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EgriBianco. Una sinfonia in RGB al Teatro Nazionale di Roma Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Danza
Autore: Livia Bidoli   
venerdì 21 marzo 2008 18:56

RGB: rosso, blu e verde (red-green-blue), i tre colori elementari fanno da sfondo alla dinamica conflittuale dei due ballerini guida e delle due squadre avversarie. In realtà il verde fa capolino per pochi minuti ed in un gioco di luci, ma l’effetto è lo stesso. Una cura “elementale” per fornire a questo spettacolo paradossale e fortemente metaforico, un afflato che lo rende immensamente condivisibile e inguaribilmente memore di una tribalità sottostante che sembra legiferare su tutto. Mai triviale, sempre percosso come da nubi ed impulsi di dolore ramificato nei muscoli dei danseuses, lo spettacolo unico del 19 marzo al Teatro Nazionale di Roma con la compagnia EgriBiancoDanza, mette in scena l’innovazione rivisitata di un partita a scacchi di bergmaniana memoria, avanzando di tanti passi quanti i ballerini sanno inventare, grazie alla postmoderna coreografia di Raphael Bianco, condirettore della compagnia insieme a Susanna Egri.

John Cage si fonde con il tambureggiare di matrice giapponese, e le aggressive figure dei ballerini rilucono di forza brutale, decuplicata dalle mezze

stampelle con cui danzano e si affrontano i loro due capi, l’una in rosso, l’altro in blu. E non che l’uno, con il suo portato di tenerezza cromatica storicamente determinata dalla storia del colore (le vesti delle Madonne, il cielo, il mare) sia meno pericoloso del pianeta rosso dell’altra, un Aries femminino e assolutamente guerrigliero. Entrambi, Elena Lozano Saez e lo stesso Raphael Bianco, combattono senza esclusione di colpi, intimando la stessa intensità e lo stesso fervore ai loro drappelli di soldati e soldatesse le cui bandiere son rese riconoscibili soltanto dai loro costumi da lotta (libera).

La seconda parte, intitolata Da Nobis Pacem tratta da Arvo Pärt, Da pacem domine, per coro a cappella di solisti, piuttosto recente, del 2005, ha tutt’altro respiro. La guerra è finita e la gente vaga dispersa soprattutto dentro sé stessa, quasi una primavera sepolta nella neve, con echi eliotiani. Una terra desolata dove regna l’infinità del nulla, l’iniquità del conflitto, la dissoluzione delle credenze dove Dio sarebbe necessario per garantire l'uscita dal caos primordiale indicando una luce che non sia il big bang dell’antimateria, od un buco nero inghiottente.

Il trascinarsi da un lato all’altro del palco conduce ad una instabilità che riduce i ballerini a due, un pas de deux sospetto all’inizio, quasi ispirato dalla ridondanza del dolore, e poi finalmente la diafana simmetria della sofferenza esplode tra i due, nobili sopravvissuti al grigiore del nulla, al tessuto lacero degli eventi, all’incertezza del presente privato dalla spinta del passato.

 Livia Bidoli

 

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