
| Quando l'arena sottrae il primato al teatro: Aida alle Terme di Caracalla |
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| Oltrecultura: Recensioni Musica - Lirica | |||||
| Autore: Dario Ascoli | |||||
| sabato 24 luglio 2010 09:34 | |||||
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![]() Quanto sia filologico e quanto del fascino delle tre mura si riesca a ricreare nelle pur meravigliose arene archeologiche, di cui pure l'Italia abbonda, è vexata quaestio; ma non vi è dubbio che alcune opere, e Aida in testa a tutte, si siano conquistate, viceversa, una credibilità e una dimensione spettacolare proprie, che quasi, oggi, impongono ai teatri al chiuso di ricreare spazialità e movimenti caratteristici delle arene. L'opera “egiziana” di Verdi è indissolubilmente legata a “location” come le Terme di Caracalla e l'Arena di Verona, al punto che le messe in scena di grandissimi scenografi e registi, destinate ad uso “indoor” sembrano risentire di un immaginario scenico da grande cavea all'aperto.
Proprio nello spazio allestito nelle Terme di Caracalla, il Teatro dell'Opera di Roma, dal 15 luglio al 5 agosto 2010, ha proposto Aida, con la direzione di Daniel Oren e la regia di Maurizio Di Mattia.
L'immaginario Egitto verdiano è stato suggestivamente rappresentato dalle scene Andrea Miglio, fedeli all'iconografia sono stati i costumi Anna Biagiotti.
Aida è un'opera visiva, ci sentiamo di azzardare ad affermare, sebbene, come con efficacia ha avuto a dire Barenboim, “un'opera si può e si deve potere gustare anche a occhi chiusi”, intendendo assegnare alla musica il primato sulle altre arti che pure sono coinvolte nella produzione di un melodramma, non attribuire ad essa l' autosufficienza.
Il colpo d'occhio scenografico a Caracalla è stato senza dubbio molto coinvolgente e le coreografie di Amedeo Amodio hanno giocato un ruolo rilevante, anche se il sincrono tra i danzatori non è sempre stato ineccepibile.
Determinante, a maggior ragione perché in spazio aperto, il disegno luci progettato da Patrizio Maggi.
Il 23 luglio 2010, il ruolo del titolo è stato ricoperto da Micaela Carosi, affiancata dal Radames di Walter Fraccaro e "contrapposta" alla Amneris di Giovanna Casolla.
Da oltre un lustro Verdi aveva nettamente rallentato la sua velocità compositiva: un indiscutibile appagamento finanziario raggiunto, una celebrità che gli permetteva di potersi dedicare a rivedere opere già composte e di riproporle, e il venir meno della spinta risorgimentalista costituivano ragioni che contribuivano a temperare la febbre creativa del Maestro.
Proprio in considerazione di quanto evidenziato, un titolo “di circostanza” non sarebbe potuto rientrare nella sfera di interessi del compositore.
Il soggetto esotico, tuttavia, solleticava la creatività mai sopita; anche il sentirsi in competizione con Richard Wagner e Charles Gounod per la realizzazione di un'opera che celebrasse una grande conquista dell'umanità, dovette innescare la nuova fiamma artistica nel maturo maestro italiano.
L'argomento del libretto non era affatto predeterminato all'atto della decisione di cimentarsi nella realizzazione di un titolo per celebrare l'inaugurazione del Canale; si pensi che addirittura fino alla fine manteneva solide chance di venire musicato persino un libretto da ricavare da Tartufo di Moliere: quanto di più lontano si possa immaginare dalla tragedia della schiava etiope!
Determinante fu l'azione di Camille du Locle, intellettuale appassionato di storia egizia e in stretto contatto con i maggiori studiosi del tempo in materia, in particolare con Auguste Mariette.
Al librettista Antonio Ghislanzoni venne di fatto consegnato un piano dettagliato dell'opera e una serie di riferimenti storico-simbolici, di cui il poeta italiano si avvalse considerevolmente.
Il modello strutturale scelto fu quello del Grand-Opéra francese, sviluppato su 4 atti con tanto di coreografie, vieppiù affascinanti perché, per una volta, la sensualità esotica non doveva essere pantomimata forzatamente da zingarelle e toreador piombati nella Parigi ottocentesca, ma poteva esprimersi ampiamente nella location autentica ed autoctona.
Verdi e Ghislanzoni intravidero e approfittarono della ghiotta opportunità di “imitare il vero” di manzoniana memoria, senza tralasciare di fare sembrare più bello il vero e più vero il bello; aggiungiamo anche, mostrando la tragedia lontana da noi in spazio e tempo, ma i sentimenti dentro ciascuno di noi ad ogni latitudine sfidando lo scorrere delle generazioni.
Tanto premesso, il 24 dicembre del 1871, al Teatro dell'Opera de Il Cairo andò in scena la prima di Aida, in ritardo di undici mesi sul previsto a causa della guerra franco-prussiana: meno male che tra Wagner e Gounod la spuntò Verdi, ma sono quelle musicali le sole battaglie di cui ci piacerebbe dovere dare notizia.
Il posticipo del debutto consentì al compositore di attuare alcune limature e di approfondire taluni aspetti storici; per la prima un direttore di grande fama come Giovanni Bottesini.
