|
Autore: Dario Ascoli
|
|
lunedì 23 novembre 2009 14:42 |
|
Il ceto medio è stato, dagli anni 70 fino a fine millennio, “usato” come barriera sociale a protezione dal comunismo.
I modelli di vita della middle class sono stati additati come dimostrazione della superiorità del modello capitalistico occidentale.
Venuta meno la funzione propagandistica e globalizzato rapidamente il lavoro intellettuale perché esso , meno di altre attività, necessitava di radicamento sul territorio e di strutture materiali, nei confronti di quadri, lavoratori dei saperi, insegnanti, professionisti dipendenti si è abbattuta la scure dell'indifferenza quando non peggio.
Eppure la cosiddetta classe media continentale era stata quella che più di altri settori della società si era schierata su posizioni europeiste.
In Italia l'indifferenza dolosa verso il gruppo sociale intermedio ha portato all'affermazione di populismi di destra e di egoismi localistici a chiara impronta razzista, che al sano libertarismo di matrice laico-socialista ha sostituito il libertinaggio e lo stupro delle istituzioni e delle norme costituzionali.
Un fenomeno troppo spesso trascurato è quello dell'impoverimento del welfare del ceto medio, che non ha portato ad un'estensione dello stato sociale a fasce più ampie; lo spauracchio comunista era venuto a mancare e con esso la necessità di concedere protezione e diritti in un periodo caratterizzato da svalutazioni di divise nazionali ante-euro e indebitamento pubblico a favore di rendite da titoli di stato che sostituivano attività squisitamente imprenditoriali.
Quadro complessivo aggravato dallo scudo protettivo di potenze straniere levato a favorire ogni sorta di corruzione della vita pubblica fino al fatidico crollo del muro.
Gli effetti a breve e medio termine della perdita di ruolo del ceto medio lavoratore e produttivo sono visibili e si sostanziano nel depauperamento del patrimonio intellettuale e creativo derivante dall'imbarbarimento del tessuto culturale sociale a vantaggio del consumismo televisivo e , soprattutto, dalla precarizzazione del lavoro ad alta professionalità e alla migrazione di cervelli iniziata dagli anni '90 del secolo scorso.
Nel campo delle retribuzioni, laddove esse siano da lavoro non atipico, si è assistito ad un fenomeno paradosso e schizoide: da un lato il crescere dei compensi di top management spesso svincolati da ogni verifica di risultato, dall'altro l'appiattimento di tutti i livelli sottostanti, tale da rendere poco appetibili mansioni di responsabilità intermedia, via via sottratte alla fascia dirigenziale e assegnate a quadri e funzionari dipendenti.
|
|
Leggi tutto...
|
|
Oltrecultura: Eventi Prosa
|
|
Autore: Fulvio Tudisco
|
|
giovedì 26 novembre 2009 12:06 |
|

Quanto tempo occorre per rappresentare sulla scena un testo? Quanto è gusto tagliare o ridurre un testo per renderlo più adatto alla scena? A queste domande che da sempre attanagliano chi fa teatro sembra rispondere il grande maestro del teatro tedesco ed europeo della seconda metà del novecento, Peter Stein. Classe 1937, berlinese di nascita ma cosmopolita per vocazione, vive orami in Italia dal 1989, Stein è uno che non è disposto a sacrificare un testo per renderlo più adatto alle esigenze della rapidità della messa in scena. Per lui il teatro è l’arte del ri-raccontare un testo, di farlo rivivere nella sua interezza. Per il suo ideale di teatro Stein non esita a realizzare delle vere e proprie maratone teatrali che incredibilmente, nonostante la durata da colossal cinematografici, non smettono mai di appassionare gli spettatori. Nel 1980 ha messo in scena un’”Orestea” di nove ore, nel 2000 un ”Faust” di quasi 22 ore, per non parlare di un ”Wallenstein” di Schiller rappresentato a Berlino per dieci ore senza interruzione. Il suo ultimo monumentale allestimento (26 attori, tra cui la moglie Maddalena Crippa) sarà uno dei protagonisti del prossimo Napoli Teatro Festival Italia nel giugno 2010. Nell’ambito delle iniziative di anticipazioni del festival, martedì 24 giugno presso la libreria Feltrinelli di Napoli, Peter Stein, intervistato dal giornalista Mario Fortunato, ha incontrato il pubblico per parlare del suo lavoro I Demoni tratto dal celebre e omonimo romanzo di Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Uno spettacolo dalla storia molto tormentata.
