
| Una Butterfly filmico-pittorica all'Arena di Verona |
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| Oltrecultura: Recensioni Musica - Lirica | |
| Autore: Dario Ascoli | |
| giovedì 29 luglio 2010 13:58 | |
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Madama Butterfly è una tragedia in musica che riesce sempre ad emozionare se non a commuovere, a dispetto della quasi ossessiva riproposizione nei cartelloni di tutti il mondo.
Sarà perché fa riemergere nella memoria di ogni donna un momento di reale o temuto abbandono; perché, negli uomini, fa affiorare un sottile o pieno rimorso per avere, scientemente o meno, perpetrato un inganno ed avere agito per egoistica viltà.
Sia quel che sia, dopo l'iniziale e forse preorganizzato tonfo, Madama Butterfly non ha conosciuto declini di popolarità.
Nell'88esimo Festival dell'Arena di Verona campeggia una edizione della dilaniante opera pucciniana, nella pittorica messa in scena di Franco Zeffirelli e con la direzione di orchestra di Antonio Pirolli.
Come consuetudine areniana da necessaria virtù, molti i cast che si sono avvicendati; la recita di cui vi diamo conto è quella del 28 luglio 2010, in cui protagonista eponima è stata Oksana Dyka, con Massimiliano Pisapia nel ruolo di Pinkerton, Rossana Rinaldi a dar voce a Suzuki e Leonardo Lopez Linares in Sharpless.
Mesi or sono ci piacque riportare alcune frasi tratte da un breve saggio di Gina Guandalini, che cita "I racconti del cuscino", scritto nel X secolo dalla scrittrice Sei Shonagon, da cui Greenaway trasse, nel 1996, uno splendido film, frutto di alquanto libera interpretazione dell'antico testo, che ci sembrano particolarmente in sintonia con la trama della tragedia di Cio-cio-san: “Le cose che fanno battere il cuore e quelle sorprendenti e dolorose”.
L'amore devoto di una geisha adolescente e la dolorosa sorpresa di un vile abbandono.
Gli ultimi anni del XIX secolo vedevano il diffondersi di un fenomeno/vezzo culturale detto “orientalismo”, una moda funzionale alla veicolazione di messaggi filocolonialisti.
L’orientalismo presupponeva subdolamente o esplicitamente una subalternità delle culture asiatiche a quelle occidentali; l’oriente veniva anche rappresentato come la parte femminile del mondo, mistificando un simbolo come il Tao e facendo del dualismo Yin-Yang una forzata allegoria oriente-occidente.
Gli accenti posti sul misterioso fascino dell’oriente fungevano da “afrodisiaco”, e l’emisfero Yin del mondo rimaneva terra di conquista, una civiltà decorativa e vacua, un luna park per occidentali arroganti e senza scrupoli.
Le imprese coloniali, stante la corrispondenza di cui sopra, divenivano allegorie di conquiste erotiche, quando non di stupro etnico.
Il compositore inizialmente concepì una tragedia che rappresentasse un netto dualismo Oriente-Occidente, anche con la suddivisione in due atti e con location contrapposte.
Oggi noi conosciamo la realizzazione del 1904 con l’abbandono della sposa nipponica e con l’attesa commoventemente fiduciosa del ritorno di uno “sposo fedele” con quella romanza “Un bel dì vedremo” che si colloca nell’Olimpo delle melodie operistiche di tutti i tempi.
Questa versione è priva di visioni di vita occidentale ed è suddivisa in tre parti (primo atto, secondo atto parte prima e secondo atto parte seconda, o terzo atto).
Nelle intenzioni il "Coro a bocca chiusa" e il preludio al terzo atto sarebbero dovuti essere eseguiti senza soluzione di continuità, ma forse per il gusto del tempo e per esigenze di scena, dopo le prime rappresentazioni, si è proceduto ad una suddivisione in tre sezioni che si è voluto definire "atti".
Il senso di desolata attesa creato dal mirabile coro senza parole né vocali doveva condurre all'epilogo tragico, alla delusione, al dolore; l'interruzione, invece, se per un verso dà spazio all'applauso e all'asciugatura di qualche ciglio bagnato, per l'altro scompagina ombre e profumi accendendo le luci sui foyer con gli olezzi delle bibite, dei caffè e del pubblico profumato oltre misura dei teatri; circostanze che non giovano alla costruzione drammatica ma soddisfano i gestori delle bouvette.
Anche la finestra sull'occidente rappresentata dalle scene locate nel consolato di Nagasaki venne soppressa nella stesura finale estesa su tre parti anziché sui due voluti dal musicista: "uno il tuo (rivolto a Illica) e l'altro di Belasco".
Protagonista cessava così di essere la contrapposizione tra due civiltà, diveniva centrale, piuttosto, l'impossibilità di contaminazione culturale reciproca dovuta all'arroganza menzognera dello yankee e forse del colonialismo occidentale intero.
