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La Storia di una festa Stampa E-mail
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Scritto da Dadadago   
Lunedì 15 Settembre 2014 12:54

 

Nell'ambito della XXXV edizione del Festival Città Spettacolo Benevento domenica 14 settembre 2014 siamo stati invitati ad una festa di matrimonio.
Ai nostri giorni siamo abituati a cerimonie sfarzose, viaggi lunghissimi per raggiunger il luogo del ricevimento, a portate di cibo che si avvicendano con ritmo lento sino allo sfinimento, a musica di vario genere (a secondo dei gusti) per allietare i convenuti, ma diciamolo francamente, anche se non ci riesce difficile immaginare come poteva essere per le testimonianze cinematografiche, partecipare ad una trasposizione scenica di un vero e proprio banchetto anni Cinquanta della civiltà rurale, ancora così viva nel periodo che anticipa gli anni della grande industrializzazione del paese ed il relativo abbandono della terra è una esperienza da provare.
Festa di matrimonio prodotto da Solot Compagnia Stabile di Benevento di e con Michelangelo Fetto, Rosario Giglio, Antonio Intorcia, Massimo Pagano, Concetta Affannoso Amicolo, Carlotta Boccaccino, Paola Fetto, Gilda Lorizio, Leopoldo Maio, Emi Martignetti, Celeste Mervoglino; con costumi di Daniela Donatiello e la regia dello stesso autore per le due date previste ha richiamato un pubblico numeroso. Una vera e propria rievocazione di usi e costumi, e pietanze e vini che imbandivano le tavole in quel periodo, ambientata in una “masseria” (Agriturismo Il Fiorile). Appena arrivati insieme agli altri “invitati” siamo trascinati nel clima tipico di quel periodo dalla verve degli attori: conosciamo Peppe O' Mericano cantante dalla dubbia fedina penale, agguantato e poi rilasciato dal Brigadiere, e subito entrano gli sposi, giovanissimi e le rispettive famiglie, i testimoni di nozze e come si usava si fa bella mostra del corredo con battute sarcastiche e battibecchi tra le famiglie sulla congruità della “dote”.

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L'ILVA di Taranto: un dramma italiano Stampa E-mail
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Scritto da Marisa Paladino   
Domenica 14 Settembre 2014 20:55

 

Non è un “j'accuse” diretto a politica, manager o controllori. E' oltre la querelle tra politica e magistratura.
“Capatosta”  pièce andata in scena venerdì 12 settembre 2014 al Teatro De Simone, nell'ambito di “Benevento Città SpettacoloXXXV Edizione,  affronta il caso Ilva di Taranto attraverso i due protagonisti, operai che si raccontano, tra quotidianità e drammi esistenziali, sogni e progetti.  In anteprima nazionale, testo di Gaetano Colella, che ne è interprete insieme ad Andrea Simonetti, regia di Enrico Messina, l'ambientazione è il Reparto RH dell'Acciaieria 1 del grande impianto siderurgico, il più esteso d'Europa. Un laureato in economia è assunto in sostituzione del padre morto di tumore, la continuità nel posto di lavoro tra padre e figlio era una consuetudine nell'azienda. Il giovane ha in testa un progetto, ricreare la solidarietà tra i lavoratori e riaccendere la lotta di classe, contro ogni sfruttamento, convincimento maturato tra i libri universitari e la storia di suo padre. L'altro operaio ha venti anni di servizio, i due s'incontrano nello spogliatoio della fabbrica, il più anziano è un uomo disilluso e scontroso, vorrebbe da subito dettare le regole di comportamento al ragazzo, mostra diffidenza, ma presto l'incontro/scontro culturale, oltre che generazionale, prende il sopravvento. Il focus ruota intorno alla grande questione della sicurezza nell'acciaieria, che certo non è un salotto. Fumi e polveri inquinanti mettono sotto attacco la salute dei lavoratori, scarichi velenosi assediano i quartieri sorti intorno agli impianti, un immane disastro ambientale che ha causato decine di morti di tumore, ma tutto questo si poteva evitare? Quanta la responsabilità e la miopia politica, manageriale e imprenditoriale? E le complicità ai vari livelli, spesso maschera di interessi lucrosi e profitti da spartire?
Certo, lo scambio tra sicurezza economica e rischi per la salute connessi c'è stato, ma quella fabbrica ha consentito a migliaia di persone una qualità della vita altrimenti impensabile nel Sud, il benessere, l'automobile, la casa e tanti altri beni di consumo, lo racconta con estremo realismo l'operaio anziano, scanzonato e gigionesco per carattere, a tratti superficiale, in fondo consapevole della condizione di pericolo, infatti vorrebbe per i figli un'altra vita lontano dalla fabbrica (aprire un bar a Tenerife, magari) e alimenta questo sogno per sopravvivere. Sa anche che quel lavoro può uccidere, troppi i compagni morti che come flash spesso gli ritornano in mente.
A queste apparenti certezze il giovane contrappone la ribellione, in nome di una verità scritta mortalmente su quei corpi martoriati.
La fabbrica intanto ti si mette addosso, gli altiforni e le altissime temperature, le colate d'acciaio, la ripetitività delle azioni in fabbrica, è la quotidianità che il più anziano vuole difendere, insieme al “suo” spogliatoio, lo spazio di libertà dove ha sistemato una poltrona in pelle arancione dal designer raffinato, vi si sdraia nelle pause e la mostra come trofeo del benessere raggiunto.
Una poltrona che sarà in primo piano nella scena finale, simbolo di un consumismo vorace e di un potere economico che detta le sue regole, anche spietate ed infernali, tanto che l'“umano” può diventare una “cosa”. Il ritmo narrativo ha momenti di gestualità esasperate e di azioni sconsiderate, l'Urlo ricorrente segna quella frattura dell'umano divenuto disumano, ma per il giovane è tempo di una nuova classe operaia (esiste ancora? chiede il veterano), magari con gli sfruttati dei call center ed i lavoratori precari.