|
|
Leggi tutto...
|
|
|
Oltrecultura: Recensioni Musica
|
|
Autore: Emilia Maurizi
|
|
domenica 22 novembre 2009 08:09 |
|

Salvatore Accardo (violino), Laura Gorna (violino), Francesco Fiore (viola), Rocco Filippini (violoncello): quattro maestri di grande prestigio - unitisi nel 1986 a formare il Quartetto Accardo - hanno riempito per una sera la Sala Sinopoli dell’Auditorium romano con le splendide note dei Quartetti per archi di Jakob Ludwig Felix Mendelssohn Bartholdy (Amburgo, 3 febbraio 1809 – Lipsia, 4 novembre 1847).
In circa un’ora e mezza, si sono concentrate e scatenate nel pubblico (così supponiamo, visti gli applausi scroscianti alla fine di ogni esecuzione) emozioni e sensazioni che solo il “felice” compositore, direttore d'orchestra e pianista tedesco è in grado di dare, attraverso le sue opere, che lo pongono di diritto fra i grandi della prima generazione romantica.
Il Quartetto in mi bemolle maggiore op. 12 è di chiara ispirazione beethoveniana ma “non si limita ad un’imitazione pedissequa” e nel tema emergono “l’eleganza e il fascino” tipici della musica di Mendelssohn (affidati al primo violino) e la rinuncia alle “complessità ritmiche contrappuntistiche” di Beethoven. L’intero discorso che si snoda nella composizione è fluido, lirico già dal primo movimento. Una particolarità che si fa notare “ad orecchio”: ogni movimento del Quartetto inizia in una tonalità diversa. Ma non solo. L’op 12 esprime l’idea di “forma ciclica”, portata avanti da Mendelssohn, riproponendo continuamente tonalità e intere frasi. E, a dimostrazione di ciò, il Quartetto si conclude esattamente con la coda del primo movimento.
Il Quartetto in la minore op. 13 è anch’esso suggestionato in qualche modo dal maestro di Bonn. Composto prima dell’op 12, nella primavera-estate del 1827, piuttosto che all’elaborazione di un diciottenne sembra appartenere di più ad un’ispirazione e ad una musicalità mature. Spetta alla viola la presentazione del primo tema, subito coinvolto in un tessuto musicale “accidentato e fitto di dissonanze”. Ma nell’Intermezzo e nel Presto il primo violino si esprime passando da melodie dal sapore popolare a recitativi più agitati e a frasi cantabili.
|
|
Leggi tutto...
|
|
Oltrecultura: Recensioni Musica -
Oltrecultura: Recensioni Musica
|
|
Autore: Dadadago
|
|
mercoledì 25 novembre 2009 13:52 |
|
Il ricco calendario della stagione al Teatro Verdi di Salerno lunedì 23 novembre 2009 prevedeva un recital cameristico, improntato su autori europei di fine ottocento che nella loro produzione hanno impresso una forte matrice nazionalistica con la presenza di un protagonista all'apice della maturità artistica.
Solista d'eccezione Shlomo Mintz violinista tra i più stimati del nostro tempo che tra l'altro è anche direttore d'orchestra.
Una carriera cominciata da giovanissimo costellata da premi, riconoscimenti internazionali, incisioni discografiche e collaborazioni illustri.
Al suo fianco Petr Jirikovski ottimo pianista praghese con cui spesso si accompagna.
La serata, che ha ottenuto molto plauso, è cominciata con la Sonata n. 2 op. 13 in Sol Maggiore del norvegese Edvard Grieg (1843-1907), composta nel 1867, romanticamente venata da melodie popolari nei suoi tre movimenti: il lungo Lento doloroso (in minore che cede spazio dopo poche battute all'Allegro vivace), Allegretto tranquillo e Allegro animato.
Staccato l'inizio della composizione con piglio sofferto e suono un po' aspro, Shlomo Mintz poi, dosando il vibrato, fraseggia morbidamente, agile, elegante ed intimo, con la complice intesa dell'accompagnatore a cui non manca né la leggerezza di tocco, né la capacità di delicate sfumature dinamiche.
Una interpretazione meditativa giocata sul lirismo accentuato dagli andamenti cantabili, dall'equilibrio timbrico, dagli accenti suggestivi.
|
|
Leggi tutto...
|
|