Dieci cose che NON ci sono piaciute di Game of Thrones

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L’ottava stagione di Game of Thrones è alle porte. Il 14 aprile verrà trasmessa la prima di sei puntate con cui saluteremo definitivamente questa serie tv quasi decennale.
Uno show che seguiamo sin dall’esordio, e che, episodio dopo episodio, ci ha fatto provare una vasta gamma di emozioni: angoscia e sollievo, gioia e sconforto, foga e terrore, odio e senso di rivalsa. Inclusa l’incazzatura per alcune trovate, di natura scenica o narrativa, che non ci sono minimamente piaciute. Riepiloghiamo insieme quali sono.

1) Morte di Ygritte (quarta stagione)


Il diavolo si nasconde nei dettagli, e i dettagli possono indebolire il quadro generale. L’intera puntata della
battaglia della Barriera è coinvolgente, ben costruita, con trovate di grande effetto, tra cui la scena del gigante e del cancello. I limiti di budget si percepiscono nella resa di alcuni effetti digitali, ma l’impostazione complessiva, sul piano epico, resta sontuosa. Alla regia c’è Neil Marshall, uno che il suo lavoro lo sa fare, specie quando si tratta di mettere in campo scenari cupi, sanguinosi e claustrofobici. Autore dell’ottimo The Descent (2005), film horror di ambientazione speleologica, a Marshall era già stata affidata la direzione di un’altra importante puntata di Game of Thrones, sempre incentrata su di un evento bellico: La battaglia della Acque Nere, nono episodio della seconda stagione. Ma ai piedi della Barriera qualcosa va storto. E avviene subito prima che Ygritte muoia. Jon Snow se la trova davanti con l’arco teso e la freccia incoccata: entrambi si guardano, Ygritte esita, i cuori si fermano. Ad essere carente, tuttavia, è la messa in scena, priva di inquadrature significative. Anziché valorizzare con la giusta intensità il pathos tra i due amanti, facendo traboccare l’aspettativa, il disinganno, la speranza e la delusione nei reciproci sguardi, dobbiamo accontentarci a malincuore di due inquadrature banalissime, campo e controcampo, senza un guizzo d’inventiva. Al disappunto contribuisce la sgradevole smorfietta di Jon. Qualcosa che forse, nelle intenzioni di Kit Harington, vorrebbe essere vagamente un sorriso, e che suo malgrado si tramuta in un ghigno disastroso. Poi arriva la freccia a tradimento, e Ygritte cade colpita. Partono le lacrime.

2) Dorne (quinta stagione)


La quinta stagione di Game of Thrones è, senza ombra di dubbio, il momento peggiore di tutto lo show, ed uno dei motivi principali è proprio questo: Dorne. Ogni scena che sia ambientata nel regno più a sud di
Westeros, è scritta male ed è girata ancora peggio. Innegabilmente i libri mettono troppa carne al fuoco, introducendo nuovi personaggi e perdendo un po’ il filo del discorso, ma il fascino esotico e il dipanarsi della trama, per mano di George R. R. Martin, bilanciano comunque i punti deboli. Nella serie televisiva, invece, un perenne senso di ridicolo avvolge le situazioni, senza risparmiarne quasi nessuna. Appare chiaro come gli sceneggiatori, avendo fatto tabula rasa del materiale letterario originale, non sappiano che pesci pigliare. Oltre alla scandalosa inadeguatezza (per usare un eufemismo) delle attrici chiamate ad interpretare le Serpi delle Sabbie, il punto più basso viene forse toccato dall’improbabile coppia a cui spetta l’ingrato compito di salvare Myrcella: ci riferiamo, naturalmente, a Jaime e Bronn, alias Gianni e Pinotto, costretti ad affrontare avversari e situazioni ai limiti del trash, in una sfilza di siparietti tragicomici.

