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TurandotMusica di Giacomo Puccini (1858-1924) (incompiuta e completata da F.Alfano) libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, dalla fiaba teatrale omonima di Carlo Gozzi Dramma lirico in tre atti e cinque quadri Prima:
L'opera della crudele principessa di Pechino, dei suoi enigmi e dell'eroico principe Calaf è l'ultima e incompiuta composizione di Giacomo Puccini, grazie ad essa il mito di Turandot è giunto vivido e pregno di suoni e colori fino a noi. Il libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni , dalla tormentata gestazione, si ispira alla omonima favola teatrale settecentesca di Carlo Gozzi , musicata nell'800 da Antonio Bazzini, per qualche anno , maestro di Puccini. Già nel 1802 Friedrich Schiller aveva lavorato su un adattamento in lingua tedesca della Turandot di Gozzi, collaborando, pare, con Goethe ad una messa in scena per il teatro di Weimar . Lungo tutto l'800 si accumulano numerose versioni ad opera di molti autori e, forse, proprio a causa di ciò, il nucleo dell'opera diviene, per contrasto, sempre più didascalico, allo scopo di preservarne la intelligibilità. “Nessuno è
solo sulla strada della creazione” (C.Lèvi-Strauss) così che i materiali
accumulati diventano stimoli di reinvenzione ed elementi di sedimentazione.
Anche Ferruccio Busoni sarà affascinato, nel ‘900, dalla gelida principessa d'oriente, ma egli, guardando più al romanticismo tedesco, si avvarrà del testo di Schiller per la “sua” Turandot . Non è mia intenzione addentrarmi in accademiche considerazioni circa l'attribuzione del capolavoro pucciniano al melodramma tardoromantico piuttosto che al nuovo teatro musicale del XX secolo, tuttavia qualche riga per provare a collocare storico-stilisticamente l'opera, intendo spenderla. In passato mi sono avvalso, per descrivere l'evoluzione del linguaggio del melodramma tra 800 e 900, della metafora immaginifica di un ponte sospeso su due pilastri a T Traviata----Turandot , gettato a scavalcare il romanticismo europeo in una sola campata. Scavalcare, sorvolare, se più vi aggrada il termine, ma con ancoraggi autentici nei due nobilissimi e solidi estremi; il fiume vorticoso del romanticismo scorreva recando verso il mare del nuovo secolo miti ed epopee di identità nazionali, aneliti di libertà, utopie di società ideali, mentre la cultura italiana, si affacciava, aristocratica e distaccata. Nel punto centrale, più vicino al fluire della realtà, la letteratura musicale ci offre Boheme , uno sguardo quasi ravvicinato ad un improbabile mondo, popolato da artisti cui compete l'onere di sopravvivere agli stenti, per cantare, aulicamente, la morte di Mimì , umile fioraia, immolatasi per amore e consumata dall'immancabile tisi. Il decadentismo pucciniano non è quindi il traguardo di un percorso proveniente dal tardo romanticismo, piuttosto un distinguo elitario dalla corrente verista che andava esprimendosi con Mascagni e Leoncavallo in musica e Verga e Capuana in letteratura. I frequenti contatti con l'estremo oriente dell'inizio del XX secolo costituivano una ghiotta occasione culturale per ambientazioni esotiche stereotipate e superficialmente addobbate, che si collocassero ad oceaniche distanze “di sicurezza” dai fermenti sociali e politici che scuotevano l'Europa: i movimenti anarchici, la nascita dei partiti socialisti, le rivendicazioni operaie e contadine organizzate; fenomeni , che trovavano ospitalità nell'opera verista, piccolo borghese ed incline al pietismo ed al paternalismo. Dalhaus , in “ Musica dell'ottocento” si esprime in termini severi nei confronti delle “cineserie musicali”: “ La tendenza al color locale, all'esotico [...] è però anche una via d'uscita da un dilemma [...] mettere in pericolo l'effetto teatrale con uno stile avanzato, oppure, viceversa, sacrificare la modernità dello stile all'effetto teatrale. [...] si cercava scampo da una modernità che [...[presentava problemi estetici, che non ci si sentiva un grado di affrontare.”
