Ediz. n.113 - 05/09/2010

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Al Teatro Verdi di Salerno, Pirandello e le sue inafferrabili verità Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa
Autore: Marisa Paladino   
domenica 14 marzo 2010 01:13
Il Teatro Verdi di Salerno ha proposto dall' 11 al 14 marzo 2010 un classico del teatro, i Sei personaggi in cerca d'autore di Luigi Pirandello con la regia di Giulio Bosetti e la messinscena della Compagnia del Teatro Carcano di Milano, diretta dallo stesso fino alla scomparsa nel dicembre scorso.
Opera amata ed apprezzata, nel solco della tradizione ed in linea con le scelte di cartellone del Massimo cittadino, è nell'allestimento che è andato in scena nel 2008 , per la prima volta, nel capoluogo lombardo.
Al suo debutto romano del 1921 suscitò polemiche e perplessità,  ma la sua carica innovativa ben presto convincerà, tra crescenti favori di pubblico e di critica, diventando, con l'intera drammaturgia pirandelliana, un riferimento per tutto il teatro del Novecento. Da allora una ricerca espressiva costante ha accompagnato l'opera, l'autore stesso nell'edizione del '25 volle che i personaggi arrivassero "da dietro" cioè dalla platea, simbolo della rottura del binomio palcoscenico/platea, che costituì la risposta a quindici anni di ricerche dell'Avanguardia europea intorno al rapporto scena/sala, attori/spettatori, finzione/realtà.
Questa ricerca è continuata, con riletture e rappresentazioni più o meno fedeli al codice narrativo ed estetico originale, fino a questo allestimento, firmato da chi il teatro lo ha amato per una vita, interpretando dei Sei personaggi tutti i ruoli, e giungendo a questi risultati di sobrietà ed eleganza, di assoluto rigore ed essenzialità scenica, lontani da ogni manierismo, pur nella ripetizione e nella riproposizione.
Dal fascino innegabile ed immutato, l'opera schiude lo spettatore ad una costante sorpresa fin dall'apparizione dei sei personaggi, per poi calarlo nei loro drammi vissuti/raccontati, sospesi tra realtà e finzione, aperti a chiavi di lettura che si intrecciano ai diversi livelli espressivi ed interpretativi, scomponendosi e ricomponendosi, in un incantevole e magico gioco di specchi,  fino al tragico epilogo, strappando a volte anche un amaro sorriso. La trama è nota. La metafora di servetta Fantasia al servizio di Pirandello e l'ispirazione che dà corpo ai personaggi, che premono per essere rappresentati in teatro, diventa l'occasione per lo scrittore/filosofo di riflettere sull'arte e la vita, sul dramma dell'esistenza e la sua rappresentazione, attraverso la formula o coup de théatre del teatro nel teatro, perché il dramma personale dei Sei personaggi avrà occasione di esprimersi sulla scena di un palcoscenico dove una compagnia sta provando Il gioco delle parti dello stesso autore.
Il surreale ambiente metateatrale con tanto di regista, tecnici ed attori, rende perfettamente l'atmosfera che si respira durante le prove, fra maniacale protagonismo e vezzi divistici, ma quando agli attori sarà chiesto di interpretare la storia di quei personaggi si capirà che nessuno, più dei personaggi stessi,  potrà vivere/interpretare il dramma di cui ognuno è portatore.
La tragedia del Padre umanamente lacerato e dibattuto tra rimorsi e giustificazioni, della Figliastra "giovinetta ardita e procace" smaniosa di sprezzante vendetta, della Madre vera Mater dolorosa "povera donna in gramaglie vedovili", accompagnata da una Bambina di poco più di quattro anni e da un Giovinetto di dieci, nonchè da una indicibile muta sofferenza, del Figlio ostile e chiuso, che rifiuta la drammaticità della situazione familiare che gli viene offerta, questi i personaggi in cerca ognuno con la sua verità, che nella finzione apparirà quasi più reale della realtà.
Risalta in scena la figura del Padre, un ottimo Antonio Solinas che con disperata rassegnazione si fa interprete della voglia dei personaggi di vivere negli attori, ma anche dell'essere inchiodato ad un evento che si rivelerà cruciale e vergognoso, oscillante tra dignità e tentazione e dolorosamente imprigionato in una forma che rifiuta. La Figliastra nei panni di una convincente e sprezzante Silvia Ferretti, è dura nel condannare le meschinità di quel patrigno/padre con il quale, ad insaputa di entrambi, si troverà nell'atelier di comodo di Madame Pace a subire l'insidia e la voluttà dell'uomo, a tratti anche tenera nel ricordare la sua innocenza infantile.
La figura della Madre, cui conferirà maschera di autentico dolore Nora Fuser, è un personaggio umile e dismesso, moglie del primo e madre della seconda, avuta  questa da una relazione con il devoto segretario del marito, ella non smania di avere vita, come per l'ossessione che assale il marito e la figlia, in quanto sa di essere "..viva e presente, sempre, in ogni momento del mio strazio, che si rinnova vivo e presente sempre" , anzi attinge dal suo primario istinto materno per chiarire e scuotere quegli altri intorno a lei.
Il Figlio mai abbandonato, eppure ostile e drammaticamente non realizzato, il Giovinetto e la Bambina le cui mute consistenze sono sul medesimo piano di realtà che è "il fantastico della commedia" sono gli altri personaggi che completano la famiglia di ombre reclamanti la luce, affacciatesi alla fantasia dell'autore,  attraverso la creazione artistica,  per compiere il passo tra la soglia del nulla e l'eternità dell'arte.
La compagnia appare affiatata e corale, Edoardo Siravo e Marina Bonfigli rendono in maniera calzante ed efficacie il malcapitato Capocomico e quella Madame Pace, creatura ambigua per intenzioni, quanto comica nel parlare e nell'atteggiarsi, la cui necessità artistica è sottolineata dall'autore cui non difetta l'umorismo, forse anche per spezzare la crudezza della situazione.
La serata inaugurale è stata privata degli effetti luce per un problema tecnico, cosa che ha contribuito a rendere, ahimè perdonateci il gioco di parole più "spenta" l'atmosfera, si recupererà nelle successive rappresentazioni, i costumi sono di  Carla Ricotti ed in un pendant tragedia/commedia rimarcano il nero dei "personaggi" ed il chiaro dell'allegra compagnia di attori.
Una messinscena asciutta e di coerenza stilistica al testo, con una recitazione misurata nell'andamento della parola ed ordinata nella gestualità e nei movimenti mimici di Marise Flach, a conferma di una regia ortodossa che Giulio Bosetti ha  preferito scegliendo di ripercorrere questo capolavoro del teatro del '900.
Un classico che ci sembra di conoscere benissimo, eppure ogni volta si scopre di non riuscire a possederlo quanto ineffabile è il suo mistero, stupefacente la sua arte ed inafferrabili le sue verità.
Marisa Paladino

 

 

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