
| Il conto di una cena kasher condita di umorismo |
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| Oltrecultura: Recensioni Libri | |
| Autore: Melania Costantino | |
| mercoledì 10 febbraio 2010 10:08 | |
![]() ‘Il conto dell’ultima cena’. Un titolo necessario, pieno della stessa serietà - seppur mista ad un filosofico e saggio humour - che caratterizza l’intero volume scritto da Moni Ovadia.
Un testo da leggere con delicatezza e attenzione, con molto tatto e con il dovuto riguardo.
Le parole scorrono fluidamente in un percorso imprevedibile, mentre, rivelazione dopo rivelazione, l’ignoranza viene smantellata con leggerezza.
Da una pietanza all’altra, un ebreo racconta il suo popolo e la sua religione.
Un uomo come Moni Ovadia, d’altronde, sotto i colpi incessanti dei suoi insegnamenti, non poteva che cesellare un oggetto preziosissimo, qual è, appunto, questo libro.
Scritto con Gianni Di Santo, il testo ha come sottotitolo ‘IL CIBO, LO SPIRITO E L’UMORISMO EBRAICO’.
E’ il cibo che nutre corpo e anima, quello di cui si discute.
Il cibo come simbolo dei popoli, come legame tra essi.
Sì, tutto ciò è il cibo, ed ancor più complesso il non semplice viaggio che ci conduce a fare il nostro autore.
I primi passi del libro sfiorano il travagliato rapporto tra Cristiani ed Ebrei, sino al momento in cui… La pergamena sarà srotolata.
E’ vero, è inutile ripetere meccanicamente che Gesù fu ebreo, se non si intende capire, fino in fondo, in cosa consistesse essere ebreo.
E’ tutta un’altra prospettiva quella che balza agli occhi nel meraviglioso frangente in cui, un nuovo scorcio, si apre sull’ Uomo, sull’ Ebreo.
Gesù è raccontato, infatti, per mezzo degli usi e dei costumi della sua epoca e, tutto ciò, ne porta una nuova e tenera immagine.
Ma è il Popolo ebraico ad essere il protagonista del libro, raccontato nella luce della sua millenaria saggezza.
Buona parte del libro è costituita da brevissime storie aventi come tema centrale le tradizioni ebraiche.
Ma non ci si ferma e si va oltre, sino a toccare il concetto di violenza, argomentato abilmente attraverso un punto di partenza inedito: l’esegesi di una delle più famose canzoni ebraiche, Khad gadià (ripresa da Branduardi ne ‘Alla Fiera dell’Est’).
Arrivati a questo punto, Ovadia dedica un intero capitolo al rapporto tra ebraismo e vegetarianesimo, adducendo un’ipotesi interessantissima, con tanto di versetti a sostegno della propria tesi.
La parte più commovente, però, riguarda l’incontro tra il nostro autore e l’egiziana Janette Ceresi, che, con i suoi novant’anni, porta il peso di un inedito vissuto.
Ella racconta la sua vita per mezzo della cucina dell’esilio e della diaspora.
Si termina, infine, con amabili ricette della tradizione ebraica: la cucina Kasher viene, dai protagonisti, raccontata più che descritta.
‘Il conto dell’ultima cena’, oltre che essere un libro piacevole ed interessante, è educativo.
Conoscere un popolo non significa rappresentarselo per via di definizioni in cui lo stesso si ritrova ad essere ingabbiato attraverso significati attribuiti da soggetti esterni ad esso, ma, al contrario, per mezzo di una conoscenza diretta ed immediata con coloro i quali vogliamo dialogare.
Tra storia e pani azzimi, un libro meraviglioso.
Melania Costantino
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