
| Follia Barocca per corpi e anime danzanti |
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| Oltrecultura: Recensioni Danza | |
| Autore: Tonia Barone | |
| lunedì 26 luglio 2010 15:58 | |
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Sul Belvedere di Villa Rufolo, per il RavelloFestival 2010, in scena sette danzatori ed una performer che hanno indagato il tema della Follia - leitmotiv del Festival - con lo spettacolo Follia Barocca (echi e follie) presentato dal Balletto Teatro di Torino il 25 luglio 2010, con le coreografie di Matteo Levaggi su musica originale di Lamberto Curtoni.
La Follia è affrontata dal coreografo, sulle note dell’antica seicentesca danza spagnola de la Folia, inclusa nel baile come dichiara lo storico Gino Tani “… il popolo iberico ne fa spesso la più intima e istintiva manifestazione di vita. (…) Il suo elemento-base è la spontaneità, quasi la sanguigna vitalità e carnalità di ciò che si danza.”
La Folia è una danza derivante da un’antica danza carnevalesca, ritenuta della fertilità, che viene eseguita a coppia o solistica, accompagnata dalle castagnette, dallo jaleo, dalla chitarra e dal canto della coplas, dove domina la gioia folle che fa perdere la ragione.
Il coreografo Matteo Levaggi nella stesura della coreografia sviluppa appieno il tema originario:soli e duo accompagnati da momenti corali, movimenti ampi sia delle gambe che della schiena eseguiti dai danzatori, braccia e mani in primo piano, battiti e colpi inframmezzati alle pause dei movimenti, un legame gioioso continuo che travasa da un movimento all’altro, in un continuo quasi senza pause.
Si è assistito ad una rivisitazione del baile Folia con il fraseggio contemporaneo, dove l’energia prodotta dal gesto eseguito da una porzione del corpo fa scaturire il movimento danzato sino al suo esaurirsi, in un continuo rimando.
Il dialogo incessante dei corpi continua a distanza: la proposta di un danzatore al centro della scena bianca, abbagliante, raggiunge gli altri corpi in apparente attesa/immobilità, pronti al dialogo, a raccogliere la provocazione, ad assimilare l’energia per produrre nuovi movimenti.
Un movimento parte dal braccio, un altro da una gamba, ancora da cadute e salite, il primo dal corpo che si contrae nella posa fetale per raggiungere la massima estensione/espansione dinamica nello spazio.
Matteo Levaggi riferendosi al titolo scelto per la coreografia afferma ”La sensazione che mi dà il titolo sembra riferirsi a quella che la donna seduta all’inizio del balletto mostra di avere, muovendosi come se qualcosa dentro di sé stesse accadendo.”
La musica che fuoriesce dal violoncello di Lamberto Curtoni , il quale suona dal vivo, dialogando con una base registrata, è un sottofondo, una traccia labile per i danzatori, con la sua quasi completa monotonia che diviene suono costante nella memoria degli spettatori.
La figura errante e agonizzante della donna, interpretata dalla performer Samantha Stella, ha cercato con i suoi gesti semplici e quotidiani, con le sue angosce, con i suoi pensieri al limite del baratro, dall’iniziale salire su una sedia che si fa ciglio di un precipizio, al tentativo di trovare legami, impedimenti, forse alibi, per sfuggire o per abbandonarsi a pensieri angoscianti che pure la tentano.
Nel complesso i danzatori hanno espresso appieno le capacità atletiche ed artistiche richieste dal coreografo, soprattutto nei solo, mentre nelle parti corali hanno disatteso alla sincronicità quando emergeva dalla coreografia, lasciando a disagio l’occhio dello spettatore, a cui risultava difficile comprendere se si trattasse di sfasamenti ricercati o incidentali.
Sette danzatori dai corpi dissimili, in un'espressione di unicità molteplici.
Tonia Barone
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