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I demoni di San Pietroburgo. I prodromi della rivoluzione Nei cinema dal 24 aprile Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Cinema
Autore: Livia Bidoli   
martedì 22 aprile 2008 21:49
Lampi che proiettano persone un tempo vissute altrove, fantasmi del proprio imprigionato passato tra le lande desolate e innevate della stralunata e accecante Siberia, da questo Dostoevskij è ossessionato.
Un tempo ancora presente dove le idee ingabbiano e fucilano uomini il cui solo nerbo è racchiuso nella parola e, uccisa quella, nulla può salvarli da loro stessi. 
Anna la stenografa (Carolina Crescentini) aiuta il grande fustigatore a stendere l’ultimo romanzo, Il giocatore, un lui stesso alla tavola che lo ha condannato a pagare enormi somme con la sua penna affittata pro tempore. La superba interpretazione dell’attore Miki Manojlovic ci restituisce uno scrittore stanco e pieno di dubbi, sulla necessità di uccidere per la rivoluzione e sul sacrificio di sé stessi per la salvezza di un popolo che in fondo percepisce come estranei gli uomini di lettere.

Gli inintelligibili estranei , scegliendo un linguaggio a loro aduso, somigliano a dei servi della gleba soltanto riformati. Lo sfondo è raffigurato dalla devastante certezza che tutto questo, ogni gesto rivoluzionario che sacrifichi una vita umana, seppur utile al benessere futuro di molti, sia una follia, e che l’unica, inesorabile verità cominci e termini con la vita dell’uomo.
Gusiev, un ex-rivoluzionario ben calibrato da Filippo Timi, ed incontrato per pochi minuti in un manicomio, rivelerà allo scrittore i piani per il prossimo attentato al Granduca di Russia e metterà in moto quell’orologio segno e metafora di tutto il film.
Un tempo che corre all’indietro per spingere in
avanti, conducendolo da Aleksandra (la giovane Anita Caprioli) il capo del nucleo rivoluzionario, e da Pavlovic, l’ispettore generale della polizia, interpretato dal perfetto Roberto Herlitzka. “Ogni abisso ha un fondo”, gli dirà nei panni del poliziotto consapevole della prossima rivoluzione d’ottobre, l’ingranaggio è in moto ed i fasti dell’impero cadranno, anche se lentamente e negli anni a venire.
L’ultimo film di Giuliano Montaldo in fondo vuole tessere un legame saldo con l’epica rivoluzionaria di stampo storico e vi si notano i riflessi delle prime sue opere, da Sacco e Vanzetti del
1971 a Giordano Bruno di tre anni dopo.
Una scelta la sua, di proporre e difendere un’etica del dubbio, del giudizio critico, della riflessione, che il personaggio di Dostoevskij incarna con nitore supportato dai languidi temi di Ennio Morricone, quasi per ridare scalpore ad un afflato dimenticato fra le ceneri di ideali sepolti di un inverno senza più primavere.

Livia Bidoli
 

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