Ma, tornando ai contenuti, non può non venire in mente una certa somiglianza tra la vicenda di Calaf e quella di un grande, meno fortunato, e più celebre, enigmista: Edipo . Edipo , risolve gli enigmi, e si incammina verso la tragedia incestuosa, al contrario Calaf , sciolto il mistero di tre quesiti, pretende per sé un ruolo dominante, sarà egli a custodire il mistero del quesito che porrà a Turandot “ ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà […] all'alba vincerò!” A lungo mi sono interrogato sul significato del rilancio di sfida, apparentemente del tutto inutile: perché un principe esule, che ha, grazie all'intelligenza, riconquistato un impero ed una donna, dovrebbe rimettere tutto immediatamente in gioco, avendo in palio le medesime recenti conquiste già nel carniere? Forse vuole sovvertire una condizione che lo vede vittorioso ma pur sempre sotto esame? Forse Ma, ancora, perché un astuto enigmista dovrebbe proporre , in cambio della sua stessa vita, un quesito tanto banale, come il disvelamento del proprio nome? Il nome , come appartenenza alla famiglia, elemento che si tramanda alla discendenza, imposto dal padre, e quindi simbolo di fecondità virile, di potenza generatrice del maschio. Gli enigmi di Turandot assumono valenza di torneo sessuale, il cui palio è l'amplesso, ma in cui la sconfitta è punita con l'evirazione, o la sua immagine sociale: l'irrisione per il fallimento. Svelati i quesiti, Calaf si sente padrone dello strumento del potere, e poco importa che un'ancella innamorata abbia dovuto sacrificare la propria giovane vita perchè il segreto non fosse rivelato. Puccini addirittura progetta una scena di efferato sadismo, di tortura, in cui Liù risulta condannata in partenza dalla sua condizione sociale, il cui riscatto pare indissolubilmente legato all'estremo sacrificio. Una donna che, in procinto di togliersi la vita, scaglia un anatema: “l'amerai anche tu!” , verso colei che è “cinta di gelo”, che vuole accomunarla nell'unica schiavitù che non discrimina tra ceti: l'amore. E' l'unico passaggio riconducibile al romanticismo, troppo breve per essere stilisticamente caratterizzante, ma straordinariamente potente drammaturgicamente, nonché emblematico del cinismo dei due protagonisti. Un suicidio che non può non rimandare a quello della serva del Maestro, a Torre del Lago , accusata di una relazione adulterina con l'artista; Puccini concede a Calaf una rapida rimozione del senso di colpa, e , probabilmente, l'autore stesso, inconsciamente, se ne giova. In molte culture si ritrova una storia cupa, e ammonitrice, di giovani donne che finiscono in disgrazia, ripudiate dai genitori ed emarginate, esiliate, dalla società a causa del rifiuto di convolare a nozze, che sconvolge le regole della continuità dinastica, e compromette la conservazione della sovranità. Dal mito amazzonico di Cashinawa , decapitata dalla madre, che sopravvive nella sola testa, si autotrasforma in luna; a quello greco di Atalanta , ad altri ancora del mondo ebraico, costellato di condanne per coloro le quali rifiutassero di prendere marito e di essere possibili madri del Messia . Atalanta , come Turandot , introduce l'elemento di sfida: sposerà l'uomo capace di sconfiggerla nella corsa; ma un arbitro parziale, Afrodite , interverrà a condannarla alla sconfitta, affascinata da tre mele d'oro, in possesso di un fortunato sfidante. Turandot , viceversa, incarna un residuo di potere matriarcale ormai al capolinea, (è, per altro, anch'esso un elemento presente nelle mitologie di molte culture) e Calaf celebra il trionfo del patriarcato : “All'alba vincerò!” , una lettura ontologica che pure, a mio avviso, merita una qualche attenzione. Edipo
rimuove , Calaf vuole superare ed imporre un ruolo dominante