La première italiana avvenne alla Scala l’8 febbraio del 1872, con la direzione di Franco Faccio.
Aida è un melodramma di straordinario equilibrio di soli e masse, di maniere e di innovazioni; non vi sono pezzi chiusi tradizionali, tanto meno col da capo, se si esclude, per alcuni aspetti, Celeste Aida, con cui praticamente esordisce Radames, personaggio affidato ad un tenore drammatico a cui non siano estranei slanci sentimentali; Ritorna vincitor , intonato da Aida, ha una forma più aperta.
Daniel Oren è un veterano in Aida, sicuramente più o meno alla pari con Tosca e Nabucco, tra i titoli più frequentemente affrontati dal talentuoso Maestro israeliano.
Il clima eroico esalta le doti direttoriali di Oren, ma, come in recenti interviste egli stesso ha voluto rimarcare, "Aida non si esaurisce con la Marcia Trionfale, c'è molto altro, tanta altra musica e molto altro sentimento".
Micaela Carosi ha voce rotonda e potente, la sua Aida è tra le migliori che si possano ascoltare, nel novero che include anche Amarilli Nizza (interprete a Caracalla il 3 e 5 agosto 2010) e Maria Josè Siri, apprezzata nel ruolo, nelle scorse stagioni al Massimo di Palermo e che il 20 luglio 2010 ha debuttato nello stesso titolo a Bregenz.
Alla Carosi non si posso muovere appunti di natura tecnica, ma ci dobbiamo rammaricare di ascoltare reiterati portamenti e attacchi dal basso, secondo una prassi obsoleta da verismo del ventennio nero.
La linea di canto di Aida è insidiosa, perché a situazioni teatralmente dolenti associa, invece, salti melodici diremmo fieri: è la grandezza della retorica verdiana che ci tratteggia una donna innamorata, infine disperata, ma fiera e nobile. Per tutte valga da esempio “Numi, pietà!”.
Giorgio Pestelli a proposito rileva come, in Aida, "monumentalità e psicologia sono le due facce non separabili di una stessa realtà".
Applausi convinti, alla volta della Carosi, che, vogliamo ribadirlo, ha offerto una prestazione di alto valore, intensa e robusta.
Walter Fraccaro è un tenore di buoni mezzi vocali, l'ardua prova di “Celeste Aida” viene affrontata con baldanza; è una delle scelte possibili per superare di getto un ostacolo che si para di fronte al tenore quasi a freddo.
Si è, tuttavia, avuta la sensazione che Fraccaro avesse fretta di raggiungere l'epilogo del Sib3; Oren ha magistralmente trovato sincrono con il tenore che ha adottato la tattica di risparmiare fiati nella prima parte dell'aria, talora affrettando i tempi e ritardando le riprese per immagazzinare fiato.
Nel finale ha ricercato finezze di pianissimi che hanno pregiudicato l'intonazione, ma la prova, in Radames, nel complesso scenico-musicale va lodata.
La tessitura di Amneris è da mezzosoprano medio-acuto e Giovanna Casolla l'ha coperta senza alcuno sforzo e con omogeneità di emissione; la matura cantante napoletana ha musicalità sopraffina che le permette di sfoggiare linee di canto di rara eleganza.
Timbro sopranile o mezzosopranile sono distinzioni da relegare a dispute di pura accademia, in questo caso: è Giovanna Casolla e da decenni tanto basta.
Buona sorpresa derivata dall' Amonasro di Sergej Murzaev , il baritono slavo ha unito robusta voce a valida recitazione.
Marco Spotti, invece, ha confermato le sue qualità nel ruolo di Ramfis e ancora più positiva prestazione di Carlo Striuli nel ruolo del Re.
Comprimari di lusso a cui vanno rilievi positivi, Angelo Casertano e Nicoletta Curiel, rispettivamente in Un messaggero e in Una sacerdotessa.
L'Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma ha feeling particolare con il grande direttore e, nella circostanza, si è sufficientemente espressa; altrettanto si può dire del Coro, diretto da Andrea Giorgi, con qualche nota di merito aggiuntiva per la nitidezza degli interventi fuori scena.
Aida è stata a volte letta, ed oggi ci piace lo si voglia riaffermare, come un'opera di pace; lo stesso regista Di Mattia vuole sancirlo con determinazione; ma più che un concetto, un impalpabile ideale, ad avvalorare l'interpretazione vale il percorso drammaturgico che dalle esclamazioni "Guerra! Guerra!" del I Atto conduce alla parola conclusiva che è "Pace".
Non vogliamo, anzi temiamo, affermare che la pace riconquistata sia un valore più prezioso di una pace conservata e difesa, ma conservando il comparativo, vorremmo che quella ultima conquistata sia la più bella e, per tanto, quella da difendere con maggiore volontà e con entusiastica passione.
Il Maestro Oren è stato impegnato di recente in zone della Terra tuttora insanguinate da guerre e terrorismi ; da uomo di cultura e di vita, egli non può che condividere come la pace non si persegua preparando la guerra, ma godendo profondamente , nello spirito, la ricchezza di una fratellanza corale.
Dario Ascoli
Le foto sono di Corrado Maria Falsini
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