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"Ita agunt omnes mulieres" al Teatro Massimo V.Bellini di Catania Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica - Lirica
Autore: Dario Ascoli   
lunedì 15 marzo 2010 18:11
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"Ita agunt omnes mulieres" al Teatro Massimo V.Bellini di Catania
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L'allestimento di Così fan tutte in scena al Teatro Massimo V.Bellini di Catania dal 12 al 25 marzo 2010 è la ripresa, decisa in extremis dopo varie opzioni, di quella realizzata per il Teatro dell'Opera di Roma nel 2007, curata nel capoluogo etneo da Maurizio Di Mattia, il quale nelle note di regia così si esprime: “Riportato cosi il nostro viaggio in una villa pompeiana dove i quattro viaggiatori incontrano la sfida con se stessi ed il loro mondo, essi scoprono un universo di passioni, di desideri inespressi, scoprono forse l’amore ma, più che altro, se stessi”.
La direzione musicale è affidata a Hubert Soudant (Christian Voss nelle recite del 23 e 25 marzo 2010), scene e costumi sono rispettivamente di Maurizio Varamo e di Anna Biagiotti.
La compagnia di canto affianca alla Fiordiligi di solida esperienza di Maria Luigia Borsi la vivace Dorabella di  Tove Dahlberg, mentre sul fronte maschile ad un diligente Enrico Marrucci in Gugliemo e ad uno stilisticamente incerto Ricardo Mirabelli in Ferrando si giustappone il Don Alfonso translucido di Gabriele Ribis, e la pepata e convincente sorpresa di una Despina brillantissima interpretata dalla palermitana Laura Giordano.
Allora dicemmo che, se piuttosto che a Lorenzo da Ponte, Mozart (a proposito non Amadè, né Theofilus, ma Amadeus) avesse attinto ad un'opera di Papinio Stazio, probabilmente il dramma giocoso dello scambio delle amanti avrebbe avuto un titolo simile a “Ita agunt omnes mulieres” vel "Amantium ludus".
Le scene e alcuni costumi riproducono una Pompei del I secolo d.C. anziché la Posillipo del '700, e il primo quadro accenna ad un lupanare, più che a un’osteria, in cui si intrattengono gaudenti Guglielmo, Ferrando e il saggio Don Alfonso, anche se nella versione etnea Di Mattia ha lasciato intendere una sorta di divertissement/pantomima - inscenata in una villa patrizia napoletana i cui invitati sfoggiassero costumi da antichi romani - piuttosto che una vera retrodatazione.
Il giovane Mozart subì il fascino di Napoli nel suo viaggio del 1770, si pose in vibrazione simpatica con il clima di caotica creatività di quella che ancora era la capitale mondiale della musica; non ci sorprende che egli abbia voluto, circa 20 anni dopo, ambientare nella gaudente Posillipo una vicenda di intrighi amorosi e di incrocio di amanti.
La vicenda di Così fan tutte si dipana lungo l’arco di tempo che va dalla prima colazione alla cena e si chiude sulle prospettive di un ardente dopo-cena, la location è una villa di Posillipo all’epoca di Mozart o poco prima.

