
| Le rovine di un potere pontificio corrotto e l'eruzione giacobina: Tosca al Teatro Grande di Pompei |
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| Oltrecultura: Recensioni Musica - Lirica | |||||
| Autore: Dario Ascoli | |||||
| venerdì 16 luglio 2010 08:58 | |||||
Pagina 1 di 2 ![]() (in progress) Assistere ad un capolavoro del melodramma in uno dei siti più affascinanti del mondo, dove testimonianze di un edonismo del primo secolo si fanno largo riaffiorando tra indelebili tracce del potere distruttivo della natura a cui si è tentati di attribuire un valore catartico-espiatorio, è un'esperienza di cui non privarsi.
Nel Teatro Grande di Pompei, grazie alla collaborazione tra Teatro di San Carlo e Campania Teatro Festival, il 13,15 e 17 luglio 2010 va in scena, con la regia di Luca De Fusco e la direzione musicale di Pietro Mianiti, una delle più amate opere del repertorio italiano: Tosca di Giacomo Puccini.
De Fusco, dichiaratosi entusiasta dell'esperienza, ha incastonato la messa in scena facendo leva su quanto la grandiosità della location da un lato offriva come attrattiva, e dall'altro imponeva come ineludibile e invalicabile totem, avvalendosi dell'impianto scenico di Nicola Rubertelli.
Un cast giovane e valido con Oksana Dyka, Lorenzo Decaro e Claudio Sgura, in bella evidenza nei tre ruoli principali.
La corruzione della Chiesa all'alba del XIX secolo, il suo vacillare sotto i colpi dell'avanzata napoleonica ben sono stati resi trasformando i resti della Pompei del I secolo d.C. in metafora scenografica di un degrado morale tra sontuosità architettoniche, le sole in grado di riaffiorare dopo il passaggio di un fiume di fuoco purificatore.
"Ho sempre interpretato Tosca come un'opera infernale, ambientata in una Roma più decadente e corrotta che mai", afferma il regista.
Di fronte a Pompei c'è il mare ; tralasciamo la imbarazzante contiguità di quello che da tempo non possiede requisiti per dirsi ancora fiume, "conciato" com'è; ma la vicenda di Tosca è bagnata dal Tevere e De Fusco ha voluto mimarne la presenza attribuendo al colore delle sue acque, che dal limpido azzurro dell'amore dei due giovani si fa rosso della passione e della ribellione della protagonista alla lascivia di Scarpia, al livido viola di morte di un drappo che sembra bendare l'angelo del castello a cui dà il nome, fino a quando, nel sacrificio finale, Tosca lo trascina con sè lanciandosi nel vuoto e, simbolicamente, aprendo alla vista del messo celeste la tragedia dell'umana corruzione.
L'opera fu messa in musica da un Giacomo Puccini all'apice della maturità, su libretto di Illica e Giacosa da Victorien Sardou, per celebrare l'inizio del XIX secolo, il primo a vedere l'Italia unita e indipendente, laica nella forma-stato, ma non ancora, allora come oggi, nell'ispirazione politica di governanti e legislatori: correva il 14 gennaio del 1900 e la vicenda narrava di un atto di eroismo accaduto esattamente un secolo prima.
Tosca è una delle opere più frequentemente rappresentate, fin dalla sua trionfale prima esecuzione in quel 14 gennaio 1900 al Teatro Costanzi di Roma.
I segreti di un tale inesauribile successo possono essere individuati nell'assoluta, persino eccessiva, linearità della trama, nonché nell'esiguità del numero di personaggi protagonisti; elementi garanti di chiara intelligibilità.
Volutamente omettiamo di annoverare tra i fattori di successo la straordinaria musica di Puccini, non già per minimizzarne i meriti, bensì per estrapolarli dal contesto, attribuendo alla partitura un valore che prescinde dall'operato di questo o quel librettista e, da sola, sarebbe in grado di rendere immortale qualsiasi, anche mediocre tragedia in versi o in prosa.
A bene riflettere Illica e Giacosa, con le banalità del terzo atto, intrise di "dolci mani mansuete e pure" e di "trionfal di nova speme l'anima freme in celestial crescente ardor" sembrano proprio voler dar forza alla nostra ipotesi!
L'editore Ricordi spinse per la realizzazione di un melodramma di forte caratterizzazione "romana" poiché , con quell'intuito e quel senso degli affari che furono propri della famiglia editrice milanese, si rese conto dei mutati equilibri geopolitici che si stavano determinando nell' Italia del nascente XX secolo e della necessità di presidiare artisticamente la capitale del Regno.