Ma è un'altra la vittoria che Puccini insegue, quella nei confronti della malattia che lo sta stremando, e che non gli concederà di completare l'opera, la quale sarà ultimata da Franco Alfano , il quale si incaricherà di completare il terzo atto. Claudio Sartori , nella sua biografia pucciniana, azzarda un'ipotesi estrema, ardita: “Puccini non avrebbe potuto acconsentire al proprio puccinismo, a rifare se stesso. Preferì morire, abdicando. L'opera, dunque, non rimase incompiuta per mala sorte: non poté essere finita perché la programmata conclusione trionfale ripugnava alla mente stessa del compositore.” Ma ancora Giampaolo Rugarli , che ha associato una donna di Puccini a ciascuna eroina protagonista dei suoi melodrammi, ci suggerisce che Turandot sia “la divina [...] ignorante, perfida e cattiva Elvira.” Quanto all'epilogo dell'opera, va altresì osservato, che in Gozzi c'è Adelma , schiava della principessa che soffre per il rimorso di aver rivelato l'identità di Calaf di cui pure è innamorata, ma viene perdonata, in Puccini è ribaltato il piano di lettura, totalmente; quella di Gozzi è pur sempre una fiaba, ma il toscano non è in grado di calarsi in un mondo fantastico, Liù si suicida in maniera cruenta e a quel punto il lieto fine non può saltar fuori dal nulla: Puccini si è cacciato in un percorso teatrale quasi senza uscita! Egli non sa o non vuole usare gli schemi drammaturgici del passato, ma non trova il coraggio di rompere del tutto per tuffarsi nella modernità. Nella fiaba persiana, l'anima della schiava della principessa trasmigra in Turandot , così, fiabescamente si risolve il problema di conciliare un suicidio con un banchetto nuziale, al lucchese sembra troppo artificioso e, oltre tutto, concede alla schiava di giganteggiare al confronto di Calaf . La duplicità di Liù, la metempsicosi, inoltre, sconcerta Puccini , che forse nemmeno conosce la versione originale del racconto se non da fonte riferita. Ma, più semplicemente, si può ipotizzare che il Maestro volesse spingere continuamente oltre, più in alto e più avanti, la sua meta compositiva, per fare di essa una ragione di vita, di lotta , di sopravvivenza. Breve trama dell'opera Atto primo . La vicenda si svolge a Pechino, in un tempo imprecisato. Una regina ha instaurato una sinistra consuetudine: sottoporre i pretendenti a degli enigmi e giustiziarli in caso di fallimento. Il mandarino annuncia la “legge di Turandot” : “la principessa sposerà un pretendente di sangue regale, che sarà in grado di risolvere tre enigmi da lei proposti, ma il boia Pu-Tin-Pao decapiterà coloro che falliranno”. Giunge nella grande piazza il principe Calaf che ritrova l’anziano padre, Timur, re spodestato, che è accompagnato dall’ancella Liù . ("Perduta la battaglia, vecchio re senza regno"). Liù è innamorata fin da adolescente di Calaf. Appare Turandot, che , malgrado le richieste del popolo, rifiuta di concedere la grazia ai pretendenti sconfitti; Calaf ne rimane affascinato e decide di sfidare gli enigmi nonostante i tre ministri-maschera Ping, Pang e Pong tentino di dissuaderlo persino sminuendo la bellezza della crudele principessa. Anche Liù disperatamente cerca di far recedere Calaf dal tentativo che tutti ritengono dall’esito scontato e infausto. Soggiogato dal fascino della donna e da quello della sfida, Calaf percuote tre volte il gong al nome di Turandot; Liù, Timur, Ping, Pong e Pang replicano con: ”la morte!”. Atto secondo . Quadro primo I tre ministri Ping, Pang e Pong riflettono sul protocollo nuziale e su quello funebre, curando di essere pronti a ciascuna delle due evenienze. I tre sono stanchi di assistere alle crudeltà della loro principessa, ma devono preparare gli enigmi per la successiva sfida. Quadro secondo . L’anziano imperatore Altoum tenta di dissuadere Calaf ma dà comunque il via al rituale della sfida. Tre volte il giovane eroe afferma la propria decisione: “Figlio del cielo, io chiedo/ d’affrontare la prova” Turandot, solo ora, vuol chiarire le motivazioni della sua ferocia ("In questa reggia, or son mill’anni e mille"); indi sottopone