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Edizione del |
Oltrecultura |
Via Timavo n. 12 |
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| 17.02.2008 |
Periodico di Informazione, Spettacolo e Cultura |
00195 - Roma |
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| n. 45bis | +39 06.3722997 - +39 347.8357222 |
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Dir. Resp.: D.Ascoli |
Aggiornamento 21/02/2008 |
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Grazie alla coproduzione del Teatro Valli di Reggio Emilia e della
Fondazione Petruzzelli di Bari, è andata in scena in (quasi) prima esecuzione moderna al
Teatro Mercadante di Napoli, l'opera buffa "Alidoro", composta da
Leonardo
Leo (1694-1744) su libretto di Gennarantonio Federico. La Fondazione barese guidata da Giandomenico Vaccari riproporrà
l'allestimento,ancora per la regia di Arturo Cirillo e la direzione musicale di
Antonio Florio con l'Orchestra della Pietà de' Turchini,
anche per la stagione della
riapertura dello storico Teatro Petruzzelli. Quasi prima esecuzione perchè Reggio Emilia ha serbato a sé gli onori
della ripresa moderna il 10 e 12 febbraio, mentre Napoli, probabilmente, si
riserverà il merito di un ennesimo nuovo oblio. Chiunque abbia avuto contatti professionali e soprattutto da spettatore, con la
grande scuola napoletana del XVIII secolo non può che annotare tra le giornate
più fauste quelle della riproposizioni di opere di quel tempo, siano esse
capolavori assoluti o meri esempi di alto artigianato musicale e teatrale. Il pugliese Leonardo Leo fu grande compositore e
celebrato
didatta della prima metà del settecento a Napoli; contrapposto per gusto di querelles a Francesco Durante, fu più di questi attento e accondiscendente ai
gusti della borghesia nascente di un paese che, attraversando non senza
europeizzarsi il viceregno austriaco, si affacciava ai fasti borbonici di un
illuminato, ma in procinto di ascendere a nuovi troni Carlo III. Preceduta da tre giorni in cui si è svolto il
convegno "Il Teatro allo
specchio; Il Metateatro tra Melodramma e prosa"; presso la Chiesa
di Santa Caterina da Siena, storica sede del Centro di Musica
antica della Pietà de' Turchini, la "Commedeja pe' mmuseca" è andata in
scena alla presenza di un pubblico di appassionati e di nuovi estimatori del
genere. Da lustri Antonio Florio propone gemme
inedite del '600 e del '700 napoletano con incessante continuità e periodicamente
col suo valentissimo ensemble si cimenta nel teatro in musica
con esiti di grande pregio. |
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Una scommessa non facile, al
Teatro dei Marsi di Avezzano (Aq): portare in scena il binomio
“cultura-argomento sociale” e constatare poi, a fine serata, sui volti e nelle
parole del pubblico, non tanto l’assenso per un’idea di spettacolo multimediale,
quanto le riflessioni risvegliate da un testo, dalle immagini e dalla musica.
Gli applausi in sala e le voci raccolte nel foyer hanno rivelato una generale
emozione profonda e solo poche perplessità.
“Il coraggio della solitudine”
è una
Cronaca sinfonica in 17 scene per voci recitanti e orchestra, con
l’intervento, in una sorta di “prefazione-video”, di Maria Falcone e Rita
Borsellino: una narrazione dei fatti che “grazie alla musica, si fa storia e
ascende al livello emozionale” – si dice sul palcoscenico, durante la breve
presentazione del lavoro -. I testi sono sintatticamente semplici, di
impatto immediato, giornalistico - come è, infatti, una cronaca chiara e
fruibile) - pur nella febbrile (ri)costruzione poetica. Le voci recitanti si
alternano, in un colloquio molto ben dosato: più lieve e talvolta materna,
quella della giovane Eugenia Scotti; più tuonante e inquisitoria quella di
Bartolomeo Giusti. Si rincorrono i due, e scandiscono il tempo, che scorre
implacabile per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dal momento in cui
dichiarano guerra alla mafia a quando, uno a breve distanza dall’altro, saltano
in aria con le rispettive scorte. La musica, splendida, attraversa, come
colonna sonora, ogni fotogramma di questo duro film siciliano: a volte, complici
anche le immagini in bianco e nero prima e dai colori un po’ sbiaditi poi, ci
sembra davvero di essere sulle strade assolate dell’isola (perché,
nell’immaginario collettivo, Sicilia è sinonimo di solleone) e di sentirne gli
odori acri e dolci allo stesso tempo. Gli archi emanano tensione emotiva, che
arriva dapprima con cadenza lenta e poi col respiro sempre più corto, e
sembrano muoversi sulla scia del ricordo. Davvero bello e intenso, il “dialogo”
tra il primo violino e la fisarmonica, nel momento in cui il racconto tocca
“l’esilio all’Asinara”. Ottimi i fiati e le percussioni, che entrano in gioco
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Hello
Mrs
Robinson, brindiamo a te
Judith! Dispensa il tuo insoddisfatto sguardo
all’America che sta cambiando asfalto e che rende sempre più tintinnante il
suono dei tuoi alti tacchi! Concupisce il cuore e l’attenzione l’irragiungibile
Giuliana De Sio, la quale mostra, ancora una volta, ancora marcatamente, la sua
maestrìa e il suo appeal sulla scena de ‘Il laureato’ di Terry Johnson, nella
versione teatrale italiana di Antonia Brancati e Francesco Bellomo, in scena al
Teatro Bellini di Napoli dal 12 al 17 febbraio.
