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Oltrecultura - Le News
Un borghese in frac: questa la vera rivoluzione Stampa E-mail
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Scritto da Alessandra Bernocco   
Sabato 31 Agosto 2013 17:52

A Segesta La notte del Gattopardo, uno spettacolo ispirato al romanzo di Tomasi di Lampedusa per celebrare i 50 anni del film di Visconti
Dal sito archeologico di Segesta, nell'incantevole teatro scavato nella collina, un omaggio alla Sicilia letteraria e cinematografica.
La notte del Gattopardo, uno spettacolo a cura di Alfio Scuderi ispirato al romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa per celebrare i cinquant'anni del film di Luchino Visconti, chiude questa sera 31 agosto 2013 i week end de 'Le notti di Segesta', dal tramonto all'alba.
Sullo sfondo la grande storia, l'Unità d'Italia, la Sicilia in fermento, e in primo piano la storia d'amore di Angelica e Tancredi, impersonati da Silvia Ajelli e Paolo Briguglia.
Accanto a loro la riflessione amara di don Fabrizio principe di Salina, testimone rassegnato del lento ma ineluttabile decadere dell'aristocrazia e dell'affermazione della nuova classe borghese.
Quella rampante di don Calogero Sedara, sindaco di Donnafugata e padre di Angelica, che al pranzo di gala farà il suo ingresso in frac. La "vera rivoluzione", come dirà don Fabrizio che si era invece presentato in redingote per non creare imbarazzo.
Lo spettacolo, spiega Scuderi, si articola attraverso tre piani distinti: la narrazione in terza persona affidata singolarmente ai tre attori e alternata al dialogo interattivo tra i personaggi in cui emerge innanzitutto il rapporto d'amore tra Tancredi e Angelica e il celeberrimo momento del valzer tra quest'ultima e don Fabrizio, che è anche il leit motiv di questo allestimento, a partire dalla proiezione della scena viscontiana, con Burt Lancaster e Claudia Cardinale.
Il secondo piano infatti è rappresentato dal video in cui si succedono i momenti cardine del film: il viaggio verso Donnafugata, la lettera in cui Tancredi chiede a Fabrizio l'autorizzazione al matrimonio e il vorticoso inseguimento nelle stanze della villa che si chiude con il bacio di Tancredi e Angelica.

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Monet a Pavia in mostra dal 14 settembre 2013 PDF Stampa
Oltrecultura: Eventi Arti Figurative - Oltrecultura: Eventi Arti Figurative
Scritto da Tonia Barone   
Venerdì 30 Agosto 2013 07:46

