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Il Canto di Amore e Morte dell'Alfiere Cristoph Rilke Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa
Autore: Ilaria Della Croce   
lunedì 26 luglio 2010 19:09
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Il Canto di Amore e Morte dell'Alfiere Cristoph Rilke
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È il Castello di Sarteano, in provincia di Siena, a fare da cornice a Il Canto di Amore e Morte dell'Alfiere Cristoph Rilke di Rainer Maria Rilke riportato in scena il 23 luglio 2010 da una magistrale esibizione di Gabriela Corini.
L’attrice e danzatrice romana, forte dei successi del passato, ha compreso come il dramma del giovane Cristoph Rilke fosse indissolubilmente legato agli scenari lunari dell’antico edificio.
Una viva forza carica di impeto regala a tutta l’esecuzione una forte emotività che disegna scenari trasparenti e ricchi di pathos.
La Corini è una sorta di osservatrice che, nella propria solitudine, sembra non riuscire a contenere le emozioni che spingono il suo corpo in movimenti repentini ed irrequieti.
Cavalcare, cavalcare, cavalcare, attraverso il giorno, attraverso la notte, attraverso il giorno” queste le nostalgiche parole che accarezzano il cammino dell’alfiere diciottenne Cristoph Rilke.
È il 1663 ed egli si sta dirigendo in Ungheria in occasione della campagna di Raimondo Montecuccoli contro i turchi.
Un viaggio, o forse un esilio dalla propria terra e dai suoi affetti, fatto di fango ed erba. I pensieri lo sospingono oltre lo scenario reale e gli riportano alla mente sensazioni fragili e dalla delicata leggerezza.
In fondo egli anela solo al ritorno.
In fondo ogni centimetro percorso è un passo in più verso un baratro privo di indicazioni e dall’oscuro significato.
Il profumo delicato di un petalo di rosa, donato da un soldato francese al giovane, rievoca nell’alfiere dolci ricordi: lo conserverà sul petto, proprio sotto l’armatura. Il fiore lo proteggerà, era un pegno d’amore e averne anche soltanto un lembo con sé gli regalerà un po’ delle sue magiche proprietà.
Si fanno lucidi gli occhi dell’osservatrice dalla lunga veste scura: un presagio di morte si abbatte sul suo viso e i movimenti si fanno più lenti e cupi.
Il petalo non manterrà quanto promesso.
Proprio ai margini di una giornata in cui il giovane prova nuovamente la gioia del desiderio e di un sentimento simile all’amore si consumerà la sua uccisione.
Non riuscirà a recuperare la bandiera.
Non subito. Non al risveglio. Forse non giungerà a comprendere il senso della propria morte mentre riceve i colpi taglienti del nemico.
La dea osservatrice recupera il proprio mantello scuro a coprire in modo universale ogni dubbio, ogni incertezza e turbamento che ha accomunato i soldati di qualsiasi epoca. Giovani vite spezzate, proprio mentre desideravano il ritorno.

Ilaria Della Croce



 

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