al principe, la cui identità le è ignota, i tre enigmi, le cui soluzioni sono “speranza, sangue, Turandot”. Calaf li risolve e Turandot implora invano il padre Altoum di esonerarla dall'obbligo di sposare Calaf ,il quale inaspettatamente rinuncia alla vittoria e al “premio” in palio e propone a Turandot , a sua volta, un enigma: ella dovrà svelare il suo nome prima che spunti l’alba e se vi riuscirà egli accetterà di morire. Atto terzo . Quadro primo . Turandot ordina che tutti veglino e che si impegnino per svelare l’identità del misterioso sfidante. Calaf stesso non può dormire e sente prossima la vittoria (“Nessun dorma”) e canta : “Il nome mio nessun saprà/ sulla tua bocca lo dirò/ quando la luce splenderà... all’alba vincerò”. Le guardie imperiali hanno fatto prigionieri Timur e Liù; i soldati credono che essi conoscano il nome del principe sfidante. Liù, però, non tradisce Calaf , affronta la principessa ("Tu che di gel sei cinta"), subisce la tortura a cui seguirà il suicidio pur di consentire all’uomo che ama di vincere. Timur e Calaf si commuovono alla vista della ragazza senza vita. (qui termina la stesura di Puccini) Turandot e il principe ignoto sono l’uno di fronte all’altra. Calaf bacia la principessa, la quale, resta folgorata e privata della volontà tante volte manifestata in maniera sanguinaria. L’alba si approssima e ancora sorprendendo Turandot, Calaf le rivela il proprio nome. Quadro secondo Tutto è pronto per il verdetto finale: la corte tutta, e il popolo attendono la principessa, la quale, mostrandosi alla folla accanto a Calaf annuncia di conoscere il nome del coraggioso sfidante:”Amore”. Puccini si era già cimentato con grande successo con le atmosfere esotiche in Madama Butterfly, come si è detto riferendoci all'opera della geisha gli ultimi anni del XIX secolo videro un fenomeno/vezzo culturale che va sotto il nome di detto “orientalismo”, una moda culturale che in larga misura giustificava il processo colonialista. L’orientalismo presupponeva subdolamente o esplicitamente, una subalternità delle culture asiatiche a quelle occidentali; l’oriente ritenuto come la parte femminile del mondo, da conquistare, da concupire. In Turandot non vi è l'elemento dualistico oriente-occidente e la stessa provenienza di Timur e Calaf da un paese mediorientale, per molti versi assai dissimile dall'impero giallo, non rappresenta un elemento determinante nello sviluppo della vicenda, anche se viene ripetutamente sottolineato che Calaf è "straniero". Musicalmente, inoltre, non si palesano i dualismi che attraversano Butterfly; anche sotto quest'aspetto Turandot è un'opera ambientata in un oriente di favola in cui non si riscontrano elementi di contrasto. La celebre romanza di Liù , la quale è di origine non precisata in quanto schiava in Persia, è la pagina in cui gli elementi pentatonici sono maggiormente utilizzati con finalità retorico-espressive, ma, ci sentiamo di affermare, più allo scopo di evocare "il gelo" da cui è cinta la principessa che a connotare culturalmente la giovane donna suicida. La strumentazione è corposa, volta a rappresentare l'immagine sonora del grande Impero giallo e ad accompagnare le espressioni eroiche di Calaf; è un Puccini che si è lasciato definitivamente alle spalle il melodramma ottocentesco consegna ai posteri una forma aperta di composizione, distante dal romanticismo wagneriano e da quello verdiano del cui ultimo pure il Maestro toscano è stato erede. Le vocalità principali sono quella di soprano lirico-spinto di Turandot e di tenore drammatico di Calaf, una connotazione questa, che tuttavia non deve far pensare a timbriche eccessivamente brunite che tradirebbero la giovanile esuberanza del personaggio. Liù è uno schietto ruolo di soprano lirico, cantabile e capace di ritagliare frammenti intimistici nel bel mezzo di ambientazioni di grandi spazi e folle.
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