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Oltrecultura - Le News
Shakespeare in tempore belli: Servo di scena al Teatro Bellini di Napoli Stampa E-mail
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Scritto da Dario Ascoli   
Mercoledì 20 Novembre 2013 16:39

“Servo di scena” è, in quanto qualifica, una forzata, ma fortunata, traduzione di “dresser”, termine anglosassone che nelle compagnie di teatro elisabettiano configurava una figura priva di riscontro in altre organizzazioni di produzione teatrale; la diremmo una sorta di segretario personale con il compito di truccatore e, appunto, vestitore.
Il “servo di scena” in Italia, ma anche in Francia e in Germania, è piuttosto un trovarobe, un assistente di regia e un capomacchinista.
La traduzione, tuttavia, non si fonda su corrispondenze biunivoche e disambigue, e Masolino D'Amico, che ha realizzato la versione in italiano di “The dresser” di Ronald Harwood, scelse la più simbolica trasposizione in “Servo di scena” che quella sartoriale e , benché letterale, di “Vestitore”.
Il film del 1983 diretto da Peter Yates, The Dresser, conserverà, nella versione in italiano, il titolo scelto da D'Amico.
Nella produzione di Teatro Stabile di Brescia e Teatro degli Incamminati, Franco Branciaroli e Tommaso Cardarelli rappresentano al Teatro Bellini di Napoli dal 19 al 24 novembre 2013, la commedia di Ronald Harwood.
La regia è dello stesso Franco Branciaroli, che interpreta Sir Ronald, scene e costumi sono di Margherita Palli, le luci di Gigi Saccomandi.
Lo spettacolo, rodato alla perfezione, ha debuttato il 9 novembre 2011 al Teatro Sociale di Brescia.
La trama costruita da Harwood è ideale per ospitare situazioni metateatrali; l'intero sviluppo drammaturgico si realizza tra camerini e palcoscenico di un teatro della periferia inglese, nel giorno della prima locale di Re Lear di Shakespeare.
Il capocomico è un attore di enorme esperienza, ma provato dagli anni e da dissolutezze e stramberie; non è mai stato insignito del titolo, ma tutti, attori tecnici e agenti con bonaria ironia lo appellano Sir; la sua compagna di molti anni, pragmatica, interessata e delusa, assume per transitività il titolo di Milady.
Siamo nel vivo della seconda guerra mondiale e il Regno Unito è fatto oggetto di fitti bombardamenti tedeschi; tutta la popolazione maschile abile, dai 16 ai 60 anni è arruolata nelle forze armate.
La conseguenza è che artisti, tecnici e manager sono anziani o disabili, oppure omosessuali, poiché ai gay, veri o autodichiaratisi tali, era interdetto l'arruolamento.
Il teatro, perciò, diviene luogo di incontro di perdenti e di emarginati, poiché tali sono, per vario motivo, interpreti e pubblico.

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Il Titanic di Salvatore Cantalupo indaga l’angoscia della non comunicazione Stampa E-mail
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Scritto da Tonia Barone   
Venerdì 22 Novembre 2013 13:07

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Luogo buio invaso dalla nebbia, poca visione, sapore acre e irritante, una piccola luce nello spazio-palcoscenico indica la direzione dove lo spettatore rivolge e affina la propria visione, un’emozione di attesa/ansia pervade l’atmosfera. Il disagio. Musica ripetitiva di melodie/nenie che cede il passo a suoni incomprensibili ed una luce cala dall’alto, come un’ancora, ad illuminare il polveroso cassone dei ricordi. Ricordi di cosa? Un susseguirsi di visioni legate ai memorie, immagini, libere associazioni, tutte riconducibili alla parola TITANIC. Parola indagata come partenza, distruzione, apatia e inadeguatezza, e ancora come immagini di festa/circo e teatro delle ombre/ riecheggiamento, dove emergono in successione gli oggetti simbolo della propria vita. La parola è suono, incomprensibile, traccia di linguaggi, linguaggio di un gruppo che vive la propria esperienza di vita disadattante, solitaria.
Titanic the end è lo spettacolo in programmazione al Teatro Ghirelli di Salerno dal 21 al 24 novembre 2013, per la regia di Salvatore Cantalupo, un adattamento dell’originale di Antonio Neiwiller del 1984.
Lo spettacolo è inserito nelle azioni proposte per ricordare Antonio Neiwiller a vent’anni dalla sua prematura scomparsa, regista fondatore insieme a Toni Servillo e Mario Martone di Teatri Uniti.

