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Puccini: passione che suscita peripezie d’amore! Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica
Autore: Anna Chiamba   
domenica 09 novembre 2008 22:11

 

Che sia amor filiale, passionale, tragico o nostalgico, è questo il sentimento che muove le vicende sentimentali dei protagonisti (o meglio, delle protagoniste) dei melodrammi del celebre Giacomo Puccini.
A lui la Fondazione Arena di Verona ha voluto rendere omaggio, sabato 8 novembre, con un Galà per celebrare il 150° anniversario della nascita (1858-1924).
Nato in una famiglia di musicisti, esattamente il 22 dicembre 1958, ereditò dal padre e dai fratelli quella vocazione musicale che lo avviò presto alla carriera operistica.
Ruolo fondamentale nella vita del compositore ebbe la madre che, come il figlio, aveva animo da poeta e lottò affinchè Giacomo potesse ricevere un’educazione musicale, nonostante le gravi difficoltà finanziarie in cui si trovava.

Anche se pare non abbia avuto particolari doti e talento, Puccini nacque in un secolo, l’Ottocento, e per di più quello italiano, in cui il teatro era considerato la sommità dell’arte musicale. Nell’intermezzo de Le Villi (L’abbandono-La Tregenda), primo brano in programma in cui il gesto del Direttore Marco Boemi è apparso chiaro ed incisivo, energico ed elegante, intelligente nel dominare la melodia in tutte le sue sfumature e in cui l’orchestra, compatta e amalgamata, sembrava la naturale prosecuzione della sua bacchetta, si può trovare proprio quel sinfonismo ottocentesco con il quale Puccini reggerà il confronto con i preludi della tradizione romantica italiana.

 

Con Manon Lescaut,  Puccini guarda a Wagner. Nel duetto Tu, tu amore? di Manon e De Grieux, nel quale si percepiscono reminiscenze stilistiche del Tristan un Isolde,fanno ingresso in scena i solisti della serata, Daniela Dessì e Fabio Armiliato, trepidamente attesi e calorosamente applauditi dal pubblico.
La prorompente fisicità e musicalità della Dessì incarnano totalmente la passione che di volta in volta assume sfumature diverse e che muove le eroine dei melodrammi pucciniani.
Osservando i gesti e gli sguardi d’intesa tra i due cantanti non si vedono due artisti che interpretano dei personaggi ma due amanti.
Compagni anche nella vita, Dessì e Armiliato esprimono quell’impeto e quel desiderio che rendono umani e intensi, quindi sempre attuali, i protagonisti delle varie tragedie del compositore lucchese.

Il “solo” del violoncello introduce l’Intermezzo di Manon in cui la bravura di Boemi alterna morbidezza e tensione, ora cullando ora ridestando l’orchestra, a partire dalla risposta a canone della viola.
Un altro “solo” dei violoncelli, il cui timbro strumentale è uno dei più vicini alla voce umana, (e che Puccini usa anche a sostegno del soprano in Vissi d’arte) prelude a quella che è una delle più struggenti melodie del repertorio lirico e che il clarinetto intona anticipando l’aria del tenore: E lucean le stelle.
Commovente e sentita l’interpretazione di Armiliato.
Tosca però, in cui determinante è la violenta gelosia e il possente carattere della protagonista, è assieme tragedia politica e tragedia dell’amore. Puccini riesce a dominare la situazione politico-sentimentale con una maestria musicale ed una scienza della psicologia dei personaggi che ha del prodigioso.
Con il duetto Mario, Mario, dove i due solisti danno l’ennesima prova di sintonia, si chiude la prima parte del programma.
La seconda parte riprende con il Coro a bocca chiusa e l’aria per soprano Un bel di vedremo tratti da Madama Butterfly, tragedia dell’illusione e della passione d’amore in una relazione tra un uomo e una donna di due mondi diversi: Oriente e Occidente.
Da La Fanciulla del West, l’unica opera che finisce, almeno apparentemente,in modo positivo , senza morti tragiche, e nella quale bisogna riconoscere a Puccini l’audacia, per il tempo, di portare in palcoscenico un western, Armiliato canta Ch’ella mi creda.
L’ultima tranche di brani inserita nel programma di sala, tutti rigorosamente in ordine cronologico e tutti introdotti da Paola Gassman presentatrice d’eccezione, appartiene alla Turandot, opera che Puccini non ultimò a causa del suo decesso per una grave malattia ma che fu portata a termine da Alfano.
Non potevano certo mancare la popolare aria per tenore Nessun dorma  e quella per soprano Tu che di gel sei cinta , cantata da una morente Liù, profetessa d’amore votata al sacrificio per amore, non per schiavitù.
Come è noto, nella prima rappresentazione postuma di Turandot alla Scala di Milano il 25 aprile del 1926, Toscanini sospese la recita dopo il corteo funebre di Liù, proprio nel punto in cui il compositore aveva interrotto il suo lavoro.
Fortunatamente Dessì, Armiliato e Boemi non hanno congedato il pubblico nello stesso modo ma hanno regalato con grande generosità alcuni “fuori programma”: prima un affresco di giovinezza da Bohème e dopo, viste le insistenti richieste degli spettatori, un tenero e affettuoso Oh mio babbino caro in cui Boemi ha accompagnato la Dessì al pianoforte rivelandosi, oltre ad un ottimo direttore d’orchestra, un bravo e pronto pianista.

Anna Chiamba

 

 

 

 

 

 

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