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Oltrecultura: Recensioni Musica
Autore: Livia Bidoli   
giovedì 03 luglio 2008 00:55
Un’unione come quella tra Philip Glass e Leonard Cohen sembra connaturata prima ancora di esserci. Un legame profondamente sottile accomuna i due artisti, l’uno per il minimalismo musicale, l’altro per la sintesi nella parola. Due linguaggi che si fanno uno tra musica e libretto tratto dalle splendide poesie-canzoni di Cohen danno vita al The Book of Longing, un’opera composita tra strumentazione e voci. Sul palco il violino strepitoso di Gloria Justen che ha irretito il pubblico con un assolo vitalmente inebriante; al violoncello Wendy Sutter e Gail Kruvand al contrabbasso. Ai fiati per oboe e corno inglese Megan Marolf ed Andrew Sterman al flauto, sassofono e clarinetto basso. Alle tastiere Philip Glass e Micheal Riesman che si occupa anche della direzione. L’avvicinamento tra le poesie-canzoni di Cohen e la musica di Glass avviene sei anni orsono e produce una completa partitura oltre che per piccola orchestra per tenore, baritono-basso, soprano e mezzo-soprano. Le canzoni sono incredibilmente ipnotizzanti specialmente nel prologo e nella prima parte con punte vigorose per Puppet Time e nella seconda con You came to come (da A Thousand Kisses Deep). L’unico momento di stanca forse all’inizio della seconda parte dove gli assoli degli strumenti tendono a ripetersi senza destare troppi stimoli.
Per quanto riguarda le voci, la soprano Dominique Plaisant è assolutamente perfetta pur evidenziando l’estrema particolarità del timbro proprio della mezzosoprano Kasia Walicka Maimone che entra trionfalmente nel terzo brano A Sip of Wine, subito dopo il magnificamente poderoso e flessuoso Will Erat.

Oltre ad essere delle canzoni di amore, i testi di Cohen raccolgono in questo caso il desiderio a tutto tondo di un futuro migliore di tenore universale. Confrontiamo per esempio l’asutera e marciante Puppet Time, manifesto contro le guerre genocide di qualsiasi continente con la sovracitata You came to me/A Thousand Kisses Deep della seconda parte: tutto il pathos racchiuso nella prima si ode con più elevata urgenza in questa canzone così struggentemente venata. Quasi a raccogliere un debito proprio dalla precedente morte. L’afflato rimane intenso anche nei brani dedicati alla madre Mother Mother e si slancia in Babylon, altra canzone dolcemente adagiata sul ritmo e lungamente distesa per quasi sei minuti di durata, la più lunga in termini assoluti e che chiude il primo lato, essendo I Enjoyed the Laughter l’intrepido assolo di violoncello di Wendy Sutter prima della voce di Cohen.
In sostanza una partitura del tutto originale sebbene nello stile di Glass e di agiato respiro dove le note si stendono sinuosamente accanto o come un tappeto per le voci, semoventi tra recitativo e flebile cantato, acquistando spessore e potenza nei cori. Un tormentato afflato si agita lungo le spirali paradigmatiche della reiterazione delle note, ancora a sottolineare quanto imperioso appaia il soggetto principale sia a l’uno sia all’altro dei compositori, un desiderio che a mille baci di profondità si traduce sempre come implacabile e deciso.

 

 

Livia Bidoli

 

 

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