 

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Banche del tempo: sostenibilità e decrescita felice Stampa E-mail
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Scritto da Maria Raffaella Pisanu   
Sabato 16 Novembre 2013 23:01

 

Abbiamo una vita sola. Regalando il nostro tempo regaliamo la nostra vita. Di più prezioso non abbiamo niente. (Massimo Bisotti)
A Roma, sabato 16 novembre 2013, grande evento di inaugurazione della sede centrale del Coordinamento Nazionale delle Banche del Tempo, ora sita in Via Comisso 23, manifestazione cui ha sentitamente partecipato il sindaco Ignazio Marino, accolto con calore ed entusiasmo dalle rappresentanze delle altre banche municipali, provenienti anche dalla provincia e da alcune parti d’Italia. “Banche del tempo”: di cosa si tratta?
Evidentemente in tempo di crisi conviene rispolverare filosofie di vita che non tengano necessariamente conto dell’economia di mercato e non perseguano il mero fine del profitto, ma piuttosto promuovano un’economia basata sullo scambio che incentivi le relazioni piuttosto che la concorrenza. Un famoso adagio cita "il tempo è denaro", ma il denaro non potrà essere tempo; su questi presupposti, il tempo scambiato tra i “correntisti” appartenenti alle Banche del Tempo (BdT) resta un investimento quantificabile e concreto, misurabile in ore a debito e a credito, con il vantaggio che il sistema di relazioni intessute costituisce un valore aggiunto difficilmente monetizzabile. Qui entra in gioco un sistema economico "antipecuniario" dove un'ora di lavoro di qualsivoglia genere viene di fatto equiparata a beni, servizi e competenze. Qualsiasi figura professionale che metta a disposizione il proprio tempo non lo fa "gratuitamente", ma in vista di una restituzione e di uno scambio proficuo. In questo modo chi riceve raramente ha la sensazione di aver ottenuto un servizio scadente, chi dà lo fa in modo consapevole e chi gestisce queste associazioni di volontariato attivo mette umanità e passione al servizio della comunità, sia essa a livello condominiale, parrocchiale, scolastico, municipale o cittadino.
Grazie a un rinnovato senso di responsabilità civile e sociale, le BdT stanno trovando nuova diffusione e sviluppo in tempi recenti.

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'La Signora della Marra' rivive a Ravello una storia antica del 1283 Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Libri ©
Scritto da Marisa Paladino   
Giovedì 14 Novembre 2013 23:23
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Oggi Palazzo della Marra a Ravello, o meglio quel che sopravvive dell'antica nobile dimora di XI-XII secolo, è un luogo occupato da abitazioni private.
Eppure la famiglia della Marra di origine normanna, insieme ai Rufolo che edificarono la splendida omonima Villa, furono il cuore dell'antico patriziato ravellese, ebbero fama,successi finanziari e prestigio, sostennero l'ascesa degli Angioini, occupandosi sempre di affari, i primi gestendo dogane e tasse, i secondi divenendo banchieri di corte e arbitri delle dogane di Barletta e Trani.
Carlo I d'Angiò attinse alle loro fortune, ma non riuscì a restituire tutti i prestiti ottenuti ad alti interessi, ordì poi nei confronti dei notabili del regno accuse di concussione, tradimenti ed esportazioni di grano in danno della Corona, le esazioni esagerate provocarono poi la rivolta dei Vespri Siciliani e la discesa in guerra degli Aragonesi.
I Marra e i Rufolo non furono indenni dalle accuse, in uno scenario di oscure trame di potere e sodalizi economici, dove le fortune venivano cementate anche con i matrimoni combinati, queste due famiglie  subirono un importante processo, intentato da Carlo principe di Salerno che governava come Vicario del padre.
Il romanzo "La Signora della Marra" (2013) Ed. ConciliaForm,  scritto a quattro mani da Tina Cacciaglia e da Marcella Cardassi, narra le vicende che si intrecciarono intorno al processo, il libro sarà presentato il 22 novembre 2013 ore 18,00 come momento culturale nell'ambito del I° Convegno della Scuola di Psicoterapia Kairos  che si svolgerà tra Salerno e Ravello dal 21 al 23 novembre 2013.
Il romanzo è incentrato su Ruggero della Marra e sua moglie Chura Rufolo, un matrimonio messo a dura prova da vicende storiche che videro scatenarsi contro importanti membri delle due famiglie e, ovviamente, contro Ruggero un mare di accuse e di sospetti, ad un anno dai moti siciliani, accuse soprattutto di avere affamato il popolo con la loro gestione finanziaria, fomentando malcontento e ribellione. Ma il processo si fonda su prove arbitrarie costruite dal principe con il sostegno di giureconsulti a lui fedeli.
Il 17 giugno 1283 scattano arresti ovunque, da Ravello a Barletta, da Napoli a Palermo, in un clima di intimidazioni e di paura, stridente con le pagine iniziali del romanzo, che invece parte dalla fiducia che anima Ruggero quando decide di sposare la giovanissima cugina, una chiave "per il potere e la libertà" e per ottenere il consenso, oltre che le terre e i beni, da parte del padre Giozzolino, entusiasta, a sua volta, di vedere accrescere con il matrimonio il potere finanziario della famiglia. Da subito viene presentata la promessa sposa, un temperamento volitivo, fedele alla famiglia e obbediente al padre, ma anche capace di sentimenti e passioni ardite, che nonostante il matrimonio combinato non ne è dispiaciuta, infatti nutre segretamente  un autentico sentimento d'amore proprio per quel cugino.

