La Bohème
Musica di Giacomo Puccini (1858-1924)
libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, dal romanzo “Scènes de la vie de Bohème” di Henri Murger
Scene liriche in quattro quadri
Prima rappresentazione :Torino, Teatro Regio, 1º febbraio 1896
La tragica storia di Mimì rappresenta
probabilmente la più autentica ed alta espressione del decadentismo in musica;
il primato è conteso in “famiglia Puccini” da opere quali Tosca, Turandot,
Manon Lescaut, ma ciascuna possiede qualcosa in difetto o in eccesso.
L’eroina romana rivela “scorie” romantico
risorgimentaliste e tracce di verismo in nuce, Manon è carente di momenti
di
reale abbandono, Turandot è al tempo stessa moderna nel linguaggio ma
antichissima nell’utilizzo dell’enigma e sposta, soprattutto, l’episodio tragico
su una deuteragonista.
“Tutta poesie e niente fatto”, questa è una
definizione che Giuseppe Giacosa attribuì a Boheme.
La storia di Mimì era stata pubblicata
dapprima a puntate come feuilleton, romanzo d’appendice da Murger tra il marzo
1845 e l’aprile 1849 su “Le Corsaire Satan” col titolo di “Scenes de
Già Leoncavallo era da qualche mese al
lavoro sul medesimo soggetto quando Puccini, probabilmente il 19 il 20 marzo del
I giornali cittadini si schierarono
dividendosi in due fazioni, ma non vi fu in realtà una lotta per la
primogenitura.
“Del resto cosa importa al Maestro
Leoncavallo di questo? Egli musichi, io musicherò, il pubblico giudicherà. La
precedenza in arte non implica che si debba interpretare il medesimo soggetto
con uguali intendimenti artistici”.
Tuttavia sembrerebbe che le rimostranze di
Leoncavallo avessero un’altra motivazione che non fosse il primato temporale;
infatti lo stesso musicista di Pagliacci, aveva sottoposto, in qualità di
librettista, il soggetto di Boheme a Puccini e questi non lo reputò, nel 1892,
degno di attenzione.
E’ probabile che il Maestro lucchese non
fosse stato ben impressionato dalla qualità poetica del lavoro di Leoncavallo e
ne abbia anche frettolosamente abbandonata la lettura.
A dar forma alla storia creata da
Henri Murger (1822-1861), con forti connotazioni autobiografiche (l’amante del poeta
morì di tisi) furono chiamati due autori che avrebbero segnato tappe importanti
del teatro musicale; Giuseppe Giacosa e Luigi Illica.
Il primo avrebbe ricoperto il ruolo di
rimatore, mentre al secondo sarebbe stato affidato quello di sceneggiatore: un
sodalizio mai pareggiato!
“Gli autori del presente libretto, meglio
che seguire a passo a passo il libro di Murger (anche per ragioni di opportunità
teatrali e soprattutto musicali) hanno voluto ispirarsi alla sua essenza
racchiusa in questa mirabile prefazione”.
Scrivono Illica e
Giacosa riferendosi alla
premessa di Murger al romanzo che riportiamo stralciata:
“La loro esistenza è un’opera di genio (...) quando il bisogno ve li costringe, astinenti come anacoreti – ma se nelle loro mani cade un po’ di fortuna, eccoli cavalcare in groppa alle più fantasiose matterie,amando le più belle donne e le più giovani,bevendo i vini migliori (....).
Breve trama dell’ opera:
Atto primo . L’azione si svolge in una mansarda del quartiere latino di Parigi, intorno al 1830, alla vigilia di Natale. Il pittore Marcello e lo scrittore Rodolfo combattono con il freddo e l’assenza di legna per la stufa. (“Nei cieli bigi”). Non c’è denaro per comprare la legna e Rodolfo decide di sacrificare un prprio racconto bruciandolo nella stufa; meglio che dar fuoco ad una tela di Marcello, perché il colori danno cattivo odore. Sopraggiunge Schaunard, un musicista che divide la mansarda, con un gruzzolo di danaro e bel po’ di cibi, sigari e vino, ma alla vigilia di Natale si deve festeggiare all’aperto, il quartiere latino è in festa.
Giunge Benoît, il padrone di casa, che reclama mesi di pigione arretrati, ma i giovani, prima si mostrano disposti a pagare, poi lo invitano a parlare delle sue “conquiste amorose” e infine, fingendo di scandalizzarsi per la sua condotta immorale, essendo questi sposato, lo cacciano via di casa, adombrando la minaccia di un ricatto.
Schaunard, Colline e Marcello vanno al Quartiere Latino, Rodolfo, che deve terminare un articolo, resta a casa. Ad un tratto bussa ala porta una ragazza, è la dirimpettaia Mimì, la quale è in difficoltà perché le si è spento il lume e non ha come riaccenderlo; entrata, sviene; Rodolfo la soccorre e la rianima con del vino.