Non ignorato certo, dall'editore e dai suoi più diretti collaboratori, anche quel mutamento di gusto che andava orientandosi verso tematiche sociali e dal vivido laicismo, celebrate con successo da Mascagni e Leoncavallo già sul finire dell'800 e dei cui diritti editoriali si avvantaggiò il rivale Sonzogno.
Un argomento che raccogliesse i sentimenti di residuo risorgimentalismo e interpretasse le nuove istanze di laicità, se non proprio di socialismo e che, altresì, ponesse Roma al centro di una tragedia di gelosie, corruzione di apparati di potere papalino ma che non ispirasse sentimenti antireligiosi, era quanto occorresse.
Tosca è un'eroina forte e passionale, che la difesa dell'onore spinge all'omicidio e che viene condotta all'estremo sacrificio dalla disperazione per la perdita del proprio amato.
Che Floria Tosca sia una "donna di teatro" ("Voi calcate la scena e in chiesa ci venite per pregare..." le dirà Scarpia con malizia) è interpretabile come un omaggio ad una categoria che pregiudizio e luogo comune vuole contigua a quella del "mestiere antico".
Mario Cavaradossi è un pittore innamorato e sanguigno al quale l'epilogo tragico e precoce della propria esistenza concede l'esenzione di dar prova di costanza e fedeltà.
Chi ha avuto tempo e opportunità per dar prova di lascivia, protervia e corruzione è invece il barone Scarpia, capo della Polizia Pontificia.
Dunque sono solo tre i personaggi indispensabili a condurre la vicenda, il resto è cornice, così come tappezzeria risulta essere la vicenda storica di sfondo, di cui in quel 14 gennaio 1900 ricorreva il primo centenario: la sanguinosa repressione dei "liberali" che avevano sostenuto la cosiddetta "Repubblica Romana" non pochi dei quali erano fortunosamente sopravvissuti all'eccidio che seguì il violento epilogo della "Repubblica Napoletana" del 1799.
Il libretto di Illica e Giacosa non è prodigo di riferimenti storici (solo due note per intonare un "Vittoria!" a commento di un successo napoleonico) e si guarda bene dal lasciar trapelare giudizi: un gioiello di qualunquismo drammaturgico.
D'altra parte il genio di Torre del Lago è un eccellente pittore di affreschi sentimentali a cui male si addicono manifesti e proclami.
Noi posteri siamo grati a quell'intrigo tra editore, drammaturghi e musicisti, a conclusione del quale, nel 1898, il libretto di Tosca finì con l'essere affidato al talento di Puccini, dopo che, dal 1893 al 1895 era stato oggetto dei vani tentativi di un mediocre musicista quale Alberto Franchetti.
Benché Puccini si fosse entusiasmato per la tragedia Tosca di Victorien Sardou, a cui il lucchese assistette nell'interpretazione di Sarah Bernhardt a Milano nel 1889, chiedendo con calore a Giulio Ricordi di acquistarne i diritti, per volere di Sardou stesso la composizione venne negata al musicista toscano per essere affidata al Franchetti e il buon Giacomo se ne fece, pur se con qualche mugugno, una ragione.
Solo alcuni anni dopo, e in conseguenza, si racconta, di un intervento di Verdi, il quale avrebbe manifestato ammirazione per il libretto di Illica destinato a Franchetti, l'entusiasmo di Puccini si sarebbe riacceso e con esso il fiuto per gli affari di Giulio Ricordi che, non senza qualche stratagemma e più di una menzogna, avrebbe rescisso il contratto al modesto musicista per affidare a Giacomo Puccini la composizione dell'opera.
Verdi aveva apprezzato gli aspetti più politici, patriottici, del libretto, elementi che progressivamente da una stesura all'altra, andarono diluendosi e disperdendosi; e pensare che in quegli anni nascevano in Italia il Partito Socialista e le Leghe contadine e operaie!
Che Mario Cavaradossi fosse giacobino e Scarpia un reazionario papalino, in buona sostanza, risulta ininfluente sulla consumazione della tragedia.
E' poco noto che Puccini, presumiamo inconsapevolmente, mentre si disimpegnava politicamente, portava a compimento una storica vendetta per mezzo del melodramma, per conto del collega Domenico Cimarosa; il personaggio pucciniano di Tosca uccide, infatti quel Vitellio Scarpia che nella realtà storica era stato, l'anno che precedette i fatti raccontati nell'opera, inquisitore e torturatore del musicista aversano, reo di avere composto l'Inno della Repubblica Napoletana e di essere stato tra i più esposti sostenitori della sfortunata esperienza partenopea.