Una nuova mostra dedicata ai grandi maestri dell’impressionismo, al suo interprete per eccellenza, prenderà il via dal 14 settembre 2013 sino al 15 dicembre 2013, presso le Scuderie del Castello di Pavia, Viale XI Febbraio 35,intitolata Monet au cœur de la vie.
La mostra è promossa dal Comune di Pavia, prodotta e organizzata da Alef – cultural project management con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia e dell'Institut français di Milano.
Curatore della mostra è Philippe Cros che vuol condurre il visitatore a seguire le principali tappe artistiche del grande Monet affiancate alla sfera personale della vita del Maestro, consentendo di scoprire l'uomo oltre che il grande artista.
Sono state selezionate opere provenienti dagli Stati Uniti d'America come il Columbus Museum of Art (Ohio) alla Francia come il Musée d'Orsay di Parigi, dal Sud Africa come la Johannesburg Art Gallery alla Romania come il Mnar di Bucarest fino alla Lettonia come The Latvian National Museum of Art di Riga e da altre importanti sedi internazionali.
Philippe Cros ha realizzato una serie di videoinstallazioni che accompagnano il visitatore in questo percorso di lettura dell’artista/uomo basandosi sulle lettere provenienti dal Musée des Lettres e de Manuscrits di Parigi ed esposte in mostra -  in cui il pittore racconta particolari momenti e stati d'animo della sua vita. La mostra è un viaggio nel cuore della vita di Monet, raccontato attraverso le voci di sei personaggi chiave del suo percorso umano e artistico. Le parole e il racconto sono stati pensati in armonia con i video, i suoni e le opere d'arte in modo da creare le condizioni più adatte a sollecitare le emozioni più profonde del visitatore verso una totale fruizione dell'opera di Monet.
La prima videoinstallazione dell'esposizione inizia con la narrazione gli esordi della carriera artistica di Monet raccontati dal padre Adolphe Monet.
Nella sala successiva sarà Eugène Boudin, maestro di Monet, a far immergere il pubblico negli anni giovanili dell'artista. In mostra alcune importanti opere di Boudin mostreranno il ruolo fondamentale del maestro nella formazione di Monet e nello sviluppo del suo stile.
Seguono le parole di Camille Doncieux - prima moglie e madre dei due figli di Monet - che ebbe un ruolo centrale nella produzione dell'artista, dal 1860 al 1879, fu la sua musa e modella preferita presente nella maggior parte delle sue tele fino alla prematura morte a soli 32 anni.
Monet
dovette affrontare una serie di avversità dovute alle difficoltà economiche, alle pesanti critiche dei classicisti e ai continui rifiuti da parte dei Salons. Questo periodo particolarmente frustrante per l'artista sarà raccontato da uno dei suoi più grandi sostenitori: Georges Clemenceau. A corredo delle opere sarà esposto il celebre articolo - prestato eccezionalmente per la mostra dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma - di Louis Leroy apparso sulla rivista Chiarivari del 25 aprile 1874 in cui comparve per la prima volta, in senso spregiativo e fortemente critico, il termine “impressionisti”.
Il racconto prosegue con Alice Hoschedé, seconda moglie di Monet, che narrerà al visitatore dei viaggi intrapresi dall'artista per la continua ricerca di stimoli, ispirazioni e soggetti nuovi da riprodurre, come il soggiorno in Norvegia per la ricerca e lo studio degli effetti della neve. Per quanto in questo periodo - dal 1880 al 1895 - siano nati i più grandi capolavori del Maestro, Monet era continuamente insoddisfatto dei suoi lavori e dei luoghi che visitava.
Il percorso espositivo chiude con le parole di Blanche Hoschedé, figlia di Alice e unica allieva di Monet con la quale il pittore instaurò un rapporto molto stretto nell'ultimo periodo - dal 1914 al 1926 - trascorso a Giverny: un luogo magico, in cui l'artista riuscì finalmente ad appagare il suo desiderio di tranquillità rurale. Blanche racconterà al pubblico dell'amore ossessivo del pittore per il suo meraviglioso giardino della casa a Giverny, delle loro uscite per dipingere insieme in campagna e dei primi sintomi della cataratta che modificarono sensibilmente la vista, e quindi anche la percezione dei colori, di Monet.
Alcune tele di Blanche esposte in questa sezione mostreranno il suo stile impressionista strettamente imparentato con quello del Maestro.

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Flauto solo e non solo flauto: Tommaso Rossi Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Audio-Video © - Cameristica ®
Scritto da Dario Ascoli   
Mercoledì 21 Agosto 2013 21:02

