L'Elisir d'amore

di Gaetano Donizetti (1797-1848)

Prima esecuzione Milano, Teatro della Canobbiana,12 maggio 1832

di Dario Ascoli

 

 

Comporre un’opera buffa, in Italia nei decenni centrali del XIX secolo deve essere stato difficile, persino imbarazzante.

Dopo oltre 150 anni di teatro musicale napoletano, in gran parte di buona fattura, all’indomani del tardivo ‘sdoganamento’ dei capolavori mozartiani sulle scene del Bel Paese (le Alpi talvolta risultano invalicabili per la cultura ancor più che per gli elefanti di Annibale!) e con l’eco persistente dei “crescendo” rossiniani, il melodramma aveva la necessità, pena la scomparsa, di imboccare nuove direttrici, di aprirsi alla contaminazione romantica.

Il solo Verdi volle e seppe percorrere la via maestra del romanticismo eroico, epico (con la sola tarda eccezione del Falstaff).

Bellini si era mostrato più incline a mettere la propria maestria melodica a servizio di ambientazioni e trame crepuscolari, ossianiche.

Gaetano Donizetti comprese quale fosse il ritardo accumulato dall’ Italia in campo musicale (e non solo) e quanto più originale e redditizio potesse risultare porre in musica commedie “alla francese” che facessero coesistere momenti sentimentali e situazioni da opera buffa tardo settecentesca.

Il musicista lombardo era in strettissimo contatto con Napoli fin dal 1822 e ricoprì dal 1828 al 1838 la carica di Direttori dei Teatri del Regno, fino a quando Saverio Mercadante gli fu preferito alla direzione del Reale Conservatorio, episodio che gli provocò una cocente delusione e un disamore per l’ambiente musicale partenopeo.

In ogni caso, in quegli anni un musicista avido di conoscenza come Donizetti avrà avuto occasione di visionare centinaia di partiture di opere e intermezzi buffi di scuola napoletana.

Il genere giocoso sentimentale venne definito “Comèdie larmoyante”, e i primi esempi si devono a Piccinni, non a caso un “napoletano” trapiantato in Francia, ma si trattava di opere più vicine alla forma dell’ intermezzo, per l’ esiguità dell’impianto scenico, la durata ed il numero dei protagonisti.

“Le philtre” di Scribe, musicato da Auber nel 1831, precedette di qualche mese l’Elisir di Donizetti e Felice Romani, ma nonostante la fretta (non si sa se sia stata composta proprio in 2 settimane, ma di certo non trascorse un mese), e benché Romani avesse attinto a piene mani direttamente dal libretto francese, l’opera di Donizetti risultò a tutti, contemporanei transalpini inclusi, di gran lunga superiore all’antesignano parigino, per ispirazione melodica, aderenza tra musica e libretto e vivacità teatrale.

In osservanza al modello progettuale prefissatosi, il maestro bergamasco fece interagire personaggi caratteristici del teatro galante rococò, come la locandiera Adina, con maschere da Commedia dell’ Arte come il medico-farmacista millantatore, che rimanda a Le devin du village di J.J.Rousseau, e al Colas di Bastien und Bastienne di Mozart.

Il delizioso “melodramma giocoso in due atti” su libretto (poesia) di Felice Romani fu composto per un teatro minore, il Teatro della Canobbiana, e andò in scena il 12 maggio 1832; il rapporto del compositore con Milano e con La Scala, non era a quel tempo idilliaco e alcuni insuccessi pregressi scoraggiavano gli impresari dei grandi teatri italiani, la compagnia di canto, inoltre, a detta del musicista, non era quanto di meglio offrisse la piazza, ma si fece di necessità virtù.

La scena di apertura ci offre un coro di contadini festanti su un ritmo puntato molto danzante, l’ingresso di Nemorino è una cavatina in do maggiore in cui l’innamorato, sognante, osserva l’amata Adina intenta a  leggere, pensate un po’, ridendo, la storia di Tristano e Isotta, definendola, riduttivamente, “una cronaca d’amore”.

Poche battute sono sufficienti a tratteggiare l’immagine di superficialità e di pochezza culturale della civettuola contadina affittavola e a introdurre l’elemento magico della vicenda, quel filtro d’amore che legò Tristano e Isotta e che le contadine sognano di possedere per legare a loro il giovane amato o per accalappiare il partito migliore.

Nel corso dell’opera gli interventi di Nemorino sono sempre piuttosto estranei al clima dominante della scena; egli canta dolente, estatico, sognante, nel bel mezzo di una festa danzante; quale migliore strumento teatrale per mostrare, evidenziandolo, l’elemento di novità che si è voluto introdurre nella forma del melodramma giocoso?

Quanta nobiltà d’animo e quanto candore ( e quanto poca autostima!) nella confessione “io son sempre un idiota, io non so che sospirar”, un innamorato che si sminuisce al cospetto di colei che “legge, studia, impara” e a cui “ non v’è cosa (...) ignota”.

I due rivali che si contendono i favori della “colta” e civettuola Adina sono disegnati per suscitare l’ilarità per contrasto: tronfio, borioso, retorico e goffo il “macho” Belcore; impacciato, timido, attanagliato da sindrome di inadeguatezza il contadino Nemorino.

