Il trono insanguinato di Macbeth, al Teatro Genovesi di Salerno

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L‘atmosfera è cupa ed il nero domina la scena. Un trono di legno di colore rosso, oggetto simbolico delle ambizioni più sfrenate di Macbeth e consorte, al centro di un palcoscenico dove si avvicenderanno soltanto i due protagonisti. Un’ora di spettacolo che li accompagnerà, per strade diverse, in una sanguinosa discesa all’inferno. L’adattamento teatrale di Eleonora Sbraschi, regista ed anche perfida Lady Macbeth, è un lavoro di intaglio e ritaglio, giocato su effetti sonori e teatralità della lingua, in un susseguirsi di tragici eventi annunciati in quanto legati proprio a ciò che viene detto. Grazie alla straordinaria forza evocativa della parola, ad un progetto audio che risuona del crescendo delittuoso d’armi e delle minacce di una natura che si adegua al clima fosco della tragedia, con i cinque atti condensati in un’ora, la sanguinosa ascesa al trono di Scozia di Macbeth sarà segnata da un regicidio, poi una sequenza di crimini, quasi come se, una volta compiuto il primo delitto, sia impossibile tornare indietro. Il re Duncan di Scozia, poi le sue due guardie del corpo, il generale e amico Banquo, Lady Macduff e la sua famiglia, l’ambizione e il gioco di potere armeranno la volontà e la mano di Macbeth, che compirà questo crescendo di efferatezze in nome del suo progetto imperiale. L’uomo, prima vittima di un destino che deve compiersi, istigato dal dissennato amore della moglie, farà proprio il sanguinario progetto, un input della sua coscienza capace di inabissare ogni regola morale. La scelta della regia è precisa, nello sforzo di penetrare il sentimento d’origine del grande drammaturgo inglese, ma soprattutto il lato della conflittualità interiore di Macbeth e consorte, accende tutti i riflettori su di loro. La sete di potere li renderà complementari, sprofondando negli inferi della follia e dell’angoscioso rimorso, fino all’annientamento suicida di lei, ridotta ad un’ombra allucinata, ed all’assassinio di lui per mano di Macduff, che si vendicherà dell’uccisione della moglie e del figlio per mano di Macbeth. Un uomo, questi, cui inizialmente non manca il coraggio della battaglia e la virtù morale dell’eroe, turbato dall’incontro con le tre “Fatali sorelle” che gli predicono un futuro da re di Scozia, mentre all’amico Banquo che sarà progenitore di una stirpe da re. “Brutto è bello e bello e brutto” scandiscono congedandosi le streghe, è un sinistro avvertimento di un universo che cadrà nel caos, incapace di distinguere la differenza fra ciò che bello e giusto e ciò che invece è brutto e sbagliato. Macbeth da solo, però, non ha la malvagità di pianificare la scalata al potere. Lady Macbeth deciderà per lui il male da compiere, assicurando così potere e felicità all’uomo che ama. Una tragedia cupa e sanguinaria, eppure moderna, dove al fato si sostituisce la volontà di Macbeth, artefice in prima persona delle sue azioni e del suo destino, interiorizzando le demoniache influenze della moglie. Franco Tomassini è un Macbeth in crescendo, al meglio della resa nei momenti di lacerazione più dirompente, come nel finale, quando consapevole del livello di disumanità raggiunto, sarà condannato dalla sua stessa lucidità. “Quello che è fatto è fatto…” il male compiuto non può essere riscattato e anche la morte della moglie gli appare solo una fase dell’insensato ed eterno movimento cui l’uomo è condannato. Ma è la vita stessa che viene colta nella sua più dilaniante insensatezza, siamo alla condanna definitiva e al disperato chiudersi in sé stesso. La morte attende Macbeth al varco, accasciandosi in scena su quel sinistro trono di sangue sembrerà più sopraffatto dalla colpevolezza che non vittima della vendetta liberatrice di Macduff. Eleonora Sbrascini nei panni di Lady Macbeth ha la fierezza e la perfidia necessaria per istigare il consorte ad uccidere senza scrupolo, una donna che sceglie fino in fondo, pure per le sorti della sua vita, diventata insopportabile al punto di preferire la morte al dilaniante rimorso. Il misurarsi con un’opera così complessa e sfaccettata, impegnativa e carica di tensione, in una riduzione che necessariamente ha dovuto espungere da sé molte scene e particolari, forse a rischio anche di semplificazioni, è stata comunque un’operazione importante e coraggiosa, con un’angolazione registica declinata al femminile. Non conoscere la tragedia o non averne fresca memoria, comunque, non ha però impedito di cogliere ed apprezzare il taglio dello spettacolo, volutamente soffermatosi sull’amore distruttivo che lega i due protagonisti, sul dramma della follia e del rimorso, con esiti di totale disperazione e di irrimediabile sconfitta. Anche se nella dimensione collettiva l’incoronazione al trono di Malcolm, figlio più grande di re Duncan, consente alla Scozia il ritorno all’ordine legittimo ed al bene di affermarsi. Ai due protagonisti, ma anche a tutta la Compagnia Teatrarte di Macerata, con Nicoletta Rossi (costumi), Luigino Bucosse (effetti vocali), Maria Branco (disegno luci), Alessandro Pianesi (progetto audio), Christian Moretti (direttore di scena), Ena Giuggioloni (assistente di palco) sono andati applausi scroscianti e convinti.
Salutato questo quarto spettacolo in cartellone per l’undicesima edizione del Festival Nazionale Teatro XS di Salerno, rappresentato il 10 marzo 2019 al Teatro Genovesi di Salerno, l’appuntamento è per domenica 17 marzo 2019, ore 19,00 con la Compagnia “Le Fortunate eccezioni” di Lucca.
Lo spettacolo in programma è
“Parole incatenate” di Jordi Galceran, la Compagnia dell’Eclissi informa che per le tematiche trattate, femminicidio e non solo, la visione è consigliata ad un pubblico adulto.

Marisa Paladino

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