Ediz. n.113 - 05/09/2010

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Idomeneo: mito e creatività al Regio di Torino Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica
Autore: Serena Gaudino   
giovedì 28 gennaio 2010 19:45

Da tempo ormai sono ricomparse, su blog e riviste online soprattutto, critiche spietate al mondo dell’opera: sono ritornati dopo lunghi periodi di silenzio gli attacchi alla borsa da cui attinge l’opera, allo Stato che investe troppo in una forma d’arte obsoleta, che non ha più nulla da dire, che assorbe soltanto gran parte del budget a disposizione per la cultura in genere e che starebbe meglio rinchiusa in qualche DVD sugli scaffali delle discoteche pubbliche o meglio nei negozi.
Poche parole invece si spendono sull’industria che sta attorno all’opera, sull’ingegno che architetta l’opera, sul riportare costantemente all’attenzione del pubblico le radici della nostra cultura musicale occidentale. Ma non solo.
L’opera in quanto generosa fetta artistica di proprietà nazionale è anche, da qualche anno banco di prova eccellente per sperimentare nuovi linguaggi siano essi espressivi, tecnici, multimediali: l’orchestra, il coro, gli interpreti, i ballerini, i mimi, il regista, il maestro del coro, i sarti, i falegnami, gli ingegneri, gli architetti, e gli assistenti tutti lavorano, mese per mese, produzione per produzione, alla costruzione di nuovi angoli di sempre nuove città siano esse Parigi, Firenze o Nagasaki con i loro nuovi e diversissimi popoli. Ora vestiti da contadini ora da gran signori, ora briosi Don Giovanni, barbieri e reucci ora antichi condottieri, imperatori e principesse perse dietro ad amori impossibili o astute signorine in cerca di tesori da sperperare.
E a testimoniare tanta ricchezza di genio e di lavoro l’opera viene fuori, ogni volta reinventata e riportata in vita con stili e caratteri diversi.
Non è stato da meno l’Idomeneo che il Teatro Regio di Torino ha coprodotto con il Comunale di Bologna. Una buona produzione dove a fare la parte del leone per originalità e verve creativa è stato soprattutto il regista Davide Livermore che si riconferma gran maestro della regia in musica non solo mozartiana (suo è stato anche un interessante “Ratto del serraglio” nel 2006 con lo stesso Tomáš Natopil) ma anche più antica visto che suo lo scorso anno è stata anche la messa in scena di un godibilissimo Aci Galatea e Polifemo della Cappella della Pietà dei Turchini diretta da Tony Florio. Perché l’estro di Livermore colpisce? Fondamentalmente perché riesce a dare un senso a operazioni “fuori tempo” appunto, risvegliandole con inserti modernistici legati soprattutto alle scenografie e alla presenza dei cantanti in scena che anche in questo caso vengono trascinati in quella speciale danza, detta tecktonik, che il regista, giustamente e ostinatamente infila in ogni suo lavoro. Lui prova a guardare dentro, in quello che l’opera potrebbe dire o rappresentare, supera le maglie della trama musicale o letteraria e si addentra nel mondo sconosciuto del teatro musicale e drammatico insieme, su un terreno scomodo e virtuoso insieme che fa di una mano il simbolo del destino e dell’occhio, che scruta, guarda, spia, controlla, il simbolo mostruoso della nostra società contemporanea suddita inconsapevole di un meccanismo di controllo fuorviante.
E per quest’opera, per l’Idomeneo di Mozart, questa invasione tecnica è la benvenuta. Non perché l’opera sia insostenibile ma semplicemente perché dà maggior forza a quello che Mozart a suo tempo voleva fare: rompere le forme chiuse, evolversi verso un progetto musicale unitario in cui l’orchestra, i cori, i balli si legassero in un tutt’uno anticipando quello che diventerà poi il melodramma italiano. Ma l’Idomeneo pur rimanendo una delle più belle, forse anche la più bella, delle opere del settecento non è un’opera semplice, non è un’opera, insieme alla Clemenza di Tito, che ha mai fatto presa sugli ascoltatori. Non certo come il più famoso Mozart del singpiel. E questo perché oltre ad avere ancora i recitativi convenzionali, l’opera gioca sulle aree, come ha sottolineato nei suo molteplici interventi Massimo Mila, in sé bellissime ma “distribuite a rotazione” con una struttura a dir il vero più che simmetrica.
La storia, elaborata in forma di libretto da Giambattista Varesco, si basa quasi del tutto sulla Tragedie Lyrique di Antoine Danchet, solo il finale muta vista l’esigenza di concludersi felicemente. Una storia praticamente senza storia dove i protagonisti sono schiacciati tutto il tempo dalla immensità dei numi che procedono alle scelte in loro vece: la scena si apre su Ilia – principessa troiana figlia di Priamo – e il suo innamorato Idamante, figlio di Idomeneo. Il giovane dichiara il suo amore a Ilda ma ella pur ricambiando il suo amore lo rifugge perché non si sente di legarsi a un cretese, a un nemico. A interrompere i due però arriva Arbace che annuncia il naufragio della flotta di Idomeno al largo di Creta. Idomeneo si dirige verso la spiaggia e mentre vaga in cerca di un naufrago, di un segno, di qualcosa che possa dirgli dove è suo padre che non vede da tanti anni quanto è durata la guerra di Troia, incontra un uomo. E’ Idomeneo che però ha appena finito di promettere a Nettuno, in sacrificio, affinché la furia del vento e del mare si calmiasse, il primo uomo che avrebbe incontrato su quel lido. Quando apprende che è lui, Idomeneo, suo figlio, quel giovane che gli è andato incontro, fugge via senza dare al ragazzo alcuna spiegazione.
Placatasi la tempesta Arbace suggerisce a Idomeneo di mandarlo via con Elettra, la figlia di Agamennone e Clitennestra, così che il sacrificio non debba compiersi. Ma Idamante non vuol partire, non vuole lasciare Ilia, vorrebbe invece qualche spiegazione. Ma Nettuno torna a infuriare i mari. La tempesta riprende e compare un mostro che uccide tantissime persone. Il re, incalzato dai cretesi, non sa che fare ma improvvisamente, una volta che Idamante decide di affrontare la bestia marina e di ucciderla, superando così la prova imposta da Nettuno, questi scioglie il voto di Idomeneo costringendolo a lasciare il trono in favore del figlio che a questo punto sposa Ilia lasciando infuriata la bella Elettra.
A farne uno spettacolo godibile oltre naturalmente al regista e al direttore Tomáš Natopil, molto misurato in questo Mozart strabordante, sono le voci dei protagonisti: giusto l’Idomeneo di Matthew Polenzani e piena la voce di Idamante portata in scena dal mezzosoprano Ruxandra Donose – entrambi nuove voci per il Regio, meno convincente invece Annick Massis, il celebre soprano francese nei panni di Ilia la cui voce spesso troppo piccola si è persa nel fraseggio orchestrale. Senza pecca Eva Mei e Alessandro Liberatore: rispettivamente Elettra e Arbace.
Un applauso particolare a Giusi Giustino che come sempre riesce ad aggiungere ai suoi spettacoli un tocco di magia.
Serena Gaudino

 

 

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