IL TURCO IN ITALIA
Gioachino Rossini (1792-1868)
(prima esecuzione Milano , 14 agosto 1814)
di Dario Ascoli
Che tra Mozart e Rossini vi siano molte affinità d’ispirazione letteraria è noto, che il Maestro marchigiano abbia scelto il salisburghese come inarrivabile modello è anche risaputo e rilevabile persino dai “Bignami” di storia della musica, ma quali e quante siano le relazioni che intercorrano tra “Il turco in Italia” e un ‘opera italiana come “Così fan tutte “ e un signgspiel quale “Die Entführung aus dem Serail” (il ratto dal serraglio) è decisamente meno di dominio pubblico.
La prima viennese de “Il turco in Italia” di Caterino Mazzolà è datata 1789, ben antecedente il debutto dell’ opera “napoletana” di Da Ponte e Mozart; è sostenibile con buona dose di verosimiglianza che Felice Romani per Rossini, così come Da Ponte, abbiano avuto l’opportunità di ispirarsi al Mazzolà.
Tuttavia come non considerare che tanto Rossini quanto il Romani percepissero l'eco del capolavoro mozartiano?
Queste osservazioni sono andatesi formando solo
a partire dalla seconda metà del XIX secolo; per i contemporanei di
Rossini la questione principale era piuttosto l’originalità de “Il
turco” ovvero quanto vi fosse in esso di preso a prestito da “L’italiana
in Algeri” rappresentata appena un anno prima.
Critici, uomini di teatro, impresari e, in minore misura, il pubblico si sforzarono di cogliere tratti comuni tra le due opere rossiniane; col privilegio del distacco temporale possiamo avanzare un’ipotesi: Rossini aveva in mente già da tempo la realizzazione di un’opera che riunisse alla turquerie del Ratto dal serraglio, la malizia dello scambio degli amanti, ma solo dopo il trionfale successo riscosso da L’italiana in Algeri nel 1813 al Teatro di San Benedetto di Venezia, il musicista si sentì pronto per affrontare il rischio di un confronto con il suo Maestro ideale d’oltre Tirolo.
Il risultato fu quello di essere accusato da qualche critico superficiale di aver plagiato non il salisburghese, ma se stesso !
In comune con il Così fan tutte, il Turco in Italia presenta l’ambientazione a Napoli, ma rispetto a L’ Italiana in Algeri, la direzione del viaggio e la situazione sono ribaltati.
Che Rossini fosse baciato dalla fortuna, che gli consentì di far conoscere rapidamente il proprio straordinario e precoce talento, è noto; a soli 18 anni era già un affermato e conteso compositore alla moda in tutta Italia e non solo. Alla luce di quanto detto appare ancora più misteriosa l’accoglienza a dir poco fredda riservata dal pubblico scaligero a Il Turco in Italia il 14 agosto 1814.
Vero è che, pressato da impresari e cantanti, il giovane Gioachino spesso riutilizzava materiale musicale di altre sue opere precedenti, ma nel caso in questione del Turco, l’accusa di avere riproposto un’ Italiana in Algeri riadattata non trova alcun riscontro; ci viene da supporre che l’ostilità preconcetta fosse da ricercare altrove.
La buona società meneghina
benpensante non vedeva di buon occhio la relazione, a dire il vero un po’ troppo
esibita, del giovane musicista con la vedova trentenne, Amalia Canziani
Belgiojoso, madre di tre figli; si aggiunga che il pubblico lombardo
avrebbe voluto un’opera “più milanese”, per conferire, senza previo consenso, la
cittadinanza musicale onoraria all’autore, il quale, dopo aver conquistato
Venezia, mirava, invece, ad espugnare quella che ancora allora era la capitale
europea della musica: Napoli.
Il Turco , su libretto di Felice Romani da un precedente di Caterino Mazzolà, ad onta delle aspettative lombarde, si avvale di un’ambientazione napoletana, che strizza l’occhio al Così Fan tutte mozartiano; si tratta di un’opera che affascina per l’originalità delle soluzioni teatrali, ancora oggi apprezzabili, a cominciare dalla presenza di Prosdocimo, poeta-librettista che a Napoli cerca ispirazione e spunti per un’opera buffa e partecipa allo sviluppo della vicenda in una sorta di teatro nel teatro fin quasi a dare allo spettatore la sensazione di assistere all’atto creativo stesso della commedia che si dipana davanti ai suoi occhi.
Con un’ arditezza potremmo parlare di Un autore in cerca di sei personaggi, volendo intravedere un’anticipazione pirandelliana.