Musicalmente il maestro toscano adottò il 3/4 per le esibizioni muscolari dell'occidente, mentre il tempo 2/4 caratterizzava le melodie orientali, per lo più ispirate a canzoni che la Jacco e la Oyama gli avevano cantato e del cui testo l'ottimo Giacomo si curava ben poco se è vero che la preghiera di Suzuki (un miscuglio tra Buddismo e scintoismo) del secondo atto è splendidamente derivata dalla canzone "Takai Yama" che tratta di .... "cetrioli e melanzane".
L'opera "giapponese" di Puccini è più convenzionale di quanto si possa immaginare se si escludono gli aspetti formali che vedono prevalere le forme aperte; anche le romanze più celebri ("Un bel dì vedremo" e "Addio fiorito asil") e il suggestivo "Coro a bocca chiusa" non si preoccupano di conservare la continuità contestuale.
Pinkerton viene tratteggiato come uno spregevole cow-boy della marina statunitense, lo pensiamo maturo se non attempato e sulla sua condotta aleggia una ripugnante aria di pedofilia: la sua "sposa" giapponese, ci informano tanto la tragedia teatrale quanto il libretto del melodramma, è appena quindicenne!
Si ascolti “Dovunque al mondo lo Yankee vagabondo” per comprender quale considerazione e rispetto egli avesse per le donne "non americane" ma pensiamo anche per le non WASP (bianche, anglosassoni e protestanti) !
Lo stesso soprannome Butterfly rimanda inequivocabilmente tanto alla farfalla come effimera e leggiadra creatura degna di un ornamento per un vaso o una seta del sol levante, quanto ad un oggetto da collezione da infilzare con un spillo in un quadretto: Cio-cio-san: "Dicon che oltre mare/ se cade in man dell'uom,(con paurosa espressione)/ ogni farfalla da uno spillo è trafitta /(con strazio)ed in tavola infitta!", ma Pinkerton aveva già manifestato le proprie intenzioni :"qual farfalletta svolazza e posa / con tal grazietta silenziosa / che di rincorrerla furor m'assale /se pure infrangerne dovessi l'ale"
Al cospetto di un ceffo simile persino il sensale-ruffiano Goro, che pur traffica in geishe, acquista una parvenza di dignità: egli non mente circa il proprio mestiere e non adopera patrii vessilli a proprio vantaggio.
A ben osservare Illica e Puccini trattano con sufficienza e superficialità la cultura orientale; troppo spesso l'ingenuità di Cio-cio-san viene rappresentata con una tale banalizzazione da lasciare sottintendere, con retrogusto razzista, una presunta limitatezza intellettiva della donna; la frammentarietà delle liriche, le espressioni di personaggi giapponesi, con un piede in una posticcia e inventata tradizione e l'altro ad accennare passi di danza a beneficio del trastullo degli occidentali "colti", celano con qualche difficoltà un atteggiamento di sprezzante superiorità.
Ma è proprio l'immagine teneramente ingenua e infantile di Cio-Cio-San a toccare le corde più sensibili dello spettatore, secondo le due vibrazioni di cui si è detto in apertura.
La difesa dell'onore occidentale viene affidata a Sharpless, console di Nagasaki, a cui il libretto offre qualche sporadico tratto di umanità e di coerenza ma sempre in salsa coloniale.
Limbica, inerte, e suo malgrado, invisa, la figura di Kate, la "vera " americana che corre il rischio di cadere vittima di un discriminatorio eccesso di antirazzismo; troppo breve però la sua presenza nella vicenda perchè possa efficacemente rappresentare quella che è un'altra vittima del machismo "stars and stripes" e con fardello della propria sterilità che la espone al ripudio.
Una specie di "buffo" da opera settecentesca risulta infine Yamadori, un ricco nobile vetusto signore, reduce da molti matrimoni che cerca di ottenere in sposa la giovane Butterfly, tanto prima che dopo le nozze con l'americano.
Di tutta l'opera senz'altro il momento più elevato è la fantasticazione di Mrs Cio-Cio-San Pinkerton circa il ritorno dell'amato ufficiale; come a voler chiedere complice conferma a Suzuki, ella dotta la prima persona plurale al futuro: "Un bel dì vedremo" per poi sostanziare un presente al singolare che viene dopo un avverbio che, viceversa, sposterebbe ad un ulteriore futuro: "E poi la nave appare, poi la nave bianca entra nel porto", ma la dolcezza del ricordo,trasfigurata nella speranza, ricondurrà il tempo verbale ad un transitorio futuro seguito da un forzato presente, che nell'oscillazione pentatonico-tonale della melodia, sortisce l'effetto di un vento di morte su un freddo sudore: "egli alquanto in pena chiamerà, chiamerà: piccina mogliettina, olezzo di verbena: i nomi che mi dava al suo venire (a Suzuki) Tutto questo avverrà, te lo prometto. Tienti la tua paura,io con sicura fede l'aspetto".