3) Morte di Ser Barristan (quinta stagione)


Ideata male, diretta malissimo, montata con scarso criterio. Non abbiamo altre parole per definire una scena che avrebbe meritato una degna
coreografia delle comparse, ma soprattutto un montaggio scrupoloso e intellegibile, senza fastidiosi errori di raccordo. Una fine scialba e sottotono per il grande cavaliere, trovatosi a difendere Verme Grigio da un agguato per le strade di Meereen. Il combattimento che ne nasce è parecchio confuso: ad ogni inquadratura i Figli dell’Arpia aumentano o diminuiscono di numero, alcuni scompaiono senza lasciare traccia, un istante prima Ser Barristan viene colpito alle spalle, un istante dopo la stilettata sembra non essere mai avvenuta. Gli sceneggiatori di Game of Thrones evidentemente non sapevano come servirsi oltre del personaggio, e hanno preferito sbarazzarsene in modo rapido e assai poco incisivo. Consapevole dello sbaglio che si stava per commettere, l’attore Ian McElhinney ha cercato inutilmente di scoraggiare questa scelta, ma la sua voce non è stata ascoltata.

4) Morte off-screen di Stannis (quinta stagione)


Stannis Baratheon
lo vediamo all’inizio della seconda stagione, insieme a Melisandre. Da quel momento diviene una figura centrale di Game of Thrones, ben tratteggiata, e con una storia precisa. Peccato che nel corso della quinta stagione, dopo l’ottima chiusa della quarta, il personaggio perda forza e fascino, appaia ripetitivo, e alla fine venga addirittura privato di una morte memorabile, caratterizzata semmai da uno svuotarsi dello sguardo e da un ultimo respiro esalato sotto la neve. Perché Stannis non lo si vede mai morire, e la sequenza in cui giace sotto un albero, esanime, pronto a ricevere il fendente di Brienne, resta comunque ambigua, tanto da spingere alcuni spettatori a ipotizzare che l’uccisione non sia davvero avvenuta, e che il personaggio in realtà sia ancora vivo. Eventualità, a questo punto, altamente improbabile.

5) Arya a Braavos (quinta-sesta stagione)


L’apprendistato guerriero di
Arya, nella Casa del Bianco e del Nero, quartier generale degli Uomini senza volto, serba un enorme potenziale diluito per troppo tempo. Pochi gli elementi capaci di vitalizzare la trama, la quale ben presto tende a ripetersi e ad annoiare. I dialoghi impersonali, se tirati per le lunghe, a causa delle snervanti perifrasi pseudofilosofiche (“Quest’uomo è nessuno”, ecc.), rischiano di stordire e stufare, come di fatto avviene.

6) Il massacro dei Khal (sesta stagione)


Altra sequenza girata con enorme sciatteria. Il sorriso strafottente di Daenerys e i bracieri fatti cascare come pere cotte bastano a provocare un’irritazione senza pari. Non è l’idea del massacro a risultare deludente, bensì la facilità con cui esso avviene: il potere di Daenerys risiede nel fuoco, non nella forza fisica. Dunque perché nessuno dei Khal le si oppone, tentando di impedire che il tempio di Vaes Dothrak venga divorato dalle fiamme? Le occasioni per bloccarla non mancano. La Madre dei Draghi è stata condotta come prigioniera al cospetto di ben quindici uomini: eppure tutti preferiscono restare a guardarla con occhi allibiti, quando poggia le mani sul primo braciere, né si fanno avanti mentre l’incendio è ancora al suo stadio iniziale. Non bisogna stupirsi, insomma, se poi finiscano cucinati come petti di pollo flambé.

7) Make-up di Benjen (sesta stagione)
Fin dalla prima stagione di Game of Thrones, ci eravamo chiesti più volte che fine avesse fatto zio Benjen, scomparso misteriosamente al di là della Barriera. Jon aveva sempre sperato di rivederlo (rimettendoci provvisoriamente le penne), e anche noi. Quando infine lo ritroviamo, mezzo trasformato dal gelo e dalla magia, tutto sommato, sarebbe stato meglio se di lui non si fosse più parlato. Il trucco facciale, infatti, appare applicato in modo piuttosto impreciso, e la realizzazione posticcia ci sembra ancor più ingiustificabile se contestualizzata in un prodotto come Game of Trones, di solito molto attento a dettagli di questo genere.

