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La fiaba lirica in tre atti di Rusalka composta da Antonin Dvořák a fine Ottocento e inaugurata trionfalmente nel 1901 al Teatro Nazionale di Praga approda al Teatro dell’Opera di Roma, dal 22 al 28 febbraio 2008, con una messinscena allestita dal Teatro Dvořák di Ostrava, rivelando immediatamente, già nella presentazione, la matrice profondamente boema dell’opera.
Tratta dalle leggende intorno alle sirene d’acque dolci, Undine del tedesco Friederich Heinrich Karl de la Motte-Fouqué, a La Sirenetta di Hans Christian Andersen e alla leggenda di Melusine, propone come sottofondo un’architettura musicale non solo narrativa (pensiamo alle Figlie del Reno della tetralogia dell’Anello) vicina a Wagner. I temi si sviluppano fin dal preludio intorno a Vodnik, il padre acquatico di Rusalka, finendo per intessere l’intero dramma di lirismo compreso il Tristan-Akkord che ogni tanto si rinviene qua e là. A differenza di quest’ultimo, e come tutti gli slavi, oserei dire i boemi più propriamente, rivela però un’atavicità quasi assorta, un incanto nel discorrere di lamentose richieste appena accennato. Vicino a Rimskij-Korsakov concettualmente, per la genesi di un mito direttamente fugato tra magia e natura, Dvořák sceglie però una preminenza panica rispetto all’umano e al magico, quasi un governo delle acque risuona attraverso le sue onde sonore.
La tradizione fiabesca legata all’acqua era già presente in Dvořák attraverso le Danze slave, le Leggende, i poemi sinfonici e Lo spirito delle acque (Vodnik, 1856) da cui direttamente è ispirato Rusalka. In comune con le mitografie sulla sirena, come Ligeia o Ligheia (da Tomasi di Lampedusa alla vampirica dark lady di Poe), e la Loreley danese, il fascino voluttuosamente romantico che si rinviene nella musica con i temi acquatici ridondanti a volte grottescamente (se assimilati al padre Vodnik) oppure flessuosi e lamentosi, quelli della protagonista ondina introdotta dal suono dell’arpa.
Rusalka è dotata inoltre di un’altra caratteristica notoriamente associata ai pesci, la mutezza della voce (nell’atto centrale), che riesce ad arricchire di strani ed onirici risvolti la storia appassionata con il Principe amante. Il tradimento con la Principessa straniera, lei sì correlata ad un tema specifico mentre il Principe si presenta con un vago accenno al tema del bosco e alla sua fascinazione per gli umani, è un presentimento certo dall’inizio, dalla richiesta alla strega Ježibaba di renderla umana pur di amarlo.
La tragedia del padre Vodnik per la perdita della figlia è il dramma centrale di Rusalka per Dvořák, non meno del lamento di lei per l’inganno subito e la sorte maligna che la condanna a farsi fuoco fatuo, cosìccome il suo amore disperato.
In tutto questo tourbillon di magiche parvenze rivelatesi trappole a breve, la regia del boemo Ludek Golat intepreta ondivagando le peripezie con afflati impressionistici e liberamente leggeri, sebbene la natura crudele dell’opera veleggi altrove. Altra scoperta è lo sceonografo Jaroslav Malina che traduce con stilemi cromatici l’intenso furoreggiare della favola anche attraverso silhouettes di orgine dichiaratemente klimtiana, ad ammaliare il pubblico con sfrondature dalle foreste del senso.
Alle voci di Rusalka si alternano Anda-Louise Bogza e Eva Dřízgová-Jirusova, e Kostyantyn Andreyev e Gian Luca Zampieri come Principe; la strega Ježibaba è Francesca Franci, lo Spirito dell’acqua Andreas Macco, la Principessa straniera invece Patrizia Orciani. Günter Neuhold alla direzione dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma.
Livia Bidoli
Le foto sono di Corrado Maria Falsini |