Il successivo ristabilirsi del clima di attesa fiduciosa dopo il Fa acuto di "è venuto" propone il nipponico 2/4: la coppia si è ricomposta nella Terra del Sol levante, secondo la fantasia di Butterfly, e il clima musicale si adegua.
Capolavoro di retorica musicale anche la strutturazione di quel "per non morire al primo incontro" con la frammentazione al centro della frase che sembra affermarne l'epilogo fatale e persino allegorizzarne lo strumento:il pugnale.
Il finale tragico si presenta con un'altra reminiscenza/rimpianto: Butterfly s'inginocchia di fronte ad una statua di Budda; "Con onor muore chi non può serbar vita con onore." è la frase che la protagonista legge incisa sul manico del pugnale con cui si taglia la gola, secondo quanto le regole orientali impongono alle donne a cui la parità non è concessa nemmeno nell'atto dell'estremo sacrificio.
Oksana Dyka è una giovane cantante ucraina che di recente abbiamo ascoltato in Tosca; confinata negli ambiti di espressioni più adolescenziali di Butterfly, se ha dovuto scarificare la sua veemenza passionale, correttamente, ha avuto necessità di esibire un frequente color chiaro vocale e una maggiore nitidezza d'attacco, evidenziando belle qualità.
Il registro grave non è particolarmente sonoro e allorché il soprano prova a forzarlo la voce perde il velluto, ma l'Arena è un durissimo banco di prova che, in complesso, ha promosso la Dyka.
Massimiliano Pisapia sa ben rendere odioso quanto merita il suo Pinkerton; il tenore torinese regge ottimamente l'ampia cavea veronese e sa ascendere agli acuti senza forzature; prosegue nel ritagliarsi un podio privilegiato nel novero dei tenori pucciniani.
Rossana Rinaldi è abile nei ruoli di carattere, ma in Suzuki ha dimostrato completezza del suo bagaglio espressivo e padronanza vocale; felice intonazione nell'insidioso duetto dei fiori, dove le reiterate cadenze evitate su false modulazioni, non di rado mettono a serio rischio la tenuta del diapason di soprani e soprattutto dei mezzosoprani, la cui tessitura è collocata tra orchestra e soprano con oneri di riferimento di altezza dei suoni assolutamente rilevanti.
A difendere “l'onore americano” , impresa improba, è Sharpless, personaggio baritonale a cui viene dato un esiguo spazio cantabile, nel quale, nella fattispecie, ha ben figurato Leonardo Lopez Linares, che dalla sua ha avuto una ottima resa scenica.
Goro è stato efficacemente reso da Saverio Fiore, con ottima nitidezza di dizione e sicurezza d'intonazione; svantaggiato dalla posizione sfavorevole sul palco, Manrico Signorini ha reso con qualche difficoltà la parte dello Zio Bonzo.
Affidabili gli altri interpreti: Giuliamo Pelizon (Il Principe Yamadori), Daniele Cusari (Il Commissario Imperiale), Gianluca Monti (L'Ufficiale del Registro), Asude Karayavuz (Madre di Cio-Cio-San), Simge Buyukedes (Cugina di Cio-Cio_san) e “antipaticamente” avvenente, come da libretto, Maria Letizia Grosselli in Kate.
Le scene sono state disegnate dello stesso regista, Franco Zeffirelli: rispetto a consuete rappresentazioni da interno giapponese; il Maestro fiorentino ha, con eccellente senso della spettacolarità, optato per un utilizzo di tutto l'ampio fronte scenico messo a disposizione dell' Arena.
Controscene, movimenti di popoli e una rappresentazione della vita di strada della Nagasaki di inizio secolo , con marinai che si accompagnano a donne locali e personaggi in costume nipponico che popolano la scena anche in profondità. Ottimo colpo d'occhio, forse distraente.
Belli i costumi di Emi Wada; apprezzabile la scelta di colorare di rosso, con un drappo, l'abito di Cio-Cio-San allorché essa ha maturato la decisione suicida.
L'Orchestra dell'Arena di Verona è stata guidata con sicurezza da Antonio Pirolli; buono l'equilibrio dei suoni tra buca e palco, difficile, ma non risolvibile dal direttore, l'udibilità dell'orchestra dalle aree rialzate e in profondità.
Dinamiche contenute e misurati gli slanci lirici, a vantaggio della intelligibilità, la quale, però, nella serata del 28 luglio 2010 ha messo in luce un vero e proprio incidente all'ancia dell'oboe che, incolpevole lo strumentista, ha pregiudicato ogni intervento dell'importante strumento.
Il Coro dell'Arena, diretto da Giovanni Andreoli, ha avuto il suo momento di gloria nel “Coro a bocca chiusa”, brano che, grazie alla scelta, assolutamente filologica, di non operare intervallo tra secondo e terzo quadro, ha mantenuto l'efficacia drammaturgica “raggelante”, voluta con decisione e somma maestria da Puccini.
Dario Ascoli
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