Di certo essere compositore negli stessi anni e nelle stesse ragioni che furono di J.S.Bach e e di G.F.Handel non è condizione che favorisca il percorso verso la celebrità; tuttavia Georg Philipp Telemann (Magdeburgo, 14 marzo 1681 – Amburgo, 25 giugno 1767), vuoi per la prolificità almeno pari a quella dei suoi colleghi e rivali, vuoi per la varietà della produzione strumentale, non solo oggi figura con buona frequenza nei programmi concertistici, ma lungo quasi un secolo, tra '700 e '800, egli fu persino più celebre del sommo di Eisenach.
Tra 5000 e 6000 composizioni che, non senza una forzata semplificazione, si suole collocare in due periodi distinti, il primo dei quali dedicato a forme più severe e accademiche, nel solco della tradizione del nord della Germania; il secondo nel corso del quale Telemann adottò uno stile misto e vario, mescolando severità polifonica tedesca a cantabilità italiana e stile fiorito di sapore francese.
Quasi a demarcare le due fasi, si collocano le composizioni dedicate al flauto solo, pubblicate ad Amburgo nel 1732.
Tommaso Rossi, eccellente strumentista e colto studioso, raccoglie le 12 Fantasie per flauto solo in un pregevole CD edito da Stradivarius.
Meno “assoluto” si di J.S.Bach, il Telemann per flauto guarda a Jacques-Martin Hotteterre (Parigi, 1674 – 1763), virtuoso dello strumento e trattatista di riferimento per la prassi esecutiva del XVIII secolo, in special modo per lo “stile francese”, nel quale egli fu per i “legni” quello che François Couperin rappresentò per il clavicembalo.
Tommaso Rossi, se evidenzia la vicinanza stilistica di alcune Fantasie di Telemann a brani del flautista parigino, ne sottolinea la maggiore complessità e quella che il virtuso napoletano chiama trompe l'oeil musicale, che il compositore di Magdeburgo realizza nei brani fugati, nei quali è evidente sia impossibile realizzare un contrappunto stante l'insormontabile natura meramente melodica e “monofonica” del flauto.
Eppure, grazie ad effetti di pedale, a risposte alla dominante che esordiscono su controsoggetti lasciati intuire da note brevi che intervallano la ripresentazione tematica, si genera un effetto di polifonia.
Ça va sans dire, il risultato è affidato alla sapienza dell'interprete a cui è richiesta perizia tecnica e profondità musicale che sappia costruire prima nella propria mente, per renderla all'ascoltatore, la tessitura che Telemann può solo suggerire.
La varietà è la caratteristica saliente che le 12 Fantasie rivelano, proponendo, come si diceva, "fugati" alla maniera delle sonate in stile italiano, ma anche capricci, che osano riferirsi alla musica per tastiera, mentre gli andamenti di danza, pur se con diversi ritmi, costituiscono il fil rouge comune,
Troviamo così minuetti, gighe, bourreè, e forme in rondeau ricorrono, fino a celebrarsi nella XII e conclusiva, con un brano di dimensioni maggiori.

Nel dotto, ma non pedante, saggio dello stesso Tommaso Rossi, riportato nel libretto del CD, fa bella motra di sè la celebre frase di J.Quantz, flautista e teorico di prima grandezza, che nell'esaltare lo "stile tedesco" sottrae ad esso la qualità della originalità, a favore della obiettività e della capacità di elaborazione: "Quando si sa scegliere con il giusto discernimento ciò che vi è di migliore nello stile musicale delle diverse nazioni, ne risulta uno stile misto che, senza oltrepassare i limiti della modestia, può oggi a ben ragione  essere chiamato "lo stile tedesco" non solo perché i tedeschi sono stati i primi a concepirlo, ma anche perché da molti anni esso è stato introdotto in molte zone della Germania, dove continua  a fiorirvi e non  dispiace nè in Italia nè in Francia  nè in altri paesi".

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Linklater per una voce libera Stampa E-mail
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Scritto da Dadadago   
Giovedì 29 Agosto 2013 19:43

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In questi ultimi giorni di agosto 2013  presso il Complesso Monumentale di Santa Sofia - Largo Abate Conforti – Salerno si tiene il seminario internazionale per illustrare il Metodo LINKLATER PER VOCE E TESTO, organizzato da L.A.A.V. Officina Teatrale Salerno e ACT di Roma con la collaborazione del Comune di Salerno - Assessorato alla Cultura.
Mercoledì 28 agosto 2013 alle ore 18.30 i tre docenti Nuria Castaño Gutierrez, Alessandro Fabrizi (che ha tradotto in Italia il testo della promotrice La voce naturale edizioni Elliot) e Oliver Mannel che da diverso tempo operano in Italia per la diffusione di questo metodo nato oltreoceano per liberare la voce naturale, hanno dato una esaustiva dimostrazione di come si svolgono alcuni esercizi di riscaldamento con la loro classe multietnica.
In italiano, inglese, tedesco gli allievi vengono guidati in un progressivo lavoro di scioglimento delle tensioni corporee, riconoscimento di alcuni aspetti che riguardano la fonazione, l'articolazione, e dei propri risuonatori con semplici ed efficaci suggerimenti.
Cogliamo l'occasione dopo aver assistito alla “lezione” aperta insieme a molti altri (tra cui l'assessore alla cultura del comune di Salerno Ermanno Guerra promotore da sempre di un rilancio dello storico spazio che per dimensioni e locazione ben si presta a seminari, eventi culturali e spettacoli) per dare qualche cenno riguardante la genesi del Linklater che ha come obiettivo principale la connessione tra voce e gli impulsi emotivi, la conquista di una voce liberata da tensioni e inibizioni.