Sulla scia
dell’enorme fortuna che ebbe il romanzo di Charles Webb, consacrato, poi, da
Mike Nichols nell’omonimo film, si distacca e diventa pura bellezza
l’interpretazione della De Sio, la quale irrompe incessantemente con le sue
perfette e disperatamente amare risate. ‘Il laureato’ di
Webb racconta la nuova America, quella che si avvicenda al ’68, metastasi ed
icona dell’urlo di un’intera generazione che, spiazzata, invoca una necessaria
rivoluzione dei costumi, degli usi, attraverso un percorso di destrutturazione
che investa ogni campo. Mentre gli
hippy grondavano fiori, i vietcong divenivano bersaglio umano dall’altra America,
quella dei potenti, quella costituita dalla gente presente nella stanza dei
bottoni, quella che mandava al massacro moltissime delle sue giovani vite, per
evitare che il "disastro comunista" si compisse…
(Melania Costantino) |
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L'integrale delle
Sinfonie di Johannes Brahms, nell'esecuzione dell'Orchestra
dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Antonio
Pappano ha rappresentato un evento di indiscussa attrattiva per gli
appassionati e per la critica, non solo italiani. L'orchestra della prestigiosa
istituzione romana è senza dubbio la migliore compagine nel repertorio sinfonico
e il suo direttore musicale, campano di origine, si va ormai affermando come
"bacchetta" di assoluto prestigio internazionale. (...)
Antonio Pappano meglio di qualsiasi esegeta ha mostrato di aver colto ed
interpretato l'evoluzione del sinfonismo brahmsiano, inquadrandolo nell'energico
romanticismo che gli compete e liberandolo dalle nostalgie beethoveniane
(finalmente) e da tentazioni decadenti e femminee: un'edizione di assoluto
riferimento, che non fa il verso a nessuna pur illustre precedente (...).
Pappano
ha la lodevole virtù del coraggio delle idee: Was ist? Ich bin!,
per autocitarci; una determinazione che non è arrogante o saccente, ma tributo
di dignità all'arte direttoriale. |
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Seduti in platea di fronte al
palcoscenico vuoto non è necessario esser abili osservatori per notare una scena
allestita con una sequenza di appendiabiti allineati alla parete, e non è
altrettanto insolito domandarsi il perché. È come se con essi Horacio de
Figueiredo abbia voluto fornire i primi elementi simbolici quasi a
presagire le sorti del protagonista della piéce Un anno con 13 lune,
tratto da uno spettacolo di Reiner Werner Fassbinder e riadattato sotto
la regia di Annalisa Bianco e Virginio Liberti.
Quegli appendiabiti appaiono come un evidente riferimento ad una vita sospesa,
una vita a mezz’aria fra ciò che si è, ciò che si era e si potrebbe essere, una
vita trascorsa nel logorante limbo dell’indecisione. La stessa indecisione
troviamo negli abiti indossati dal protagonista Elvira, egregiamente
interpretato da Michele di Mauro, che per primo appare sulla scena
coinvolgendo letteralmente la platea in una lite col suo compagno Cristoph, il
quale, con la tipica violenza dell’uomo fallito e frustrato, la costringe a
guardarsi allo specchio. Elvira fa di più, va oltre l’immagine riflessa
del suo viso, e in questo l’attore protagonista rende perfettamente il senso del
“guardarsi dentro”, lei piega il capo sullo sterno quasi a voler scrutare
l’interno del suo corpo per cercare la sua identità, iniziando in tal modo il
percorso psicologico per risalire all’origine del suo dramma.
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L’eleganza dei suoni, la
precisione e l’intensità dell’esecuzione hanno caratterizzato il concerto che il
Quartetto Szymanowski ha offerto al pubblico della Sala
Cinese del Palazzo Reale di Portici, venerdì 8 febbraio, per il quarto
appuntamento del cartellone invernale di MozArtBox 2008.