Probabilmente il Da Ponte fu influenzato da un'opera, anch'essa incentrata su travestimenti, esotismi e ambientata a Napoli, che fu "Il Turco in Italia" di Caterino Mazzolà, andata in scena a Vienna nel 1789 e a cui si ispirarono Romani e Rossini per la loro omonima opera buffa nel 1813.
L’opera della "Scuola degli amanti” dura approssimativamente quanto Le nozze di Figaro o Don Giovanni, tuttavia essa è ripartita in soli due atti e presenta un minor numero di personaggi (6 contro i 10 delle “Nozze e gli 8 del “Don Giovanni) e inoltre presenta una trama molto più lineare e senza presupposti, antefatti e controtrame; al di là della solo apparente maggiore lunghezza, il Così fan tutte è scorrevole e grazie ai pochi (ma necessari) cambi di scena si sviluppa senza soluzioni di continuità.
Il fascino maggiore della più “napoletana” delle opere di Mozart consiste nell’uso esasperato, con finalità ironiche, delle convenzioni teatrali, nell’esaltazione della finzione nella finzione tanto estrema da risultare più verosimile della realtà stessa.
Edward Dent: “ – è l’esaltazione dell’insincerità: il solo istante in cui qualcuno dica la verità è quello nel quale Don Alfonso pronuncia la massima che dà titolo all’ opera ".
Così fan tutte è un’opera che si ama o si rifiuta, a prescindere dall’amore per il suo monumentale autore.
Un’ipocrisia che sa essere più seducente della sincerità è una disequazione che scardina costruzioni che riteniamo eticamente fondanti.
La scuola degli amanti” sembra insegnare che i sentimenti possono assumere espressioni tanto più eleganti quanto meno sinceri essi siano e così, ad un tratto rischiamo di sentirci ingannati , traditi o, peggio ancora, scoperti nelle nostre stesse menzogne, piccole o grandi che siano, e su cui abbiamo costruito relazioni personali, menage, fama, potere.
Per godere di una pantomima sull’ipocrisia occorre essere disposti a sopportare il dubbio di esserne stati vittima e accettare la consapevolezza di correre il rischio di essere riconosciuti rei della medesima.
Quest’opera non è, come sembrerebbe, priva di metafore sociali; i non entusiasti hanno voluto vedere in essa una semplice commedia buffa in stile settecentesco; non c’è , è vero, un servo motore della vicenda che la faccia in barba ai potenti, nemmeno un deus ex machina che punisca la dissolutezza di un signorotto; vi è molto meno, quanto a personaggi , ma molto di più in termini etici; l’ipocrisia nei rapporti tra individui e nei rapporti sociali è ineludibile, ma a noi spetta il privilegio di accettarla o rifiutarla, servircene o combatterla, ignorarla equivale a subirla.
L’opera non incidentalmente fu commissionata nel 1789, all’indomani della presa della Bastiglia, e si vuole che Mozart e Da Ponte, nell'ordine, si fossero voluti ispirare a tal punto all'illuminismo francese da tratteggiare un Don Alfonso a immagine e somiglianza di quel Diderot che entrambi gli autori ben conoscevano e nei confronti del quale nutrivano ammirazione.
Riflettiamo come una vicenda a lieto fine che si sviluppi nel volgere di una giornata, in piena unicità aristotelica di spazio, tempo e azione, col trionfo della menzogna adoperata e subita sarà apparsa come una metafora di pronta restaurazione agli occhi della nobiltà di fine secolo nostalgica dei privilegi feudali, mentre la borghesia avrà potuto sorridere delle meschinità e dell’assenza di valori della soppiantata aristocrazia.
Aggiungiamo il condimento , indispensabile, di una serva che si traveste da medico e da notaio prendendosi gioco delle due sorelle ma mettendo alla berlina quella certa credulità superstiziosa che ruotava intorno alle recenti scoperte scientifiche, sul magnetismo in particolare, ed esibendo, nel contempo, il simbolo del triangolo massonico.
Il sentimento dominante dell’opera è, volendo schematizzare, il cinismo pragmatico, quell’atteggiamento con cui la nuova classe borghese affronta l’imminente XIX secolo, con cui codifica i propri principi, combattendo guerre sanguinose per diffondere la fratellanza, costruendo imperi e istituendo dittature per difendere la libertà, dividendo l’umanità in classi contrapposte per celebrare l’ uguaglianza.
Mozart, esasperando il ricorso alle convenzioni, ha messo fine ad un epoca e ad un modello, mostrandone un esemplare tanto elevato da scoraggiare emulazioni; Rossini vi si cimenterà, ma, a soli 30 anni, abbandonerà la scena , consapevole dell’inarrivabilità di un modello ideale, per giunta divenuto inadatto alle mutate esigenze del secolo dell’industria e della macchina a vapore.
La messa in scena catanese abbonda di uomini e donne in peplum, con un Pulcinella che introduce sulla scena il coro come se questo fosse costituito da visitatori tardo settecenteschi nella Pompei appena riportata alla luce dagli scavi di Lord Hamilton.
