Ediz. n.113 - 05/09/2010

Partnership


 

 





Studio Consulenti
del Lavoro


Dalla strada alla scuola
Dalla scuola alla vita

Dove saremo

Area Riservata

La danza macabra del Decameron di Zucchi al Teatro Agorà - Roma Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa
Autore: Livia Bidoli   
sabato 03 maggio 2008 14:24
E l’oscurità ed il decadimento e la Morte Rossa dominarono su tutto”, così chiude La Maschera della Morte Rossa (1842) di Edgar Allan Poe (1809-1849) e, come in questa versione del Decameron, estremamente gotica, i virus pestilenziali della Peste Nera del ‘300 la fanno da padrona, Fiammetta (Teresa De Sio) per l’appunto, oste e Morte. L’amante di Boccaccio nella vita accoglie i poveri novellanti fra le sue braccia, come il Principe Prospero nel celebre racconto di Poe raccoglie intorno a sé i nobili scampati al medesimo flagello. Nel film di Corman, ispirato a Poe, si vedono proprio le tre Morti, la Nera, la Rossa, la Bianca, a convegno su un monte ad osservare i loro massacri umani. Qui la cornice che apre e chiude, a differenza dell’originale giardino, è la casa della Morte, la casa di Fiammetta, come a dire che le insidie dell’amore-passione sono le più micidiali, anche per i personaggi raccontati dal narratore-scrittore presente in scena.

La scenografia quanto la regia composte da Augusto Zucchi introducono lo spettatore in un granaio attrezzato a reggia per la morte e le sue ancelle (nella parte di Tessa Gioia Paolotti), dove gli ospiti novellanti verranno ricevuti come ad un convivio. La macabra musica d’entrata ed i canti in latino promettono una passeggiata perigliosa tra le novelle intercalate da tradizionali barocchismi musicali  curati tutti da Luciano Francisci.
Le novelle sono sei, più l’ultima che chiosa la pièce unendo due novelle della Quarta Giornata: la prima di Tancredi che fa uccidere l’amante alla figlia e la quinta di Lisabetta che conserva la testa dell’amante ucciso dai fratelli in una vaso di basilico. Gaia Riposati, qui struggente Beatrice (ed anche Lidia nella seconda novella) e non Ghismonda e Lisabetta come nell’originale, trascina nella perduta disperazione dell’amor tragico raccontato insieme a Massimo Di Leo, altra notevole  interpretazione già notata nella parte di Boccaccio.
Nella parte di Calandrino, il goliardico Alessandro Vichi, le cui peripezie si trovano nella maggior parte dei racconti, in particolare nel primo, quarto e quinto, tratti dall’Ottava Giornata. L’interpretazione viscerale in particolare della Terza novella sull’elitropia, è di una ricchezza ironica e spavalda da mattatore.
La sesta novella, delle sette monache incontentabili con Niccolò Scognamiglio come Masetto, è in assoluto la più trascinante, con la sua ritmicità convulsa e parodica tale da immergere il pubblico con scrosci continui di boutade e motti di spirito, mentre nella terza, sul bestemmiatore, vediamo Alessio Rizzitiello come ingenuo frate confessore che assolve in toto l’istrionico peccatore.
Il finale quanto la cornice, come accennato prima, rimanda a L’autunno del Medioevo (1919) di Huizinga (1872-1945), ed al suo studio sull’estetica della morte che sottilmente sottende all’intera versione di Zucchi. Con la conclusiva e tragica danza macabra di Beatrice prima con la Morte/Fiammetta, poi con la peste nera, sembra di essersi immersi in uno dei Dipinti della Quinta del Sordo di Goya, con streghe e maschere mortuarie al posto dei novellanti ed un’inquietudine che serpeggia con loro ponendo domande.
Livia Bidoli

 

Foto di Cristina Di Stefano

 

Lettori nel 2010

mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
oltre 125.000 lettori nel 2009