8) Euron (sesta-settima stagione)


Una delle più gravi colpe di cui si siano macchiati gli sceneggiatori, è stata quella di aver stravolto l’estetica e il carattere di Euron Occhio di Corvo. Nei libri, un pirata dall’aura mistica, orbo ad un occhio, crudele e impenetrabile, sopravvissuto a viaggi lovecraftiani. Nella serie, un anonimo psicopatico che somiglia ad uno scaricatore di porto nella sua fase rockettara.

9) Il rapimento del morto (settima stagione)


Non abbiamo idea di cosa stessero bevendo gli sceneggiatori di Game of Thrones quando hanno pensato di scrivere un episodio così. Lo soprannomineremo “il rapimento del morto”, o del “non-morto”, a seconda delle preferenze. L’idea di catturare un cadavere redivivo, per poi portarlo ad Approdo del Re, dove mostrarlo a Cersei, è a dir poco assurda. Un piano talmente sconclusionato e inconsistente, da farci infuriare come poche cose, perché fornisce la prova più clamorosa di come, navigando ormai in acque ignote, senza la guida dei libri, non si riesca a scovare una finezza o un’articolazione capace di far convergere le varie linee narrative. Inevitabili le conseguenze nefaste. Nel giro di un’ora, assistiamo attoniti ad eventi velocizzati in maniera imbarazzante: maratone supersoniche di Gendry, corvi sparati a mo’ di razzi, motodraghi alla riscossa che si presentano giusto in tempo per farsi accoppare dal Night King.

10) Ditocorto perde colpi (settima stagione)


La strana morte di Jon Arryn, l’inimicizia crescente tra le varie casate, e la terribile guerra che ne consegue, sono frutto dei piani orditi segretamente da Ditocorto, uno degli uomini più pericolosi del Continente Occidentale, vero motore immobile di Game of Thrones. Eppure, giunto incolume alla settima stagione, abile e viscido come una serpe, Ditocorto inizia inspiegabilmente a sragionare, e tenta di mettere Sansa contro la sorella Arya. Peccato che la sua strategia venga attuata in maniera troppo fragile, indegna di un calcolatore qual è lui, abituato a non correre alcun rischio che non sia stato già ampiamente ponderato in precedenza. Non a caso, per colpa di questa avventatezza, Ditocorto viene smascherato ed ucciso come un qualunque fessacchiotto. Il vero problema, però, risiede nel fatto che gli sceneggiatori prima vogliano far credere una cosa – ovvero che il piano di Baelish stia funzionando ancora una volta – e poi capovolgano i fatti in extremis, per il gusto e la soddisfazione di stupire, non badando al rigore della consequenzialità. Ne deriva un blackout generale, e molte delle scene precedenti, di colpo, smettono di essere logiche: Sansa scopre la consacrazione omicida di Arya, peraltro in modo abbastanza goffo, se ne spaventa, rimane turbata, teme di essere uccisa dalla sorella… e poi a un tratto, avendo ottenuto chissà come la complicità di Arya, dimentica il resto, si rivolta contro Ditocorto e lo fa giustiziare. Manca qualcosa. Ed è la capacità di preservare la coerenza, non solo nei confronti del proprio lavoro, ma soprattutto nei confronti degli spettatori, i quali, dopo sessantasette episodi, non meritano di essere raggirati in modo tanto grossolano.

Emanuele Arciprete

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About Author

Nato nel 1990, napoletano di nascita, bolognese di adozione. Cinema, Musica e Letteratura costituiscono il centro gravitazionale di tutte le mie attività materiali e spirituali.

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