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La scoperta del sé anche attraverso l'altro: EVERYBODY, Una domanda d'amore alla Pelanda Stampa E-mail
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Scritto da Maria Raffaella Pisanu   
Venerdì 12 Settembre 2014 20:58

 

Dove sta il limite tra il fuori e cos'è una linea, se non il limite che la mente stabilisce per rendere più maneggiabili le cose? Sarebbe raccomandabile la pratica interiore dello sfumato, in modo da sapere dove termino io e dove comincia quello che non sono io [...] Dove termino io e cominci tu? (Chantal Maillard, “Contra el arte y otras imposturas”, 2009)
Una performance che studia le interazioni tra le persone in un determinato contesto, una struttura complessa suddivisa in momenti precisi ma mai troppo stabile nell'insieme né eccessivamente definita: questa è l'ipotesi iniziale di EVERYBODY - Una domanda d'amore di Antonio Tagliarini, lavoro previsto allo spazio La Pelanda (quartiere Testaccio) di Roma il 13 settembre 2014 all'interno della rassegna dell'Estate Romana ShortTheatre 9 - "LA RIVOLUZIONE DELLE PAROLE" promossa dal Comune con Zètema.
Più di quaranta performer (attori, ballerini, artisti, o semplicemente volontari, ripresi in copertina in uno scatto di Giulia Massignan) presentano l'esito del laboratorio che Tagliarini ha condotto, in collaborazione con Jaime Conde-Salazar, per dieci giorni consecutivi dal 3 al 13 settembre 2014 stesso.

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La recitazione come “verità”: intervista a Rossana Ferrara, salentina, direttrice artistica della scuola di recitazione Actors Lab a Roma Stampa E-mail
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Scritto da Cecilia Pavone - Comunicato Pervenuto   
Sabato 13 Settembre 2014 15:34

 

 

La recitazione intesa come “verità” vissuta dall’attore, come arte espressiva capace di trasmettere emozioni. Attraverso lo studio, la disciplina, l’esperienza diretta sui set cinematografici e la formazione elargita da docenti professionalmente attenti e attivi nel panorama nazionale del settore.
Sono questi i principi basilari adottati da Rossana Ferrara, attrice e direttrice artistica - originaria di Lecce - delle scuole di recitazione Actors Lab a Roma, Talenti Nascenti a Lecce e Rapa Actors a Napoli, che riaprono le iscrizioni per l’anno accademico 2014-2015. Da sempre animata da un’autentica passione per la recitazione, che l’ha portata a formarsi professionalmente come attrice, Rossana Ferrara ha creato delle scuole di notevole interesse per chi intende intraprendere il mestiere dell’attore. In particolare, su Roma, l’Actors Lab è una scuola nata dalla collaborazione con la Stefano Chiappi Management, una delle più importanti agenzie che cura diversi attori tra cui Carolina Crescentini, Gianpaolo Morelli, Gianmarco Tognazzi e con le società di produzione cinematografica Cinerapa e Rapaitalia, specializzate nella organizzazione e produzione di lungometraggi, fiction, serie televisive, videoclip, documentari, pubblicità e servizi fotografici che hanno prodotto fiction molto amate dal pubblico italiano come “Un posto al sole” e “La Squadra” oltre a numerose produzioni di film italiani e stranieri. Nello specifico, rispetto alle tante scuole di recitazione esistenti nel panorama nazionale, l’Actors Lab offre ai suoi allievi gli insegnamenti di un corpo docente estremamente specializzato e non avulso dai continui confronti e contatti con i set cinematografici, stage gratuiti e l’opportunità di partecipare a casting cine-televisivi.
Abbiamo approfondito l’argomento con Rossana Ferrara che spiega quali siano gli elementi distintivi delle sue scuole rispetto alle altre: “
In primis uniamo l’aspetto della formazione, quindi un aspetto teorico, all’aspetto pratico-lavorativo perché diamo l’opportunità ai nostri allievi di partecipare ai casting, fermo restando che abbiamo un corpo docenti d’eccellenza”. “Come direttrice artistica – continua Rossana Ferrara – scelgo i docenti con una delle priorità assolute quali un grande aspetto umano, perché la recitazione significa lavorare sulle persone e se un docente non è bravo ti rovina”. “Ma la cosa più importante per i ragazzi che formiamo – sottolinea la direttrice artistica - è che diamo loro l’opportunità di poter stare su un set, iniziando come comparse, perché è questo il primo approccio che si ha come set cinematografico e poi li inseriamo nel nostro archivio casting quando realizziamo i film o fiction per Rai, Mediaset e altre produzioni nazionali e internazionali, con il produttore cinematografico Ivano Rapa. E questo è un valore aggiunto e inedito rispetto alle altre scuole”. “Per esempio – precisa Rossana Ferrara - un nostro allievo della scuola di Lecce è stato scelto per la fiction Rai “Braccialetti Rossi”, mentre un’altra delle mie allieve sempre di Talenti Nascenti ha preso parte al film “Mia madre” con Ricky Tognazzi. Altri nostri allievi di Napoli hanno poi partecipato allo spot pubblicitario per la Wind che abbiamo realizzato con Giorgio Panariello e anche a quello per Tonno Rio Mare con Kevin Costner. Gli allievi della scuola Actors Lab, quindi possono essere non solo inseriti nell’archivio casting, ma i più meritevoli hanno la possibilità di entrare nel Laboratorio di Stefano Chiappi, il nostro main partner, il Chiappi Management Lab, che è una delle più importanti agenzie di Roma”. Cerchiamo di fornire ai nostri allievi, ovviamente i più meritevoli, un grande trampolino di lancio”.