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Il Teatro Bellini di Catania di nuovo a rischio chiusura? Stampa E-mail
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Scritto da Redazione di Catania   
Lunedì 19 Agosto 2013 17:56

A poco più di un anno dal grido d'allarme - lanciato nel maggio 2012 anche dalle colonne di questo giornale ( Il Teatro Bellini di Catania è a rischio chiusura!) - il Teatro Massimo Bellini di Catania è di nuovo in pericolo, a causa di tagli indiscriminati al suo finanziamento.
Sarebbe in realtà più giusto osservare che il pericolo non è mai stato scongiurato del tutto, ma solo rinviato attraverso interventi palliativi e non risolutivi, e a voler ben vedere il cammino verso il baratro inizia molto più di un anno fa, quando si è iniziato progressivamente a tagliare fondi.
Di fatto la situazione è precipitata, - per sfortuna o per precisa volontà politica - nell'assolata immobilità della calura ferragostana, in una Catania raggiante come vuole Carmen Consoli e popolata di turisti, ma deserta di politici..
Ma andiamo con ordine:il Teatro Massimo Bellini di Catania è un Ente Regionale, e come tale vive quasi esclusivamente del contributo della Regione, e in minima parte di quello dello Stato attraverso il Fus, Fondo Unico per lo Spettacolo Va sottolineato che non si tratta di un ente in crisi o dai bilanci faraonici in rosso, ma di un organismo virtuoso, che ha registrato un considerevole aumento di abbonati alle proprie Stagioni, lirica e sinfonica . Un Ente pesantemente sotto organico in tutte le categorie, artistiche tecniche e amministrative, che ha fatto della lotta allo spreco la sua ragione di vita, anche se con scelte non sempre condivisibili da parte dei lavoratori, ad esempio con tagli alle assunzioni di lavoratori stagionali, che il più delle volte sarebbero necessari nel Coro, nell'Orchestra, ma anche negli altri settori. L'ultimo sacrificio che si sta consumando, gravissimo, è la mancanza di stipendio da mesi .
Il finanziamento regionale, come si diceva prima, è progressivamente diminuito fino a dimezzarsi, passando dai 21 milioni del 2006 agli 11.750 del 2013., ed è questo che farebbe pensare ad un disegno, neanche tanto occulto, di chiudere il Teatro, sospetto aggravatosi con l'ultima nota della Regione Siciliana, del luglio 2013, che comunicava un ulteriore decurtamento ad 8 milioni 900mila euro, tra l'altro operato ad anno in corso. Si pensi che solo per gli stipendi ne sono necessari circa 14 milioni.
E' quanto emerso il 29 luglio 2013, alla vigilia quindi della chiusura per ferie del Teatro, nel corso della presentazione del Festival Belliniano ad opera della Sovrintendente Rita Gari Cinquegrana e dal Direttore Artistico Zu Zhong, ( un festival di qualità, dal 2 settembre al 3 novembre 2013, ma certamente sotto tono, viste le ristrettezze, ricco di concerti, con proiezioni, mostre e convegni ma senza neanche l' allestimento di un'opera belliniana. www.teatromassimobellini.it/extra_stagioni.asp  ).
Ma più ancora che durante la conferenza stampa - che pure ha visto la prima uscita come
Presidente dell'Ente del neo-rieletto Sindaco Enzo Bianco, desideroso di assumere gli onori e soprattutto gli oneri che la carica comporta - la drammatica situazione è stata affrontata nella riunione che è seguita tra il Sindaco e tutte le organizzazioni sindacali, CGIL, CISL, UIL, UGL, LIBERSIND, FIALS. Enzo Bianco ha manifestato solidarietà ai lavoratori e fattivo impegno nel tentativo di sbloccare dei fondi ai fini di garantire almeno gli stipendi nell'immediato. Ha inoltre assicurato il suo personale intervento presso il governatore Crocetta e l'Assessore al Turismo Michela Stancheris, anche ai fini della nomina del CdA, ancora non operante dopo la gestione commissariale.
L'impegno di Enzo Bianco, ribadito e più volte confermato anche in diverse interviste sui giornali catanesi, non ha finora ottenuto purtroppo risultati concreti, probabilmente anche a causa della pausa estiva dei lavori all' Assemblea Regionale Siciliana.
