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Calapranzi di Harold Pinter a "Lo Spazio" di Roma Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa
Autore: Ilaria Della Croce   
mercoledì 17 marzo 2010 00:02

Dal 9 al 21 marzo 2010 è il teatro dell’assurdo di Harold Pinter a calcare il palco de “Lo Spazio” di Roma. La commedia, per la regia di Pietro De Silva e le scene di Andrea Colusso, vede due protagonisti dalla forte capacità espressiva: Pierpaolo De Mejo e Maris Leonetti, rispettivamente nei panni di Gus e Ben. L’interattività con il pubblico riesce ad innescare momenti comici subito riportati in atmosfere cupe e tese dall’utilizzo sapiente delle luci di Danilo Celli.
In un’ambientazione oppressiva e dall’arredamento ambiguo, i due personaggi sembrano iniziare un’attesa dai misteriosi risvolti: il pubblico è inconsapevole ma i discorsi stessi dei due uomini mostrano un’incertezza sul tipo di missione che andranno a svolgere.
Gus è il più agitato dei due e, nei suoi goffi occhiali spessi, subisce le angherie di Ben che mal sopporta la sua presenza. Il primo continua a gironzolare per la stanza e sembra non trovare pace e non accontentarsi delle riposte vaghe del secondo, assorto in un giornale letto troppe volte per essere ancora interessante. E parla Gus, di quella volta che la vittima del loro “lavoro” fu una ragazza: “è da quel giorno che mi faccio delle domande…le donne sono meno resistenti degli uomini…” dice tra sé e sé. Ad un tratto quello che sino a quel momento sembrava un semplice armadio marrone al centro della stanza comincia a muoversi e ad emettere suoni stridenti ed inquietanti.
Un calapranzi” questo il responso di entrambe i personaggi dopo un attento esame dell’oggetto sconosciuto. Dalla bocca del marchingegno provengono biglietti con ordinazioni culinarie e, in un climax di follia, i due uomini si ingegnano per cercare di soddisfare le sue richieste.
Il mostro di legno sembra trovare estensione in tutta la stanza, mandando messaggi ora tramite buste di carta piene di fiammiferi, ora tramite un tubo di ferro, il gas in cucina che finisce all’improvviso e lo scarico del gabinetto che sembra azionarsi a suo piacimento.
La mancanza di finestre, reclamata dallo stesso Gus, getta un velo di ombra e angoscia sulle coscienze dei due: in quel sottoscala tutto sembra possibile e ogni cosa sembra lecita. “Chi pulisce le nostre malefatte? Chi mette a posto le stanze in cui uccidiamo qualcuno?” si chiede Gus e Ben prontamente parla di altri membri dell’“organizzazione” che si occupano di ciò.
La stanza e l’organizzazione, entrambe indefinite, blindate e dai contorni indecifrabili. Lo stesso rapporto tra Ben e Gus è ambiguo e in bilico tra l’amore e l’odio. Insieme pianificano un agguato, ma il destinatario rimane volutamente ignoto. Una forza oscura sembra voler penetrare all’interno di quella che sempre più assume la connotazione di una gabbia.
All’improvviso è l’oblio a tingere ogni parete: buio, proprio mentre il calapranzi emette una risata sardonica.

Ilaria Della Croce
 

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