Tosca, in qualità di cantante, avrà avuto modo di interpretare chissà quanta musica composta dal Cimarosa (si sospetta anche avvelenato da spie pontificie e borboniche l'anno successivo alla morte del malvagio barone) e ne vendica l'oltraggio pugnalando colui davanti al quale "tremava tutta Roma".
Oksana Dyka è una giovane cantante ucraina che va affermandosi nei ruoli pucciniani; in Tosca ha portato un cospicuo contributo di passionalità e di fascino, non disgiunti da un volume di voce ampiamente in grado di superare una pur molto sonora buca orchestrale.
Il soprano possiede buona tecnica e centri ben timbrati; talvolta si lascia andare a qualche spinta nel registro acuto e, come molti suoi colleghi dell'est Europa che amano l'Italia, si appropria di qualche malvezzo nostrano adottandolo quale "interpretazione autentica"; mi riferisco al portamento e all'attacco dal basso dei suoni.
Mario Cavaradossi è stato intepretato da Lorenzo Decaro, un tenore che si può ancora dire promettente, solo perchè siamo certi ci riserverà ulteriori piacevoli soprese, ma che, soprattutto nel ruolo del pittore della recondita armonia, è già una certezza del panorama canoro italiano.
Il tenorone pugliese è parso in crescita, rispetto alla pur recentissima prova nello stesso ruolo, offerta al Carlo Felice; merito della maturazione intelligente e della maggiore consapevolezza, ma anche di un miglior rapporto con il direttore, Mianiti, apparso attento a valorizzare le qualità di tenuta di fiato e di vigore che sono gli elementi di forza di Decaro.
Claudio Sgura si è confermato come uno dei migliori Scarpia in circolazione; la regia di De Fusco gli ha permesso di dar voce e immagine ad uno Scarpia quasi satanico, conquistatore ossessivo e sensuale.
Il Sagrestano di Roberto Abbondanza è stato efficace, ma, a nostro avviso, poco gaglioffo; il bravo baritono avrebbe dovuto rinunciare ad un po' della sua proverbiale nobiltà di accento, ma, non scherziamo pure con i fanti, ci sta bene anche così.
Alessandro Spina è stato un giovanile Angelotti; una curiosità dopo qualche centinaio di Tosca viste: ma se la Attavanti è una bionda con l'occhio “celestrino”, un fratello meno che moro, mai?
Stereotipi di fascino femminile innocente dalla chioma dorata e impeto rivoluzionario sanguigno in virile chioma bruna.
Buona prova quella di Stefano Pisani in Spoletta, servile, ma determinato e cinico senza tentazioni protagonistiche inappropriate; Un Carceriere ha avuto la buona recitazione di Rosario Natale, e Sergio Valentino ha dato la sua professionalità nel ruolo di Sciarrone.
Il Coro, diretto da Salvatore Caputo, è stato all'altezza della sua fama; disposto nel Te Deum , per scelta o per necessità, alla maniera del Coro greco, ha dato grande fascino alla scena.
Nel secondo atto, collocato, invece, in un vano contiguo al palco, è stato eccessivamente sonoro, al punto da sovrastare completamente i solisti in scena e a costringere il soprano, con ogni probabilità davanti a loro nel retropalco, a durezze sonore poco compatibili con una cantata settecentesca eseguita a Palazzo Farnese.
Il Coro di Voci Bianche, diretto ottimamente da Stefania Rinaldi, ha ben figurato vocalmente e scenicamente, al punto da lasciarci il rammarico di non avere ascoltato uno dei suoi giovani cantori interpretare il Pastorello nel terzo atto, ruolo, invece, affidato alla voce, gradevole, ma tutt'altro che adolescenziale, di Olga De Maio.
Mianiti ha diretto con buona proprietà e grande cura per i tempi dei cantanti; ha dovuto letteralmente combattere con una disposizione acusticamente sfavorevole che sbalzava il suono dell'orchestra e, come si diceva, con la collocazione del coro; nel complesso, con le doverose attenuanti per una esecuzione all'aperto in un'arena, il risultato è stato di assoluto rilievo.
Convinti e calorosi gli applausi al direttore emiliano che a Napoli, si direbbe, si trova a proprio agio anche nel rapporto con la a volte turbolenta orchestra. Ti aspettiamo ancora.
Dario Ascoli
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