Intanto la donna ha smarrito la chiave e i due si mettono alla ricerca, Rodolfo presto la trova, ma la nasconde per prolungare la compagnia di Mimì.
Al buio, la mano del poeta e della dirimpettaia si incontrano (“Che gelida manina”); Rodolfo racconta la propria vta e descrive la propria condizione alla gradita e inattesa ospite e la invita a fare altrettanto (“Mi chiamano Mimì”).
L’ospite gli racconta di essere una ricamatrice e che attende con ansia il disgelo primaverile, quando sbocceranno i fiori veri, perché quelli che lei crea con le sue mani “non hanno odore”.
Sboccia l’amore tra i due giovani (“O soave fanciulla”) e decidono di unirsi alla compagnia degli altri tre che li hanno preceduti nelle vie del quartiere latino, al caffè Momus.
Atto secondo . Le strade sono movimentate e in gran festa; Rodolfo regala a Mimì una cuffietta rosa, che le dona, perché la ragazza è bruna. Colline, con maggior senso pratico acquista una zimarra di occasione.
I bambini festosi salutano il giocattolaio Parpignol col suo carretto di balocchi di ogni tipo.
Giunge al caffè Musetta, già amante di Marcello, accompagnata da un vecchio signorotto danaroso, per ingelosire l’antico amore, la donna danza e canta provocatoriamente; un valzerino sensuale ma amaro (“Quando me n’vo’”). Musetta è una cantante, e ama vedere gli uomini ai propri piedi, così come di fatto fa con il ricco Alcindoro, suo accompagnatore, a cui fa credere di avere male a un piede e che abbia bisogno di nuove calzature.
Mentre il vecchio è lontano, Marcello e Musetta si riavvicinano e, al ritorno, Alcindoro non troverà la sua amante ma solo un conto salato, poiché Musetta ha addebitato al suo “benefattore” anche quello dei quattro bohemienne e di Mimì.
Atto terzo . La barriera del dazio di Enfer, sotto una fine caduta di nevischio, in febbraio.
Marcello ha l’incarico di dipingere un’insegna, mentre Musetta insegna canto e danza per gli avventori della locanda. Giunge Mimì, sempre più debole e malata, che è stata abbandonata da Rodolfo. Rivelato ciò, la ragazza finge di allontanarsi ma si nasconde, mentre Rodolfo esce dalla locanda e parla con l’ amico.
“Mimì è una civetta” dice il poeta, ma presto si pente, in realtà egli presagisce la fine imminente della sua amata e sa anche che egli non potrà offrirle soccorso, egli è pervaso di un sentimento di paiura e di impotenza di fronte al destino.
Mimì riappare e sembra che in quel momento scopra quale sia il suo infausto, ineluttabile destino; i due decidono di tornare al “nido”, rinviando l’addio alla stagione dei fiori.
Contemporaneamente Marcello e Musetta litigano a causa della leggerezza della ragazza.
Atto quarto . La scena è la stessa dell’inizio: la soffitta. Marcelllo e Rodolfo imprecano contro i tormenti d’amore che impediscono loro di dedicarsi all’arte con serenità(“In un coupé... O Mimì, tu più non torni”).
Le donne sono lontane e si dedicano a nuove relazioni. Giungono Schaunard e Collin, i quattro simulano un banchetto e inscenano danze antiche (minuetto, pavanella, fandango, quadriglia).
Improvvisamente l clima forzatamente allegro viene turbato dall’annuncio di Musetta che informa dell’arrivo di Mimì in gravi condizioni.
Mimì ha abbandonato il viscontino a cui si era unita per ripicca ed ha scelto di andare a chiudere i sui giorni accanto al suo grande amore.
Ciascuno, su consiglio di Musetta, si reca a vendere qualche oggetto per ricavare il denaro per prestare le cure alla sventurata ragazza, tutti tranne Rodolfo che resta accanto alla sua amata.
Colline, filosofeggia e saluta la sua “vecchia zimarra” che venderà per acquistare un cordiale e pagare un medico.
Mimì e Rodolfo sono soli come nel primo quadro e ripercorrono la loro storia d’amore “Sono andati? Fingevo di dormire”. La ragazza rivela che allora s’era accorta della chiave nascosta, ma, con dolce malizia non si era sottratta al gioco.
Cominciano a tornare gli amici, i quali si rendono conto che la fine della ragazza è imminente, solo Rodolfo non si rassegna.
Ma il concitato muoversi di tutti, rivela che Mimì è spirata e al suo innamorato non resta che gridarne, straziato il nome.