Donizetti cesella il personaggio vocale di Nemorino che rappresenta un’originalità nel contesto di un’opera buffa; lontano dal Paolino del “Matrimonio segreto” di Cimarosa, colto, astuto e che non deve conquistare la sua amata, bensì sottrarla ai disegni del genitore, così come il Lindoro del Barbiere rossiniano, nobile, astuto è saldamente nelle grazie della donzella desiderata.

La linea vocale di Nemorino, pur non particolarmente spinta verso l’alto, si sviluppa prevalentemente nel registro medio-acuto costringendo, quasi, il cantante ad adottare il registro di falsetto per non produrre un canto di forza, stentoreo, stilisticamente inadeguato nonché decisamente sfibrante!

Così la tessitura della linea di canto ci restituisce un Nemorino efebico, quasi femmineo e lo consegna al repertorio dei tenori lirico-leggeri o, come si dice, “di grazia”.

A dispetto della sua fragilità, Nemorino è il vincente, la devota sensibilità (accompagnata da qualche cospicua eredità) avrà la meglio sulla muscolarità di Belcore, che ci fa pensare più ad un palestrato bulletto di periferia che ad un gladiatore da anfiteatro.

 

La Trama

Atto primo . La vicenda è ambientata nei  Paesi Baschi, sul finire del del XVIII secolo: si inizia con una scena bucolica. Adina, una borghese capricciosa e frivola che fitta camere,  è intenta a leggere Tristano e Isotta. Nemorino, contadino sempliciotto ma sincero, ne è innamorato e intona per lei “Quanto è bella, quanto è cara”. Irrompe Belcore, un tronfio sergente che è impegnato a reclutare soldati per il suo reggimento e che corteggia Adina (“Come Paride vezzoso”). Il deus ex machina sarà Dulcamara, un ciarlatano che tra gli altri miracolosi medicamenti  si vanta di possedere un filtro d’amore, che in realtà è vino di Bordeaux, ma che non è difficile propinare allo sprovveduto  Nemorino. L’effetto del prodigioso elisir  si manifesterà dopo un giorno (per consentire al medico millantatore di allontanarsi); ma Belcore vuole anticipare le nozze al giorno stesso: Nemorino si dispera e implora Adina di rinviare la celebrazione al giorno seguente.

Atto secondo . Si preparano le nozze e Adina e Dulcamara cantano scherzosamente (“Io son ricco e tu sei bella”). Adina annuncia che si sposerà solo la sera e in presenza di Nemorino, ma per vendicarsi di lui e per irriderlo. Per comprare altro elisir il contadino è costretto ad arruolarsi . Nel paese però si è già diffusa la voce che Nemorino è diventato ricco perchè ha beneficiato di una cospicua eredità, le ragazze iniziano a mostrarsi vezzose con lui e Adina se ne ingelosisce. Dulcamara le rivela che il giovane ha comprato da lui l’elisir e la ragazza comprende di essere sinceramente amata  (“Quanto amore”). Mentre le ragazze si producono in vezzose moine per Nemorino, questi scorge una lacrima sul volto dell’amata  (“Una furtiva lagrima”) e si convince di essere corrisposto.

Resta il contratto di arruolamento stipulato tra Nemorino e Belcore, ma Adina generosamente lo compra e ridona la libertà al contadino innamorato (“Prendi, per me sei libero”). Non si comprende perchè  improvvisamente Adina neghi di amare  Nemorino e lo conduca alla disperazione, al punto che questi intende riarruolarsi “poiché non sono amato, voglio morir soldato”. Irrompe, a questo punto, il lieto fine:  messi alla prova i sentimenti del giovane, Adina rivela il proprio amore (“Il mio rigor dimentica”); Belcore è scornato e Dulcamara può ben dire che il suo è un magico elisir  (“Ei corregge ogni difetto”), ma il riferimento alla ricchezza è evidente.

Nel 1843 Donizetti riscrisse il finale e l'edizione critica di Zedda riprende quella che dovrebbe essere la versione che l'autore aveva in mente di proporre al pubblico, ma che non ebbe il tempo di dare nemmeno alle stampe per il sopraggiungere della morte; la versione del II atto,  che è conservata al Museo Donizettiano di Bergamo (il I atto e a San Pietro a Majella) è mutilata di alcune pagine, letteralmente strappate dal compositore e con un taglio che rende  drammaturgicamente incongruente il duetto finale tra Adina e Nemorino.

Alberto Zedda ha ritrovato il manoscritto autografo del nuovo finale, conservato alla Bibliothèque Nationale di Parigi, nel quale non compare il litigio tra i due protagonisti e prevede  una nuova cabaletta “Ah l’eccesso del contento” che sostituisce “Il mio rigor dimentica”.

Donizetti  ha integrato il finale consegnando una versione teatralmente più credibile, ciò non toglie che il fascino musicale e la vivacità dell' edizione del 1832 siano ben sufficienti a fare de "L'Elisir d'amore" un capolavoro di assoluta grandezza: le convenzioni, nel primo '800, non richiedevano consequenzialità logica nelle trame, Donizetti, solo più tardi e non oppresso dalla fretta volle rimediare ad una carenza che ancora oggi, nei teatri del mondo intero, viene assolutamente più che tollerata.