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Rigor mortis adolescenziale. Tadeusz Kantor al Raabe Teatro – Roma Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa
Autore: Livia Bidoli   
venerdì 16 maggio 2008 21:05
Dodici sedie, tra cui quattro vuote, immerse in una luce gialla che frastorna lo spettatore i cui occhi sono proiettati sul nero delle divise da scolari dei senescenti attori non professionisti di La classe morta di Tadeusz Kantor (1915-1990).
Un fantasma derelitto si aggira tra i banchi spogli, inesistenti dove un tempo le grida scanzonate della giovinezza esprimevano chiassosamente il frastuono della vita. Lo “Zumpappapa” alle soglie di un’adolescenzia decimata dai campi di concentramento, dalla perdita di un figlio appena nato (la culla che agita la signora in preda a contrazioni reiterate e coattive), ritorna macabro. A dissolversi nella quiete di movimenti appena accennati oppure trascinati, l’uno appresso all’altro, come di zombie appena resuscitati, i manichini di ciò che erano stati, agitandosi abnormi a ritmi marziali oppure strascicati da un altro il cui rigor mortis risulta appena più lievemente accennato.

Pupazzi neri di un’infanzia raggelata nel sonno eterno di un giorno che dura un’ora, e che non ha senso nel ripercuotersi di gesti sconclusionati, rarefatti e a scatti. La rievocazione schizofrenica di lampi di ricordi e movimenti degli arti, schiavi di un riflesso ridondante di un mondo inevitabilmente inabissatosi tra le pieghe del passato.
Prometeo, le Idi di marzo (quando Giulio Cesare fu ucciso il 15 marzo) stanno a decantare un tormento che non ha requie, incomunicabile come tutto il teatro di Kantor, una scissione perpetua che dipinge dei quadri composti da persone e ombre rilucenti tra le bianche pareti.
Monica Giovinazzi racconta tutto questo nella sua rappresentazione, nella sua scelta parziale di un testo che ripropone a Vienna a fine mese in tedesco e che ha accarezzato da dentro partecipando alla messinscena oltre che dirigendola, attrice-direttrice di un nucleo divelto dalle parole, dai suoni, dai rantoli. L’unica levità inserita risiede nel walzer de “La bella addormentata” di Ciaikowski, che coccola e batte il tempo mentre i suoi burattini si divincolano tra paure ancestrali ormai tese e disseminati in un presente statico e silente.

Livia Bidoli

 

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