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Scritto da Dadadago   
Domenica 07 Febbraio 2016 18:17

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Drammaturgicamente in Italia ci sono autori novecenteschi che pur avendo prodotto lavori interessanti non vengono molto rappresentati.
Conoscevamo Ugo Betti come scrittore, magistrato, ma confessiamo che ci mancava l'esperienza diretta con un suo testo teatrale allestito.
L'occasione ci è stata data sabato 6 febbraio 2016 al Teatro Genovesi di Salerno dove la Compagnia dell'Eclissi ha portato in scena Delitto all'Isola delle capre, uno spettacolo venuto alla luce nel 1950, scarsamente apprezzato all'epoca che successivamente è stato rivalutato, riscuotendo un grande consenso anche in Francia.
Il dramma, che appartiene all'ultimo periodo della sua produzione, ben rappresenta lo stile personale del commediografo marchigiano, improntato sulla lucida analisi della condizione umana, su situazioni sempre al limite, popolate di personaggi aggrovigliati in rapporti difficili ed atmosfere disperate, indagati sì psicologicamente ma senza che venga fornita alcuna risposta e senza alcuna certezza: lo sguardo è qui a cogliere e a raccontare una realtà cruda, nessun commento, nessun finale edificante, tutt'altro.


Uno spazio libero che sa di vento, mare, capre al pascolo che ingloba l’antro chiuso e claustrofobico in cui si svolge l'azione. In questa casa, sull’isola mediterranea che già evoca rimandi mitici (Ulisse nel IX libro dell'Odissea approda in una isola popolata di capre selvatiche) vivono Agata, Silvia e Pia, tre donne sole, ripiegate in una vita statica ed abulica, senza alcun orizzonte. L'arrivo di uno straniero, Angelo, dall’aspetto ambiguo e misterioso e che parla una lingua diversa le metterà tutte di fronte alla prepotenza del farsi carne, del desiderio sessuale a lungo represso che diventa prima motivo di segreta soddisfazione, poi rivalità, quindi gelosia e rancore antico. L'uomo proviene da lontano, dice di aver girato molto e di essere stato compagno del professore Enrico Ishi marito di Agata, padre di Silvia e fratello di Pia, e da lui, prima di morire inviato sull’isola per essere di aiuto alle sue donne rimaste senza un sostegno maschile.
Un'apparente (ma scopriremo nel finale che così non è) banale circostanza finirà per determinare la fine terribile di questo angelo/demone/tiranno/maschio/dominante, reo di un malsano ménage a quatre, in un crescendo emotivo sapientemente tratteggiato dalla scrittura asciutta ed incisiva dell'autore.
Un pozzo, quello dove tutto è iniziato, forse un rimando ad antichi rituali, ad are sacrificali, alla discesa nell'Ade è un destino ineluttabile per chi ha scatenato istinti primordiali e la follia che alligna in questa dimensione di solitudini estreme.
Diciamo subito che non era semplice restituire il clima ancestrale che coniugando dramma, sesso e morte aleggia nella piéce e l’allestimento scenico di Luca Capogrosso; le luci e il suonodi Carmine Fedullo Giuseppe Mancaniello; i costumi di Angela Guerra sicuramente concorrono ad una resa quasi palpabile di quella tensione metafisica che spira fuori/dentro l'isola, la casa, la narrazione, ma ovviamente il merito va soprattutto agli attori.  

Tra il cast femminile spicca la recitazione viscerale, quasi da Erinni (nella mitologia classica, figlia della Terra o della Notte, punisce chi viola l’ordine morale) di Marianna Esposito (Agata), che solo nelle ultime battute riacquista il tono melanconico di una donna chi si è giocata tutto ed ha perso.
Diretti da Uto Zhali, in scena abbiamo ancora Lea Di Napoli (Pia), e Marika Mancini (Silvia) che giovanissima, dà al suo personaggio un taglio innocente, ma non privo di una sfumatura incestuosa.  Roberto Lombardi  (Angelo) ha dalla sua una bella presenza scenica, una impostazione della voce ed una dizione di tutto rispetto, ma avrebbe potuto puntare su di una recitazione più sfaccettata, farsi meno interprete e più personaggio, giocare all'ambiguità ed alla seduzione che si intuiscono, ma non emergono a pieno.
Applausi a sipario chiuso.

Dadadago

 

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