
| La primavera del baco insanguinato: il racconto di una tragedia perduta nel tempo |
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| Oltrecultura: Recensioni Libri | |
| Autore: Fulvio Tudisco | |
| lunedì 19 luglio 2010 13:06 | |
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Il 15 giugno del 1561, nella città calabrese di La Guardia, per ordine dell’Inquisizione Napoletana venne operato un vero e proprio genocidio ai danni della comunità valdese, giunta in Calabria dalle lontane valli occitane del Piemonte, del Delfinato e della Provenza.
In quei lontani giorni di giugno si consumò la più crudele e violenta repressione religiosa avvenuta nel nostro paese, tanto che si narra che il sangue delle persone uccise scorresse a fiumi dalle case del borgo arrivando a passare attraverso il portale d’ingresso. Ancora oggi non si sa con esattezza quanti furono i morti di quella strage dimenticata ma, nella tradizione popolare, il suo ricordo è rimasto a tal punto indelebile da spingere gli abitanti a ribattezzare la porta di ingresso del paese con il lugubre nome di “Porta del Sangue”.
Eppure i valdesi erano una comunità ricca, laboriosa e pacifica che non aveva mai fatto mistero di professare un’altra religione.
Contadini ed allevatori di bachi da seta erano ben voluti da tutti: dalla gente comune, che ammirava il loro spirito di sacrificio e dai feudatari, che ricevevano puntualmente le loro gabelle. Che cosa portò quindi improvvisamente i cattolici ad accanirsi con tanta ferocia nei loro confronti? Ufficialmente Papa Paolo IV aveva stabilito di indire una dura repressione contro tutte le fedi non cattoliche in Italia, ma in realtà il vero motivo era che i ricchi e laboriosi valdesi avevano deciso di destinare le loro eredità direttamente ai poveri e non più agli enti religiosi.
Grazie al pretesto dei motivi di culto, coloro che erano stati al massimo “strani” concittadini si trasformarono in quei “diversi” su cui sfogare tutta la violenza possibile.
Questa strage dimenticata rivive nelle pagine del libro “La primavera del Baco insanguinato” (Giovane Holder edizioni) di Luigi Rispo che, servendosi di una robusta documentazione storica, ricostruisce i contorni ed i protagonisti delle vicende di quel lontano giugno del XVI secolo. Ma oltre al racconto di poveri innocenti massacrati nel nome di Dio, c’è dell’altro. La primavera del baco insanguinato è infatti innanzitutto una riuscita commistione di esoterismo, alchimia, storia e giallo, dove il confine tra scienza ed etica, libertà e fede assume la forma di una linea sottile qual è il filo del baco da seta.
Giocando con i piani narrativi, l’autore realizza un romanzo dove il presente ed il passato si intrecciano attraverso la storia di quattro protagonisti separati da quasi cinquecento anni di storia europea. Tutto inizia infatti nel 2007 quando il chimico Francesco de Ribera, manipolando il DNA dei bachi da seta, compie una scoperta destinata a rivoluzionare l’industria farmaceutica. Sulle sue tracce si muove la bella studiosa francese Monique Mares, incaricata da una misteriosa organizzazione internazionale di rubare, attraverso anche l’arte della seduzione, i segreti dell’industriale napoletano. I due giovani, trascorrendo del tempo insieme, trovano gli antichi scritti dove la nobildonna Lucita De Ribera, antenata di Francesco, narra la sua vita e il suo infelice amore per un monaco alchimista francese a cui fa da tragico sottofondo la strage degli occitani.
In un crescendo narrativo sempre più inteso, Rispo tratteggia le complesse personalità dei quattro protagonisti intenti a seguire il loro sogno di un mondo migliore, rifiutando di scendere a compromessi con una società che, allora come oggi, sembra caratterizzata solamente dalla ricerca dell’arricchimento e dal rifiuto di tutto ciò che non comprende. In particolare i due uomini sembrano accomunati, nonostante i secoli e le differenze, dallo stesso anelito verso una nobile concezione della scienza e dallo spirito di chi vuole capire ciò che lo circonda.
Così come il monaco Bernard Barnier inizia a studiare i fenomeni fisici secondo i principi alchemici “per accelerare il corso naturale delle cose e spingere il creato verso il suo stato perfetto, ricercando la Verità”, il giovane idealista Francesco De Ribera decide di interrompere le sue ricerche nel timore delle possibili, nefaste conseguenze sull’ecosistema nonostante ciò comporti il dover rinunciare ad un’immensa ricchezza.
Rispo realizza un romanzo avvincente, carico di richiami simbolici, capace di parlare del passato rendendolo specchio del presente. Un’ accurata ricostruzione storica che fa rivivere cose dimenticate o mal comprese come la strage degli occitani e l’alchimia, ma anche di parlare dei problemi etici legati alla ricerca scientifica.
Come un unico filo conduttore, il baco da seta che diventa così simbolo della natura che può essere rispettata o violentata dall’uomo.
Un filo arrossato dal sangue di tutti coloro che incuranti della violenza e della ricchezza ricercano la verità, anche a costo della vita.
Fulvio Tudisco
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