Protagonisti della serata quattro musicisti polacchi al loro debutto napoletano:
Andrej
Bielow e Grzegorz Kotow
(violini), Vladimir Mykitka (viola) e Marcin Sienawski
(violoncello). MozArtBox,
appuntamento ormai consolidato e ben riconoscibile nel panorama culturale
campano, celebra in questa edizione invernale il Quartetto d’archi. Forma
cameristica per eccellenza, amata dal grande pubblico e ritenuta dai compositori
di ogni epoca un banco di prova importante per entrare a far parte dei grandi,
musica che MozArtBox ha omaggiato con una serie di concerti in cui
sono protagoniste diverse scuole d’archi del panorama musicale odierno (inglese,
israeliana, mitteleuropea, italiana, spagnola).
La scelta del direttore
artistico della manifestazione, Stefano Valanzuolo, è stata quella
di mettere a confronto i Quartetti prendendo in considerazione ensemble giovani
ed in carriera. Il programma dello Szymanowski si è aperto con il
Quartetto in Sol Maggiore op. 77 n. 2 di Franz Joseph Haydn, padre
di questo tipo di musica cameristica. Sofisticata e perfetta la loro esecuzione
del brano che ha mostrato al pubblico in sala la totale padronanza della musica,
sia dal punto di vista interpretativo che tecnico. Estasiante e coinvolgente,
poi, il Notturno e Tarantella op. 28 di Karol Szymanowski nella
trascrizione del compositore ucraino Miroslav Skoryk
dall’originale per violino e pianoforte. L’esecuzione, probabilmente cavallo di
battaglia del Quartetto polacco per quanto precisa ed intensa fosse, ha ripreso
magistralmente gli elementi tradizionali... |
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Lo spettacolo “Un cuore semplice” in scena al Ridotto del Teatro Mercadante di Napoli dal 7 al 17 febbraio, è pervaso dall’incombenza del tempo: scandito, ritmato, ossessionante, reso inerte. Il gioco sapiente delle luci curate da Alessandro Carletti disvela un tempo interiore, il tempo dei ricordi e delle emozioni di Félicité, la protagonista. Una lunga narrazione delle memorie della sua vita scandita dalla immutabile quotidianità e perturbata da incursioni di eventi memorabili, felici e dolorosi. (...) La sottile regia di Luca De Bei, che ha anche curato la stesura del testo tratto dall’omonimo racconto di Flaubert, anticipa-sottolinea-evidenzia attraverso i suoni (musiche di Marco Schiavoni) e i gesti dell’attrice la delicata tela sulla quale si sviluppano i ricordi di Félicité. Tutto l’universo di Félicité è racchiuso in una stanza dove il regista, affidando un senso pesante ad ogni oggetto (le scene sono di Francesco Ghisu), assegna ad ogni spazio il potere di rievocare altri luoghi e altre presenze. Una sedia centrale essenza della protagonista, quasi un alter ego , che lega il passato con il presente: un tempo vi si addormentava esausta dopo una giornata di lavoro, nel presente vi giace inerte poiché la vecchiaia non le consente più di muoversi, può solo viaggiare con la memoria. (Tonia Barone) |
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Flavio Bucci, dal 5 febbraio in scena al Teatro Bellini di Napoli, veste
i panni del protagonista Ciampa nell’allestimento del
“Berretto a sonagli” di Luigi Pirandello, diretto da
Nucci Ladogana. Una storia di convenzioni sociali, adulterio, follia
e peccato. La commedia, che riprende le tematiche delle due novelle La verità
e Certi obblighi, venne scritta nell'agosto 1916 in siciliano per
Angelo Musco con il titolo “A birritta cu' i ciancianeddi” e fu
messa in scena per la prima volta a Roma, al Teatro Nazionale, il 27 giugno
1917. I
lavori per la prima rappresentazione furono caratterizzati da continui conflitti tra Musco e Pirandello. I conflitti erano
dovuti alle diverse aspettative: la commedia doveva, secondo Pirandello,
concentrarsi sui paradossi dell'esistenza,mentre Musco voleva sottolinearne
l'aspetto comico. Musco riuscì a portare in scena una versione
accorciata che corrisponderebbe alla versione italiana preparata alcuni anni più
tardi da Pirandello e da cui Eduardo
De Filippo nel 1936 trasse un adattamento in dialetto napoletano. La
versione abbreviata mette in questione la centralità di quello che è il
personaggio principale della commedia in dialetto, cioè Beatrice e
tende invece ad essere messo in primo piano Ciampa, cioè il suo
antagonista.
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Dir. Resp.: D.Ascoli |
Aggiornamento 21/02/2008 |
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