| Al teatro Ghione di Roma, arriva Anna Mazzamauro con una rielaborazione dei Diario di un pazzo di Nikolaj Gogol |
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| Oltrecultura: Recensioni Prosa | |
| Autore: Rita Dietrich | |
| venerdì 12 marzo 2010 23:09 | |
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È tutto rigorosamente bianco. Un surreale palcoscenico ricoperto di candidi veli e il costume dell’attore, un camicione largo e lungo fino ai piedi corredato da un turbante, anch’esso latteo. Nessun colore, nessun oggetto o arredamento per spezzare la monotonia di un ambiente asettico. Unica compagna una sedia a rotelle, ovviamente bianca che da simbolo di una invalidità più mentale che fisica, si può trasformare anche in un regale trono.
Così appare il proscenio dell’ultima opera teatrale di Anna Mazzamauro, e al centro lei, unica attrice di una maratona che viaggia fra la follia di una vita insulsa e i sogni di riscatto e di successo.
Ispirandosi al racconto di Nicolaj Gogol “Diario di un pazzo”, del 1835 e incentrato sulla figura di Aksentij Ivanovic Popriscin, la Mazzamauro riscrive le vicissitudini e i pensieri del protagonista, che cessa di essere un povero impiegato di San Pietroburgo ai tempi della Russia zarista, per trasformarsi in un moderno attore fallito, innamorato della poesia e del teatro di Shakespeare. Un viaggio nella schizofrenia del ‘non eroe’, che sublima le sue frustrazioni nella fantasia e nella recitazione, fra comicità, ironia e angoscia. Sogno e realtà fra la follia di una vita priva di significato e la saggezza dell’evasione.
E così l’inetto impiegato il cui compito era relegato nel solo temperare le matite del capoufficio, si trasforma nell’attore fallito, tradito dai suoi stessi sogni di gloria. Ma con il protagonista dell’opera di Gogol ha in comune la stessa sofferenza per la sua condizione sociale che lo priva di ogni dignitoso rapporto umano. Come Popriscin, anche lui viene schernito dai suoi colleghi attori, che lo relegano in una dimensione emarginata ed isolata, dove realtà e sogno si confondono continuamente. Unico conforto è l’insinuante desiderio di vendetta nei confronti di un mondo incapace di comprendere la sua genialità, che sfoggia in monologhi solitari senza spettatori ed in prodezze da mattatore talentuoso ma incompreso. Per dimostrare la sua misconosciuta capacità artistica, alterna versi del famoso poeta inglese a sprazzi di lucidità durante i quali si lamenta della sua misera condizione.
La povertà infatti lo riporta alla realtà del suo ruolo di comparsa muta nella compagnia teatrale, e per rivalsa il protagonista trasforma l’impresario nel crudele e spietato Mercante di Venezia, che pretende una libbra di pelle in cambio di un prestito non onorato. Ma questa è la fantasia, perché in effetti il suo coraggio si dissolve alla presenza dell’impresario stesso, rappresentato da un manichino dalle proporzioni gigantesche di fronte al quale diviene ossequioso e balbuziente.
Neanche nell’amore riesce a trovare un riscatto. Quell’amore nobile e cortese nei confronti della bellissima figlia dell’impresario, la quale ovviamente non si accorge nemmeno della sua presenza.
Il suo tormento, allora, si sfoga nei versi di Amleto e la sua gelosia trova dignità nei monologhi di Otello. Ma tutto ciò non basta e proprio come l’eroe moro, decide di uccidere la donna, che intanto osa rivolgere le sue attenzioni verso l’attore principale della compagnia del padre. I suoi sogni di gloria disillusi lo portano quindi maturare l’idea di un gesto efferato di vendetta nei confronti della ragazza. Se poi lo compie veramente o è soltanto un’altra rivalsa della sua fantasia non è dato sapere con certezza, perché ormai per il personaggio interpretato dalla Mazzamauro non esiste più distinzione fra i luoghi fisici e i suoi stati mentali,. L’ambiente del teatro si trasforma in un manicomio, mentre sublima il dolore del padre alla morte della figlia con i versi di re Lear.
L’ultima possibilità di rivincita sta nell’immedesimarsi nella vendetta di Riccardo III, che con inganno e violenza riesce ad usurpare il trono d’Inghilterra al fratello. Ma quando si aspetta di essere trasportato dai suoi sudditi sulla sua lussuosa carrozza verso il suo magnifico castello, si ritrova su di una sedia a rotelle al centro di una stanza vuota. Allora trova il coraggio di ribellarsi a quello che lui crede un inganno, ma i guardiani, che indegni non gli riconoscono la regalità, lo percuotono lasciandolo poi da solo seduto sul suo finto trono.
Diario di un pazzo (che amava Shakespeare) è un omaggio della Mazzamauro a Gogol in occasione del bicentenario della sua nascita. Un’opera teatrale che la stessa autrice definisce come ‘un boato nella testa’ suggerito dalla scoperta del titolo che lo stesso Gogol aveva inizialmente destinato al suo racconto: ‘il diario di un musicista pazzo’.
Ma anche se l’arrangiamento potrebbe sembrare uno scherzo, come dice l’autrice : “ il gioco non è una burla, è innocente congegno che soltanto la semplicità riesce a segnalare e a far scattare. Allora, ci siamo detti, se nella storia sostituiamo con molta semplicità al piccolo impiegato, un piccolo attore, scambiando il mondo impiegatizio con il mondo del teatro, potremo osservare le stesse ambizioni, le stesse frustrazioni, la stessa esaltante condizione di chi “aspetta”e generosamente si regala l’attesa del proprio avvenire”.
Ad intervallare i versi di Shakespeare e i vaneggiamenti di questo rappresentante della mediocrità umana sono le magnifiche note delle più belle sonate di Astor Piazzolla, da Chiquilin de Bachin a Ressurreccion del angel, da Oblivion a Ballada para un loco, sui quali la Mazzamaura si cimenta anche in balli e canti. L’adattamento musicale, realizzato dal vivo, è diretto da Riccardo Taddei, che con la sua fisarmonica viene accompagnato da Claudio Merico al violino.
La candida ed essenziale coreografia è diretta da Ermanna Mandelli con scene di Fabiana Di Marco, mentre a trasformare in un personaggio privo di sesso, la sensuale impiegata signora Silvani che con i suoi fulgidi capelli rossi domina i sogni erotici del ragionier ‘Fantocci’, è la costumista Graziella Pera.
La performance teatrale della Mazzamaura sarà in scena al teatro Ghione di Roma fino al 21 marzo, dopo il suo esordio a Padova al teatro Congressi Pietro D’Abano e a Salerno al teatro Vittoria.
Rita Dietrich
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