Nell’opera del 1813 una nave italiana approda, a causa di un naufragio, sulle coste dell’ Algeria, nel “Turco” del 1814, un veliero ottomano attracca sulle coste italiane e la donna turca era già fuggita dalla sua terra nell’antefatto dell’opera.
Quando anche vi fossero elementi coincidenti tra le due commedie rossiniane, ne Il turco in Italia vi è una prospettiva assai diversa di lettura introdotta dalla presenza di un artificio di teatro nel teatro.
Ci troviamo di fronte ad una struttura narrativa circolare in cui la fine della trama risulta essere l’antefatto della stessa.
Prosdocimo, il poeta, è un librettista che partecipa alla vicenda dell’opera nel mentre è intento a ricavare ispirazioni e spunti per approntare il libretto di un dramma buffo che alla fine risulterà essere la stessa opera di cui è personaggio.
Mentre il Don Alfonso mozartiano rimane estraneo, in rispetto degli obblighi assunti nell’ingaggiare la scommessa, Prosdocimo è testimone partecipe dell ‘intera vicenda.
Per due terzi della trama il poeta è un puro diarista o quasi, ma nell’ultimo frangente egli ricava per se un ruolo da deus ex machina per il gran finale con scambi coppie, tradimenti svelati, riconciliazioni e lieti fine.
Così fan tutte è l’esaltazione della convenzione teatrale nell’atto stesso della rappresentazione, l’opera di Romani e Rossini va oltre e celebra l’atto creativo che di quella convenzione costituisce il presupposto: la stesura del libretto.
In Rossini vi è un ricorso più esplicito a situazioni da commedia dell’arte (si veda la scena delle percosse che rimanda persino a situazioni da teatro dei burattini); egli è un intellettuale della Restaurazione a cui stanno a cuore le radici della tradizione piuttosto che lo spirito del secolo dei lumi.
Il turco Selim,
turista non per caso, più interessato alle italiche gonnelle che alle vestigia
storiche del Bel Paese , (”Cara Italia al fin ti miro”),
è un
ruolo costruito su misura per il grande basso-cantante Filippo Galli,
un vero idolo del tempo, noto per la limpidezza della dizione e per la
carismatica presenza scenica; d’altra parte la giovane dama sorrentina
Fiorilla, ci viene da subito presentata non certo come un fiore di virtù
“Non si dà follia maggiore dell’amare un solo oggetto” è il suo
esordio programmatico; ella è già sposa di un attempato e sciocco borghese e
amante di un mellifluo cicisbeo.
E’ stato altresì acutamente osservato come nell’opera di cui trattiamo siano i brani d’insieme a muovere la trama, tant’è che al poeta non sia destinata nemmeno un’aria.
Stefano Arteaga (1747-1799;Le rivoluzioni del teatro musicale italiano) definisce l’aria rossiniana come “epifonema della passione”; nel brano solistico chiuso si rivelano i sentimenti mentre l’azione è destinata ai momenti d’insieme.
Non mancano momenti solistici di gran pregio come le cavatine di Fiorilla, che sanno presentare i tratti virtuosistico-brillanti (la prima) e lo slancio eroico-patetico (la seconda).
Geronio è un buffo il cui canto si avvale di ogni artifizio convenzionale per suscitare il sorriso: la reiterata e forzata sillabazione, l’allitterazione, i ribattuti.
Riteniamo materia per i detective del pentagramma l’accertamento dell’attribuzione della cavatina di Geronio; essa è talmente “alla maniera di Rossini” da aver fatto sorgere il sospetto che essa sia opera di Vincenzo Lavigna (primo maestro di Verdi), intervenuto a colmare un’improvvisa lacuna della partitura insorta per lo smarrimento dell’originale rossiniano della cavatina stessa.
Si tratta di un’ipotesi di Philip Gossett , che ha il pregio di dimostrare come il Rossini ventenne fosse già un modello da imitare per un artigiano della musica, dotato e colto, ma pur sempre modesto lavoratore del setticlavio come il Lavigna.
Musicalmente Rossini tributa più di un omaggio a quel "modo frigio" che è padre della scala napoletana; ricorrono nell’opera non solo le tonalità aventi per tonica il mi (partendo dal quale la moderna scala riproduce diatonicamente la successione dei semitoni frigia) ma anche il frequente ricorso all’accordo minore sulla sottodominante e il relativo rivolto sul VI grado abbassato che rappresenta la seconda napoletana della dominante, e ciò anche quando l'impianto risulta essere un luminoso re maggiore.
