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Ottanta voglia di suonare a Umbria Jazz Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica - Jazz
Autore: Ciro Scannapieco   
lunedì 19 luglio 2010 13:37

 

Chi si aspettava un vecchietto in pantofole e vestaglia di flanella, magari un po’ sordo e rincoglionito, sarà rimasto certamente sorpreso.
Ebbene sì, Sonny Rollins , venerdì 16 luglio 2010, avrà lasciato in albergo le pantofole; sale infatti sul palco dell’Arena di Santa Giuliana in Perugia con indosso un paio di scarpe lucide, una sgargiante camicia rossa ed un sassofono con cui intessere un dialogo con il pubblico.
Inossidabile, un folto cespuglio di capelli argentei, una barba di panna montata, così l'ottantenne musicista di Harlem si presenta agli astanti: ed è già Jazz.
Nella sua figura si materializza la fenomenologia della musica nera, non quella concettuale dei salotti, delle scuole, ma quella ancestrale delle strade, della disperazione e della speranza.
E’ una musica umana che racchiude al suo interno indiscriminatamente buono e cattivo, consonanze e dissonanze, in ed out.
Un crogiolo di vizi e virtù, di sfumature che affrescano un ritratto fedele della società.
Dal contatto con la gente Rollins sembra trarre nuova linfa, quasi un elisir di lunga vita: "Il live è più coinvolgente perché il pubblico trasmette energia ed entusiasmo. Molti si sorprendono perché dopo due ore di concerto non ho una goccia di sudore: è l’autodisciplina, pratica che ho appreso in India. Invece devo disintossicarmi dalla musica: così a fine concerto suono in camerino per almeno altri dieci minuti".
Il Saxophone Colossus, come viene soprannominato da anni, si concede subito al pubblico, ben quindici minuti di solo sembrano voler mettere in chiaro le cose e definirne il personale paradigma stilistico: è be-bop!
Frasi lunghissime, arpeggi ostinati, poche pause e continui riferimenti al tema arrivano alla platea come un monologo, come un grido.
Si percepiscono nitidi i colori di decenni passati, di quando alla fine degli anni cinquanta, già noto al pubblico, era più facile trovarlo a suonare all’ombra del Williamsburg Bridge che nei club di New York.
E’ una musica viscerale, un istintivo e liberatorio atto di autodeterminazione: " Per fortuna, qualunque cosa succeda, il jazz ci sarà sempre, perché è la vita, Io la chiamo musica di vita".
L’orgia di note è appena interrotta nei due brani successivi, in cui Rollins lascia maggior spazio alla sua band; qui la chitarra di Freddie Malone, libera dalla funzione armonica, si esibisce in eleganti e raffinati fraseggi.
Poi il sassofono del musicista newyorkese torna in primo piano con un brano di denuncia: “Global warming” regala al pubblico la suggestione di ritmi cubani ed atmosfere Latinjazz. Rollins traduce in musica tutta la sua disillusione: "Credo che niente e nessuno potrà mai cambiare l’avidità e la cattiveria del mondo. Neanche Obama. Ben venga il presidente neroamericano ma non è un vero rivoluzionario".
Ma non è rassegnazione o stanchezza.
Sul palco è un artista energico ed appassionato, con il suo sax tenore ha voglia di suonare e comunicare:"Io sono avanguardia, sperimentazione, hard bop: questa è la mia rivoluzione".

Ciro Scannapieco

 

 

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