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Gesualdo dentro il novecento Stampa E-mail
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Scritto da Redazione   
Lunedì 18 Novembre 2013 22:49

(in progress) Il Conservatorio San Pietro a Majella ha, usando le parole del direttore Elsa Evangelista,scelto di essere luogo di cultura, riscoprendo la bellezza e il patrimonio culturale della nostra Napoli, riconoscendo che la cultura di una città dipende dalla produzione, dalla creatività, dalle proposte culturali che si offrono, oltre che dalla riscoperta del suo patrimonio artistico
La nuova occasione è stata offerta dalle celebrazioni del Quarto centenario della morte di Carlo Gesualdo principe di Venosa (1566-1613), musicista e personaggio complesso e per certi versi inquietante, realizzate a San Pietro a Majella nei giorni 14,15 e 16 novembre 2013.
Inquietante per le vicende private, note a tutti, e anche per l'arditezza delle scelte compositive.
La stessa vita del Principe dei Musicisti sembra una metafora di una dissonanza dura che risolve solo dopo avere esercitato la funzione tensiva.
Il periodo conclusivo dell'esistenza di Gesualdo da Venosa si sviluppa, infatti, in una sobrietà quasi di pentimento.
Il duplice omicidio, cruento, della bellissima moglie Maria d'Avalos e dell'amante di lei Fabrizio Carafa segnò un'inevitabile svolta nella vita del compositore; l'impunità di fronte ad una legge arcaica, maschilista e classista privò Gesualdo dell'espiazione della condanna umana, consegnandolo a quella ben più inflessibile e dura comminata dalla coscienza, se vogliamo rimanere in un ambito laico.
Tre giorni di relazioni dotte, di visite alla Biblioteca, di concerti, come nel pomeriggio di venerdì 15 novembre nella Sala Scarlatti, con la prima esecuzione assoluta di “In morte di due nobilissimi amanti” di Francesco d'Avalos su testo di Torquato Tasso, e di 10 brani composti dalle classi di composizione del Conservatorio nel corso di un laboratorio curato da Enrico Renna; i brani sono stati basati su materiale musicale dei madrigali di Carlo Gesualdo da Venosa.
5 voci soliste, Loredana Nocerino, Tonia Langella, Elsa Tesciome, David Fruci e Carlo Feola e tre strumentisti, Emma Ascoli (viola), Giovanni Sanarico (violoncello I) e Norma Ciervo (violoncello II) diretti da Carlo Gargiulo per il dotto brano di d'Avalos, che nei tre strumenti sembra proporre una metafora sonora degli amanti e del Principe di Venosa.