Che tipo di stage proporrete agli allievi di Actors Lab e nelle altre scuole di recitazione nel corso del nuovo anno accademico?

Come direttrice artistica, organizzando l’intero impianto didattico e coordinando tutti i docenti – spiega Rossana Ferrara – cerchiamo di dare ai nostri allievi la possibilità di interfacciarsi con professionisti del settore quali registi, attori e casting director. In passato abbiamo realizzato stage con il regista Giovanni Veronesi, la regista Monica Vullo, il regista-attore Alessandro Siani e tanti altri. Per quanto riguarda la scuola di Roma, abbiamo nomi di grandi professionisti come Fausto Brizzi, regista, Luca Miniero, regista che ha girato il film di grande successo “Benvenuti al Sud”, Gianmarco Tognazzi, Stefano Rabbolini, casting director della fiction “Le tre rose di Eva” e tanti altri. Ecco dunque alcuni dei professionisti con i quali lavoriamo e ricordo che gli allievi potranno usufruire di questi stage gratuitamente. Un’offerta didattica, questa, molto importante, considerando che generalmente gli stage hanno dei costi esorbitanti soprattutto a Roma”. “Tra l’altro – precisa Rossana Ferrara “ il valore aggiunto delle nostre scuole è il rapporto qualità-prezzo eccellente, poiché in genere queste scuole hanno prezzi altissimi, invece noi, nel massimo del rispetto di chi vuole studiare e formarsi in questo campo, proponiamo prezzi ridotti offrendo un servizio didattico e formativo eccellente, sempre per ricollegarci al grande rispetto che ho verso l’arte della recitazione”.

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Nella visionarietà dell’improbabile la verità del desiderio: esplorando Le città invisibili con Popolizio e Girotto Stampa E-mail
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Scritto da Maria Raffaella Pisanu   
Mercoledì 10 Settembre 2014 21:28

 

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. (Italo Calvino)
Sotto una luna piena, un'atmosfera carica di aspettativa e vibrante d'emozione per uno spettacolo che ha presto registrato il tutto esaurito. Assieme alle nuvole stagliati nel cielo pini abeti e querce, tra audaci grilli pronti a contendersi il sottofondo musicale delle sonorità eseguite al sax soprano, al clarinetto e con flauti andini da Javier Girotto, sfondo pertinente e gradevolissimo a Le città invisibili di Italo Calvino, in cartellone al FontanonEstate la sera del 9 settembre 2014.
Massimo Popolizio
cattura l'attenzione con una voce davvero potente, le cui morbidezze tonali accompagnano lo spettatore nella lettura di passi scelti come fosse un bambino cui si narra una storia fantastica e avventurosa, sottesa di mistero e tutta da scoprire. Estremamente descrittivi i testi di Calvino selezionati per l'occasione dall'attenta regista Teresa Pedroni, che per l'occasione ne ha curato la mise en espace per la Compagnia Diritto e Rovescio.
Le città, descritte anche attraverso momenti gradevoli e vagamente onirici affidati alla sapiente esperienza del musicista, sono favolose, invisibili nella realtà, ciononostante non inimmaginabili. E qui si pone la questione di quanto l'immaginazione valga bene un racconto, ovvero di quanto la piacevolezza di racconti favolosi renda così tanto elevato lo spirito dell'ascoltatore da non fare differenza tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Tutto ciò che è bello, e buono, e allettante, seppur fantastico, sembra dirci Calvino, è vero. E tanto basta per sognare, sentirsi bene e continuare a vivere meglio di prima.

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