
| I “Giovani Talenti” e il Teatro negato... |
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| Oltrecultura: Recensioni Prosa | |
| Autore: MImmo Russo | |
| domenica 25 luglio 2010 14:04 | |
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24 luglio 2010, Siamo a Sieti (Giffoni Sei Casali- provincia di Salerno), piazzetta Albori, l’umido punge lievemente sulle sedie di plastica, ci ritroviamo a parlare di pezzi di vita e problemi universali, senza mediazioni, come si conviene in una calda estate salernitana, siamo qui per “divertirci” tra “amici”…
Si esibisce un gruppo di adulti che ha deciso di imparare l’arte del teatro, appassionati, mai artisti per scelta, dilettanti d’oro, attori improvvisati, trepidanti e confusi, come bimbi sorpresi in arcane marachelle.
La serata comincia con l’invocazione del regista; ci narra la scomparsa di un grande attore, suspence, un attore che lui ha diretto come tanti altri, poi un lungo elenco di titoli, di padri e maestri, insomma, se mai qualcuno si fosse distratto, c’è il teatro, quello vero di Viviani ed Eduardo, a cui bisogna chiedere venia per quest’azzardo di scena, quest’errore lieve da osservare con sguardo bonario.
Una linea di vento avvolge una quinta che stritola la scena come un tostapane, otto deboli fari tra i lampioni che nessuno ha oscurato, un tavolo che nasconde un divano, due metri quadri a stento, parola d’ordine: non muovetevi, è meglio… o forse il regista ha dimenticato lo spazio, il dubbio mi assale.
Ma è un gioco, stralunato e imperfetto, copia effimera di linguaggi codificati nella gloria di qualche longeva accademia italiana, una volta dimenticata e oggi riciclata dalla solerzia dei nostri governanti, sospesi fra solide tradizioni e scorpori di stato a saldo.
Due gocce di pioggia battezzano i “neonati attori” ma il morbido cielo di Sieti asciuga lacrime e freddo dentro vigili nuvolette lì soffiate da un dio del teatro indulgente.
L’orchestra di piccoli dissonanti assoli ancora “suona” e a tratti, a sorpresa, parla storie recluse, inascoltate, ombrate da gesti che perseguono alchimie estranee che il “dio teatro” impietoso srotola nel suo campionario di effetti speciali.
Si chiude con una risata, tutti in scena per “scusarsi” di aver violato il “naos” del tempio dell’arte che solo ad alcuni è svelato…
Siamo tra amici appunto, è una serata di aperti candori, ninnoli da credenza lucidati, esibiti, ma solo per un istante, allo sguardo…dopo immediatamente riposti nelle solite storie di vita.
Ripenso a un gruppo di anziani (media 80 anni), 10 anni fa, imperiosi e forti, determinati ed espressivi, potentissimi attori di un testo di Giovanni Testori, “Il fabbricone”, li guidava un attore italiano di Tadeusz Kantor: un lungo prezioso lavoro di ricerca su limiti e potenziali espressivi, lavoro serale estenuante, di un anno, per scoprire il “loro teatro”, l’unico possibile in quel momento…
Altri tempi, oppure tempi che anticipavano tensioni e saperi di oggi?
Intanto nel semicerchio lunare di piazza Albori attori redenti abbracciano altri attori di vita, rinnovando stanchi rituali, oppressi da stanchi modelli culturali…la scena è ancora montata, il regista ricompone i suoi attrezzi, spegne le luci al teatrino, ghigna felice di aver rianimato l’inganno di un dio rivelato solo a santi e profeti.
Mimmo Russo
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