Le scene di Maurizio Varamo , una volta accettata la traslazione temporale, sono sicuramente affascinanti; non si curano di essere fedeli riproduzioni, limitandosi al simbolico;i fondali mostrano le immagini dei ritratti di Mozart e la citazione alla maniera di cammeo della figura , non particolarmente avvenente, di Gianluigi Gelmetti, direttore musicale e regista della edizione romana del 2007, in tunica che brandisce una cetra.
Il  fondale ricorda una gouache settecentesca, raffigurante una veduta della baia di Napoli.
I costumi di Anna Biagiotti, come si è detto, sono generosi nell’esibire procacità, ma anche ironici quanto basta; la scelta di far agire il coro in abiti settecenteschi è coerente con l'allusione ad un colto gioco di società nella villa di Don Alfonso, che, si direbbe, ben ampia, vista la folla di ospiti.
Chissà perchè le ancelle sollevano un drappo davanti alle due sorelle in scena perché queste si cambino d'abito, ma ne fuoriescono senza nemmeno un drappo modificato: carenza di costumi o troppo criptica e castigata prouderie?
Ci ha sorpresi e sconcertati il corteo di mercanti al suono della marcia Bella vita militar con tanto, persino, di uccellatori e l'anarchica controscena ordita da coro e figuranti persino durante i delicatissimi brani del primo atto.
Il direttore Hubert Soudant, ma crediamo che Christian Voss non recederà, ha voluto innalzare il piano del golfo mistico per migliorare l'acustica “sinfonica” dell'orchestra.
Indubbiamente l'Overture aveva lasciato ben sperare, anche per alcune scelte di tactus.
Purtroppo fin dalle prime note cantate abbiamo dovuto rilevare uno squilibrio di volumi assai penalizzante per i cantanti, i quali, dobbiamo supporre, data la professionalità e l'esperienza delle due protagoniste, durante le prove siano stati chiamati dal direttore a esibire mezze voci e a limitare i forti a mezzoforte e i piano a pianissimo.
Non diversamente riusciremmo a comprendere come un soprano della caratura di Maria Luigia Borsi e un mezzosoprano sopranile come Tove Dahlberg per tutto il primo atto abbiano sì cantato con bella linea, ma limitando il volume, mantenendolo al di sotto di quello dell'Orchestra del Massimo V.Bellini, a dire il vero fin troppo numerosa.
Altra dinamica nel secondo atto, forse dopo qualche provvidenziale suggerimento di un attento assistente al palcoscenico: peccato che una gemma quale Come scoglio sia stata consegnata cameristicamente alle sole prime file di platea e lo stupendo terzetto Soave sia il vento sia arrivato come calma piatta e bonaccia che avrebbe impedito ai due militari amanti di salpare.
Non ha convinto lungo l'intero arco di sviluppo dell'opera la prova di Gabriele Ribis che ha dato voce ad un Alfonso incapace di assumere il necessario protagonismo;  voce aperta e poco timbrata, ridotta risonanza nel grave e staticità di accento, sono stati i tratti salienti di una esecuzione da non ricordare.
Colore chiaro e non perfetta disciplina dei fiati per il tenore Ricardo Mirabelli, volenteroso, ma non avvezzo a finezze mozartiane.
Timbro chiaro, ma bella condotta vocale per Tove Dahlberg, scelta di fioriture sopranili per valorizzare la punta di una voce interessante, gestita con buona personalità.
Dopo il timido primo atto, Maria Luigia Borsi ha liberato il proprio talento e soprattutto il volume ed il colore, così che Per pietà, ben mio perdona , eseguita con intensa eleganza e rotondità vocale, ha ampiamente riscattato la prova del soprano livornese.
Deliziosa ed esuberante la verve di Laura Giordano, una Despina che sfoggia accenti napoletani e siciliani, all'occorrenza, che sa lasciare intendere una liaison piccante e da posizione dominante con Don Alfonso, suggerendo che essa sia la sola capace di fare capitolare il cinismo disincantato del vecchio saggio.
Squillo vocale e agilità di accento completano una gran bella interpretazione.
Si è detto della diligenza vocale e scenica di Enrico Marrucci in Gugliemo, il baritono ha duttilità timbrica che permette ad una voce intrinsecamente chiara di assumere, alla bisogna,  bruniture liriche.
Se escludiamo alcune intempestività dei corni, riportando i volumi al dovuto rapporto, l'Orchestra non ha demeritato, benchè sono mancate le dinamiche e le danzanti inuguaglianze ritmiche che in Mozart sono esprimibili nella più elevata e filologica espressione.
Poco impegnato vocalmente, ma preciso musicalmente, il Coro ben preparato da Tiziana Carlini; valido e non privo di fantasia il continuo al fortepiano, realizzato da Sebastiano Spina.

Dario Ascoli

Le foto di scena sono di Giacomo Orlando



 

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