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Con “Minnazza. Lettura a pagine di Sicilia” torna il Teatro di Pietra a Napoli Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa
Autore: Fulvio Tudisco   
domenica 12 luglio 2009 10:31

Nell’Area del Teatro della Villa Imperiale Pausilypon a Napoli ha preso il via venerdì 10 luglio la quinta edizione della rassegna n Campania” “Teatri di pietra icon la prima assoluta del nuovo spettacolo di Leo Gullotta dal titolo “Minnazza. Letture e pagine di Sicilia”.
Minnazza, dal dialetto siciliano “grande seno”, altro non è che una statuetta votiva, grande pochi centimetri e vecchia più di 26.000 anni, che rappresenta la fertilità. Ma anche la terra, la grande madre da cui tutto prende vita.
Proprio partendo da questa allegoria Leo Gullotta propone un viaggio nella tradizione artistica della sua terra attraverso la lettura di testi, antichi e moderni, accompagnato dalle musiche di Germano Mazzocchetti eseguite dai tre maestri fisarmonicisti Fabio Ceccarelli, Denis Negroponto e Romano Quartucci.
Uno spettacolo che vuole essere un incontro come si potrebbe fare in una qualsiasi terrazza di una casa meridionale in una sera di mezza estate. Nessuna pretesa di ricostruire cronologicamente la storia della Sicilia e dei suoi abitanti.
Soltanto un semplice confronto, una chiacchierata tra amici, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Sul palco Gullotta ci parla della sua terra citando miti, leggende e pagine di romanzi siciliani, così come si potrebbe fare in una normale discussione, facendosi prendere dalle associazioni di idee e dalla voglia di condividere le proprie visioni sul mondo e sulle proprie radici. Piccoli episodi dell’infanzia catanese dell’attore, come il venditore di meloni o le giornate dai Salesiani, si alternano, senza un apparente nesso di continuità, con le opere di grandi autori siciliani. Ed è proprio uno dei più grandi poeti siciliani, purtroppo poco conosciuto al grande pubblico, Ignazio Buttitta, ad aprire la serata con possenti versi in dialetto che esprimono il rifiuto dello schematismo classico della poesia. Comportandosi come un padrone di casa che intrattiene i suoi ospiti, Gullotta ci parla dell’arroganza del potere raccontando miti e leggende come la storia di Colapesce o quella dei terribili mostri divoratori di uomini Scilla e Cariddi.
Come spesso accade nel quotidiano, in ogni discussione riguardante la Sicilia non si può evitare di parlare del suo problema più grande: la mafia con le sue collusioni politiche. Scorrono così sullo schermo allestito al centro del palco, le immagini e le parole dei giudici Falcone e Borsellino, simboli sempre citati quando si parla della lotta alla criminalità.
Ma discutere della mafia senza considerare le sue connessioni storiche e culturali è impossibile, come è impossibile poter definire a pieno l’animo del popolo di Sicilia, così complesso e multiforme, solare e terribile al contempo come il mare che circonda l’isola.
Ancora una volta Leo Gullotta e Fabio Grossi, regista e autore dei testi, decidono di farlo partendo da pagine di libri. Particolarmente incisiva è la lettura del dialogo tra il principe Salina e un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, che offre a Don Fabrizio la nomina a senatore del nascente regno d’Italia. In queste memorabili pagine del Gattopardo emerge un particolare animo siciliano, stanco e afflitto, un animo sintetizzabile nella lapidaria sentenza dello stesso principe: “I siciliani non vorranno mai migliorare perché si considerano già perfetti”.
Altrettanto coinvolgente è poi “La fantastica intervista con il Presidente della Regione Sicilia” scritta dal giornalista Giuseppe Fava, vittima della lupara bianca nel 1984. Un testo dal grande valore simbolico che denuncia il malcostume della corruzione tanto radicato in larghi stati della popolazione siciliana.
La conclusione dello spettacolo è ancora una volta affidata alle parole di Ignazio Buttitta che ricorda il passato recente del popolo siciliano costretto a emigrare per sfuggire alla miseria ma trovando invece spesso la morte. La travolgente poesia “Lu Trenu Di Lu Suli” ci parla, infatti, di una tragedia dell’emigrazione: Marcinelle. Ovvero di quando noi italiani eravamo gli emigranti respinti ed umiliati.
Fulvio Tudisco
 

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