Il giovane direttore Francesco Lanzillotta, nella suggestiva cornice di Villa Mondragone, si confronta con il must romantico per violino di Felix Mendelssohn-Bartholdy, il Concerto in mi minore op. 64 per violino e orchestra in tre movimenti. Il magnifico e vigoroso primo violino dell’Opera di Roma e dell’Orchestra Roma Sinfonietta, Vincenzo Bolognese, inaugura le serate nella villa con temperamento ed interpretazione. Il tocco di Bolognese è massivo e non si perde d’animo nemmeno al primo strappo delle corde, proseguendo nella sua rilettura da Sturm und Drang del virtuosistico brano di Mendelssohn. Nel secondo movimento si evidenzia poi un coinvolgimento maggiore dell’orchestra alla pari con la seconda parte per Beethoven, caposaldo di Lanzillotta come si evince dal grado di espansione ritmica della conduzione, non stimolato soltanto dalla vivacità dell’Allegretto.
Beethoven compose la Quarta Sinfonia in si bemolle maggiore nell’autunno del 1806, mentre la prima esecuzione pubblica risale all’anno successivo, il marzo del 1807, nel palazzo viennese del conte Lobkowitz, con Beethoven stesso come direttore. La sinfonia è stata composta ed eseguita negli stessi anni in cui un altro grande intellettuale dell’età di Goethe, Georg W. F. Hegel, stava concludendo il suo capolavoro, la Fenomenologia dello spirito, che ha delle strette analogie sia con il romanzo di formazione sia con il poema sinfonico. Il filosofo e musicologo Adorno ha infatti sottolineato come lo sviluppo della Quarta ricordi la Fenomenologia di Hegel, nel senso che l’oggettività e il dispiegarsi orchestrale della musica vengono saldamente guidati dalla soggettività dell’autore e degli esecutori, elemento equilibratore di tutta la partitura. Non a caso la Quarta fu definita infatti da Schumann «una slanciata fanciulla greca fra due giganti del Nord», ossia la Terza e la Quinta.
Nell’introduzione del primo tempo, Allegro vivace, sono già implicite tutte le tracce dell’intero discorso sinfonico. I due temi principali sono infatti mostrati successivamente in forma di sonata: la concisione pregnante di tale parte viene sottolineata dal primo violino, che si comporta quasi come un violino solista: in ciò l’interpretazione di Bolognese, perfettamente armonizzata con il resto dell’orchestra, ben risponde all’intento del compositore. Del resto, la musica beethoveniana riesce a sintetizzare in pochi tocchi quello che altri compositori devono esprimere in modo più plastico e rappresentativo. Come scrisse Adorno, «la sua musica non è immagine di qualcosa – e tuttavia è immagine del tutto, immagine senza immagini».
Qui la musica risulta quasi “appesa”, fissata ad un qualcosa che la fa oscillare come un pendolo: la bravura del direttore Lanzillotta, sottolinea con la sua gestualità questa sospensione, fermando la musica con le mani sollevate, senza intervenire su di essa.
Particolarmente espressivo il secondo tempo, l’Adagio, in cui la musicalità del tema principale è scandita perfettamente dai primi violini richiamando la Terza sinfonia.
L’introduzione del primo tempo riecheggia nel terzo, Allegro vivace, dove a tratti Beethoven applica la struttura dello Scherzo. Infine, il quarto e ultimo tempo, Allegro ma non troppo, riproduce la forma Sonata, conclusa da una Coda che esprime potentemente, grazie anche ad un assolo di fagotto, la gioia di vivere e l’energia dello Streben romantico, quasi trattenute nei primi due movimenti. Citando ancora Adorno, «il senso della coda beethoveniana risiede probabilmente nel fatto che il lavoro, il fare, non è tutto e che la totalità spontanea non ha tutto il suo senso in sé stessa, ma ne ha soltanto in quanto indica qualcosa oltre sé stessa».
Livia Bidoli e Teo Orlando
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