Una sinfonia introduttiva un po' inconsuetamente propone ampie uscite solistiche al corno, mentre il militaresco tema principale ricorda ai contemporanei più attempati un' "allarmante marcia" del ventennio buio; ben strano che il mediocre compositore di quello squallido omaggio alla genia italica dei poeti dei santi e dei navigatori abbia attinto alle turquerie rossiniane: l'arroganza, la supponenza e l'intolleranza sono figlie più che legittime dell'ignoranza.
Sprazzi di contrappunto citano la Jupiter e, come acutamente rileva Paolo Isotta, le Ultime sette parole di Cristo in Croce, modificato dal Sol maggiore a Sol minore (terzetto di Don Geronio, Prosdocimo e Narciso).
Più numerosi dei crediti dal classicismo viennese sono i prestiti che Rossini offre al Verdi del Credo del’ Otello e al Puccini di Turandot.
L’incidentalità delle assonanze tra brani dal sapore orientale dei tre Maestri è avvalorata dall’esistenza del comune esempio haydniano nonché dall’uso accademico di temi cromatici per fughe tonali di cui la scuola ha fatto largo impiego.
Assolutamente "alla napoletana" l’ammaliante aria di perdono/seduzione di Fiorilla.
Il duetto di apertura del secondo atto è una gemma di teatralità; si pensi allo scabroso argomento della vendita della moglie e alla varietà di stati d’animo che attraversa i due protagonisti Selim e Geronio fino al Presto conclusivo con l’esilarante effetto dei ribattuti.
L’ultimo atto è l’apoteosi degli equivoci; i brani si susseguono ripresentando la forma rossiniana più semplice, quella che non prevede sviluppo tematico ma riproposizioni a tonalità vicine del materiale motivico.
L’uso retorico della cadenza d’inganno per sottolineare le delusioni Geronio è riguardevole, così come l’accenno di canone che conduce al Finale con tanto di pedale e riesposizione tematica con immancabile crescendo, caratteristico del “tedeschino” di Pesaro.
Se Il Turco in Italia non gode della medesima celebrità di titoli come Il Barbiere di Siviglia o la Cenerentola o la stessa Italiana in Algeri è forse per la compressa semplicità che lo connota, un ossimoro appropriato a descrivere una vicenda convenzionale narrata in maniera assolutamente originale, con quella circolarità sorprendente che ne rappresenta la cifra di pregio e per taluni,parafrasando un celebre sottotitolo, l’inutile complicazione.
La Trama
Ingiustamente accusata d’infedeltà, Zaida è evasa dal serraglio del “fidanzato” Selim ed è giunta a Napoli dove è ospite di un campo di nomadi, qui giunge Prosdocimo, un poeta in cerca d’ispirazione per un’opera buffa.
Di lì a poco sopraggiunge Don Geronio, anziano signorotto, vittima dei capricci della giovane moglie Fiorilla che, non a torto, egli sospetta infedele.
Il poeta informa Zaida dell’imminente arrivo a Napoli di un turco che potrebbe aiutarla a ritrovare l’amato, ignaro che egli è proprio Selim.
Il pascià s’imbatte, appena sbarcato, in Fiorilla e ne resta affascinato; Selim la corteggia, ricambiato, suscitando la gelosia di Geronio e di Narciso, un cavaliere servente.
Poco prima di ripartire per la Turchia, Selim incontra Zaida, antica promessa sposa e la gelosia delle due donne si accende così come quella di Geronio e Narciso.
Selim propone a Geronio di vendergli la moglie secondo le usanze orientali, ma riesce a provocarne solo l’ira.
Prosdocimo, che continua a prendere appunti per la stesura della propria opera, suggerisce a Geronio di mascherarsi da turco per ingannare Fiorilla e a Zaida di mascherarsi da Fiorilla per conquistare Selim; Narciso, sua sponte indossa abiti da ottomano per conquistare Fiorilla.
Durante una festa di ballo Selim si allontana affettuosamente con Zaida, ritenendola Fiorilla, mentre la vera sposa di Geronio si apparta con Narciso, credendolo Selim.
Geronio si convince dell’infedeltà della consorte e la ripudia Anche perchè il poeta gli rivela che ella ha una relazione con Narciso.
Fiorilla è così abbandonata da tutti, perchè Selim fa ritorno in patria con Zaida; l’infedele sposa si pente del suo comportamento e muove a commozione Geronio che la riaccoglie.
E’ questo il finale che Prosdocimo cercava per il suo libretto, lo annota e annuncia che la stesura è terminata: l’opera può andare in scena.