sopra le righe, Emanuela Luchetti, Claudia Farneti nei ruoli della Madre e della Cugina di Cio-Cio-San.
Ultima, ma non certo per merito, Anastasia Boldyreva, un mezzosoprano che, per chi abbia avuto modo di ascoltarla in repertorio sinfonico e in ruoli più ampi (leggasi Aleksandr Nevskij) alla splendida presenza unisce morbidezza di emissione, estensione e buon volume; troppo esiguo il ruolo di Kate perchè la cantante russa potesse dimostrarlo, ma pure sufficiente a lasciare affiorare un talento che riascolteremmo con piacere.
La direzione di Yves Abel è stata di pregio; bei respiri di frase, tempi bene staccati e buon equilibrio tra le sezioni, a dispetto di un'amplificazione eccessiva della gamma bassa, cui il direttore canadese ha ovviato in corso di esecuzione.
Dei ben disegnati costumi di Lluc Castells resterà impressa la canotta stelle e strisce indossata da Madama Pinkerton, sfoggiata con doloroso orgoglio di aspirante statunitense, ma ancor più la raffinata camicia di seta con una farfalla disegnata con gusto tutto orientale: i due mondi di Butterfly.
Suggestive, come si è detto, le proiezioni sulle archeologie delle Terme di Caracalla; spalti gremiti in ogni ordine di posti e accoglienza entusiastica in un'afosa serata pre-agostana.

Dario Ascoli

 

 
<< Inizio < Prec. 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 Succ. > Fine >>

Pagina 47 di 458

Lettori nel 2016

mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
Verificati > 1 milione di lettori nel corso del 2015 -------------------- Previsti > 1.200.000 lettori nel corso del 2016