Dissonanze e imitazioni contrappuntistiche, madrigalismi sul dolente testo del Tasso che quasi, in contrasto con le celebrazioni, condanna Gesualdo per l'efferato delitto, che di onore ha davvero poco.
Precisa la direzione di Carlo Gargiulo, molto concentrato sulle voci, intonati i tre strumentisti, anche a sostegno delle difficili combinazioni verticali delle linee vocali.
Insolito ensemble strumentale per il polittico su temi di Gesualdo, realizzato dal Laboratorio di composizione, curato da Enrico Renna, con musiche di A.Altieri, F. Ambrosino, R.Barone, A.Cerbo, A.Cioffi, D.Davide, F.De Biase, G.Monetti, P.Pignatiello, M.Tessitore.
Stili diversi, da quelli più tradizionali a quelli dal gusto strawinskiano, troppo presente è l'esempio altissimo di Monumentum pro Gesualdo, che il compositore russo dedicò al Principe del madrigale in occasione del 400° della nascita, nel 1966, per la coreografia di George Balanchine destinata al New York City Ballet.
A dirigere l'ensemble, che, come ha spiegato Enrico Renna, risponde ad esigenze di grande varietà timbrica e di spazialità del suono, Paolino Addesso, docente di Strumentazione per banda.
Il Comitato d'onore è di altissimo profilo, annoverando Riccardo Muti, Aldo Ciccolini, Francesco D'Avalos, Vincenzo De Gregorio, Roberto De Simone, Vincenzo De Vivo, Licia Borrelli Vlad, non meno prestigioso il Comitato Scientifico con Dinko Fabris, Giovanni Guanti e Daniela Tortora.
Il Presidente della Repubblica ha concesso l'Alto Patronato alle celebrazioni, nel corso delle quali è stato realizzato un Omaggio a Roman Vlad, compositore e musicologo da pochi mesi scomparso.

Il Convegno è stato fortemente voluto dal Presidente di San Pietro a Majella, Achille Mottola, che ha anche aperto il ricco programma a stampa con una prolusione che denota una conoscenza storica e musicologica non certo comune tra coloro che sono chiamati ad amministrare la complessa macchina conservatoriale, senza possedere quella conoscenza della materia musicale che alimenta l'amore per ciò di cui si prende cura e che è sicura motivazione per operare al meglio.
Della passione e dell'abnegazione di Elsa Evangelista, che sa abbinare dinamismo e competenza avendo a cuore tutte le funzioni del Conservatorio: didattica, produzione e ricerca.
Squisitamente musicologici i contributi di Dinko Fabris e di Daniela Tortora.
Opportunità di percorrere la percezione di Gesualdo nelle epoche, fino a trattare dell'autobiografia di Francesco d'Avalos, dalla quale Fabris cita un passo molto significativo: “Io credo che una musica si possa definire antica quando la tecnica con cui è scritta è facile da imitare”.
Certo, sembra voler dire Daniela Tortora, i secoli XVIII e XIX non avevano riservato a Gesualdo la meritata attenzione forse anche perché una figura di nobile inosservante le regole, ma che incarnasse i privilegi di quella classe nobiliare che la rivoluzione borghese aveva sconfitto, evocava contrastanti idee di insubordinazione e di restaurazione.

Diverso atteggiamento e diversa considerazione del XX secolo, epoca di nuove rivoluzioni , ma anche di ricerca di riferimenti antecedenti il secolo dei lumi, atti a proporre idee di nuovi modelli che superassero e soppiantassero la società capitalistica.
Prima studiata, rieditata in notazione moderna, poi fatta oggetto di elaborazioni e parafrasi, la musica di Gesualdo da Venosa conosce l'apice di riconoscimento nel più volte citato Monumentum stravinskiano, la cui prima esecuzione italiana venne diretta al Teatro di Corte di Napoli nel 1982 proprio da Enrico Renna, che oggi cura il Laboratorio di composizione.
Nella tre giorni gesualdiana si sono succeduti interventi di Daniela Tortora, Patrizia Veroli, Ivamka Stoianiova, Massimiliano Locanto, Mila De Santis, Giovanni Guanti, Pietro Misuraca, Bo Holten, Dinko Fabris, Renato di Benedetto, Quirino Principe, Francesco d'Avalos, Vincenzo De Gregorio, Renato Ricco, Matteo Sansone, Stefano Lombardi Vallauri, Roberto De Simone, Glenn Watkins e i saluti del Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris , e dell'Assessore alla Cultura, Nino Daniele.

 

 
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