Di fatto quest'ulteriore taglio è un brutto colpo per il Massimo etneo, e una grande delusione per quanti avevano visto nel governatore Rosario Crocetta – dopo le numerose prese di posizione a favore della cultura in campagna elettorale – la speranza di un rilancio per i teatri siciliani; va ricordato a tal proposito che versano in grave difficoltà anche l'Orchestra Sinfonica Siciliana, il Teatro Vittorio Emanuele di Messina, ed i teatri di prosa, lo Stabile di Catania, il Biondo di Palermo.
Esiste, è vero, la promessa di reintegrare gli almeno 5 milioni mancanti con i risparmi al bilancio della sanità, ma, a parte la discutibilità di una tale scelta, si tratta appunto di una promessa. I teatri non possono vivere alla giornata o della carità dell'assessore di turno, ma hanno necessità di programmare per tempo gli allestimenti, di poter ingaggiare i cantanti non all'ultimo momento, di organizzare le stagioni con anni di anticipo: è solo in questo modo che queste possono mantenere qualità., essere inserite nei circuiti culturali, far parte dei pacchetti delle agenzie turistiche, e finalmente diventare volano per l'economia.
E' questo anche il senso delle affermazioni di Enzo Bianco riguardo al Festival Belliniano e alla necessità di programmarlo con maggior anticipo. Con la cultura si mangia, e questo l'hanno capito forse nel Sultanato dell'Oman – non è una battuta – ma non ancora in Italia, che la cultura dovrebbe avere come pane quotidiano . L'Amministrazione Crocetta ha ereditato, è vero, i disastri delle passate gestioni e di scandalosi sprechi ultradecennali alla Regione, ma proprio per questo i lavoratori speravano, e sperano ancora da parte del Governatore - al momento più popolare all'estero che in casa, vedi i recenti titoli del Washington Post - qualcosa di diverso, di nuovo e più lungimirante dal punto di vista della programmazione, invece di tagli lineari, indiscriminati. Se la lotta è agli sprechi, se è finita l'epoca degli allestimenti faraonici, che si crei una sinergia, vigilando la Regione, tra tutti i teatri siciliani per coprodurre gli allestimenti e farli circolare, moltiplicandone l'utilizzo e tagliandone le spese; i lavoratori del Bellini , come hanno più volte affermato, non chiedono che di lavorare ed essere “utilizzati” al meglio. Spiacerebbe constatare che come nelle passate amministrazioni si preferisca togliere ai figli, cioè ad un Ente regionale, per dare ai figliastri, vale a dire questo o quell'altro festival non meglio identificato e dalla dubbia qualità.
Il Teatro Bellini necessiterebbe di finanziamenti almeno con programmazione triennale, come più volte si è invocato - tra l'altro una legge regionale mai applicata prescriverebbe il finanziamento obbligatorio, essendo l'unico Ente Regionale - ed invece potrebbe non riuscire neanche a portare a termine la Stagione. A rischio a questo punto anche il Festival Belliniano di cui si diceva prima .
Questi concetti ed altri ancora sono stati espressi dai lavoratori del Teatro durante una manifestazione tenutasi nella Piazza antistante il Teatro il 12 agosto, che ha visto interventi musicali alternarsi a momenti informativi e di sensibilizzazione. I lavoratori hanno rivolto un appello, anzi più appelli  a tutti i catanesi perchè facciano sentire la loro voce in difesa del teatro in qualunque modo lo ritengano , attraverso lettere ai giornali, pressione sulle istituzioni, movimenti d'opinione. Il pubblico presente è stato molto partecipe e si è mostrato desideroso di dare il proprio contributo per la salvezza del Bellini, a dimostrazione dell'amore che i catanesi nutrono per il loro Teatro, un'eccellenza della Città e un polo irrinunciabile di cultura. Nel comunicato che annunciava la manifestazione, i sindacati chiedevano “con forza al presidente Crocetta e all'Assessore Regionale al Turismo Stancheris di procedere immediatamente all'insediamento del CdA, all'erogazione delle somme pregresse” mettendo in guardia dai rischi di eliminare un ente come il Bellini,in quanto il vuoto potrebbe essere colmato da chi pensa che nelle attività culturali e senza eventuali obblighi di rendicontazione si possano trovare gli strumenti attraverso i quali, vedi il sistema “dei grandi eventi” ci si può illecitamente arricchire....Il Teatro Bellini non merita di essere cancellato dalla storia per la trascuratezza e l'incuria di taluni o per gli interessi di altri”.

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